Lotta comunista

Oggi ho comprato “Lotta comunista”. Sì, esiste ancora. I contenuti sono aggiornati alle dispute tra Marx, Engels e Lassalle, ma fa niente. Mi ha fatto simpatia il bravo ragazzo in camicia bianca alla fermata del tram. Mi sono ricordato i vecchi tempi della Statale, roccaforte della sinistra fighetta di Milano, dove sviluppai gli anticorpi contro tutto quel fighettume. Gli ho pure dato 2,50 per l’autofinanziamento. Mi sono sentito come Batman che va a trovare Joker nel reparto malati terminali.

Quanti pregiudizi contro Israele

Quando Israele si ritirò da Gaza, nel 2005, nessuna delle nostre migliori coscienze battè ciglio. Così come non andava bene la precedente “occupazione”, non andava bene nemmeno il ritiro? Per i palestinesi era una grande occasione per darsi da fare, sviluppare qualcosa di vagamente simile a quello che facevano gli israeliani a Gaza fino al giorno prima, e cioè attività varie, lavori normali, cose così. Invece i palestinesi continuarono a fare ciò che sembrano saper fare meglio: ricevere gli aiuti internazionali e lanciare missili su Israele. E anche allora, nessuna delle migliori coscienze battè ciglio. Oggi, che Israele invade Gaza per far fuori i terroristi che mettono a repentaglio le vite dei propri cittadini, ecco che le migliori coscienze si risvegliano di colpo dal torpore e adesso sì, che battono ciglio. E vai di lagna filo-palestinese! Che pena, ragazzi, che pena.

Update h. 12.20: aggiungo mio vecchio post del gennaio 2008 (qui).

Marco Biagi fu ucciso da un’ideologia assassina. Non da Scajola

Capisco che c’è la campagna elettorale. Capisco che Scajola è brutto e cattivo. Capisco che la parola “omicidio” associata al nome “Scajola” faccia vendere più copie e più click alle gazzette democratiche, Corriere, Repubblica, Fatto etc., ma non scherziamo, dai. Guardiamo un attimo alla storia.

E’ dal dopoguerra che in Italia i magistrati deformano le leggi del lavoro a favore dei lavoratori e contro le imprese. E se ne vantano pubblicamente. E’ da quando c’è l’articolo 18, che chiunque lo voglia eliminare o riformare rischia la vita. E la società civile, zitta. C’è stato un filo che per decenni, dal dopoguerra in avanti, ha tenuto insieme l’azione di quei magistrati, di quei sindacalisti, di quei politici, e questo filo si chiamava “rivoluzione incompiuta”. A livello ideologico, gli operai erano sacri perché considerati veicoli della rivoluzione comunista. Io magistrato, io sindacalista, io politico difendo gli operai con ogni mezzo, perché ero partigiano, ma gli Alleati mi hanno impedito di fare la rivoluzione. Da questo stesso humus, negli anni 70 è nato il terrorismo rosso. E questo stesso humus 30 anni dopo era ancora vivo, e ammazzava Biagi (in qualche misura c’è ancora oggi, in certe cause tipo Ilva, Marchionne, e nel fronte dei vari “antagonismi”). E’ in questa cornice che va inserito l’omicidio di Marco Biagi.

E la scorta? Ok, allora parliamo anche della scorta. Quanti saranno stati, contemporaneamente a Biagi, quelli che venivano minacciati? Decine, centinaia, migliaia? Eh, già, perché ci sono anche le minacce mafiose o di chissà quanti altri tipi. Ma anche restando solo alle minacce dei terroristi, saranno state decine le persone da proteggere. Dovevano dare la scorta a tutti, per non essere considerati, a posteriori, degli assassini? Diciamoci la verità: se non era Marco Biagi, era qualcun altro. Hanno ucciso quello che non aveva la scorta, e se non era lui, era un altro. Sarà crudo, ma è così. Focalizzare sull’allora ministro dell’Interno Scajola è la solita scappatoia dei magistrati e degli intellettuali per mettersi la coscienza in pace. Il loro solito comportamento tribale, schifoso: sacrificare il capro espiatorio, invece di fare i conti con la storia. E oltretutto, c’è un effetto immediato: un favore elettorale ai manettari tipo Grillo. Ma anche lì, la storia è lunga.

Il nuovo programma di Giulia Innocenzi, pro e contro

Ho sempre pensato che fosse la migliore della scuderia Santoro: garbata, con una bellezza particolare e quell’aria a modino come piace a me. L’altra sera ho scoperto altre sue virtù: è tosta il giusto per farsi affidare una conduzione, furba il giusto per tenere aperto il dibbbattito. Mi piace anche la formula del personaggio noto (Renzi) seduto in cerchio con i ragazzi. Il nome “Announo” è già un passo avanti, rispetto al raggelante “Annozero” di cui è un’appendice. Ho cambiato canale solo durante il pallosissimo diario di Travaglio che, privo del suo osso preferito, Silvio, non sembra più lui. Santoro e Vauro, in chiusura, non li ho guardati. E ora la nota più triste: il secondo ragazzo più votato via social network ha conquistato i voti grazie a uno sfogo vittimista e arrogante, facendo leva sul nostro senso di colpa per un presunto passato “neocolonialista”, tipo: siete voi bianchi che ci avete reso poveri e ignoranti!!! Insomma, le vecchie categorie fuorvianti, come il “neocolonialismo”, non sono ancora defunte. La storia scritta sotto dettatura dell’Unione Sovietica si è reincarnata in un ragazzo probabilmente nato dopo il crollo del comunismo. A cui nessuno si è sognato di ribattere niente, nemmeno “a”. Bah.

Tolto il segreto di stato sulle stragi. Ecco come andrà a finire

Dato che ho una mezz’ora da perdere, mi dedico alla sterile arte del prevedere il futuro. Il tema è il segreto di stato sulle stragi degli anni 60, 70 e 80: piazza Fontana, stazione di Bologna, piazza della Loggia a Brescia, Italicus, Ustica etc. Quei fatti su cui è stato costruito il falso mito dello “stato nello stato”, dei “servizi deviati”, dei “livelli” etc. Quei casi che fino a oggi non potevano essere risolti perché – così dice il mito – lo stato proteggeva se stesso e la sua complicità. E giù decine di puntate dei vari Lucarelli & Co. Ebbene, io non ho letto i documenti a cui hanno appena tolto il segreto, né mai lo farò, ma mi azzardo a prevedere che non si arriverà a niente. Perché? Semplice. Il mito diffuso dai complottisti lascia intendere che questi documenti siano una specie di corpus mysticum che contiene una verità ben chiara, definitiva, ma tenuta nascosta perché troppo compromettente. Tipo: furto di vino e salsicce, esecutore Poldo, mandante apparente Nonno Trinchetto, mandante vero Braccio di Ferro, movente la fame e la sete, nascondere le prove a Olivia. Ma non è così. Le migliaia e migliaia di pagine conterranno inevitabilmente parecchie contraddizioni, ipotesi non suffragate, testimonianze contrastanti, indizi vaghi, incongruenze come se piovesse, (e forse anche omissis, chissà), come tutte le indagini di questo mondo. E quindi vai di interpretazioni e controinterpretazioni. Sotto sotto, è quello che sperano i Lucarelli & Co, così potranno continuare a fare il loro mestiere: insinuare dubbi, alludere a intrighi, adombrare sospetti. Nelle loro sapienti mani, anche questi nuovi documenti andranno ad alimentare oscure leggende sugli inenarrabili misfatti dello stato. Dove sembrava esserci un semplice depistaggio, si scoprirà che in realtà c’erano tre macchinazioni incrociate con avvitamento multiplo e controdepistaggio a sorpresa. Come ho detto più volte, roba buona per bei romanzi e bei film, ma nulla o poco a che vedere con la storia.

A me Dell’Utri sta simpatico, l’antimafia no

Marcello Dell’Utri ha cominciato a starmi simpatico nel corso dei lunghi anni, credo una ventina, in cui è stato massacrato dai giustizialisti, e trasformato in un simbolo negativo. Un processo permanente, che ha vellicato i peggiori istinti degli italiani, e ha finito per appaiare un uomo colto e scaltro ad assassini mafiosi come Riina e Provenzano. Un vero orrore a cui mi sottraggo per istinto e per scelta. Ecco, ora che l’ho detto, mi sento meglio. E proseguo. Come ho già fatto innumerevoli volte, anche in questo caso prendo le distanze da tutti i politici alla Di Pietro-Ingroia, tutti i programmi tv alla Santoro-Ballarò, tutti i giornali alla Repubblica-Fatto e tutti gli intellettuali alla MicroMega. Parallelamente, nel tempo, l’antimafia è crollata nel mio personale gradimento. E nell’antimafia metto quei magistrati militanti, ma anche i giornalisti che si fanno usare per divulgare i teoremi dell’accusa, alimentando il linciaggio.

Ma al di là di simpatie e antipatie, like e non-like, ciò che mi fa pensare è il rapporto tra la giustizia e il cittadino, e quello tra la giustizia, la legge e la verità. Riguardo alla legge, mi fa pensare il fatto che la mafia esiste in tutto il mondo, ma solo in Italia è stato istituito il reato di “concorso esterno in associazione mafiosa”. Un reato che può comprendere di tutto, e che non necessita di alcuna prova. Anzi, un reato che è stato creato appositamente per quei casi in cui è troppo difficile, se non impossibile, trovare delle prove. Quindi, in pratica, l’accusa equivale alla condanna. Il sogno dei giustizialisti, dei giacobini, dei sostenitori di teoremi vari, servizi deviati, livelli dello stato e ciarpame simile. I quali, infatti, lo usano come paravento per accostare giorno dopo giorno il nome di Dell’Utri, e quindi di Berlusconi, alla parola magica “mafia”. Ripeto: perché solo in Italia?

Ora, il buon cristiano è chiamato a sottostare alla legge del posto in cui vive senza ribellarsi, dare a Cesare quel che è di Cesare etc. etc. Ma quando la legge e i suoi tutori fanno a pugni con il buon senso, il rispetto umano e la verità, che si fa? Quando una fazione riesce a farsi una legge “ad personam” per continuare a esistere e ad esercitare il proprio potere massacrando altri, che si fa? Io, come ho già detto, come minimo mi tiro fuori.

La storia? Chi ha studiato se ne frega

Negli ultimi anni, mi è capitato di discutere con un mio ex compagno del liceo. Oggi la vediamo in modo molto diverso sulla politica, ma al di là della divergenza, una delle cose che più mi ha impressionato è stata la sua posizione sulla storia degli ultimi decenni. Per lui non alcun senso tenerla in considerazione, quando si parla di politica. Motivo: sulla storia, ognuno la può vedere come vuole, quindi è solo una perdita di tempo. Ciò che mi impressiona è che a dirlo non sia un ignorantone che ha preso a malapena la licenza elementare, ma uno che ha fatto l’università. Credo che, nel suo caso, il motivo sia da ricercare in un eccesso di pragmatismo. Per lui in politica contano solo ed esclusivamente le leggi fatte, i provvedimenti presi. Nient’altro. Ah no, dimenticavo l’altra faccia della medaglia: l’ossessione per le magagne giudiziarie e morali. E il suo non è affatto un caso isolato. Anzi, direi che è la norma, per chi ha studiato. Quanto a me, io non sono tra quelli che credono che la storia, di per sé, possa davvero essere “maestra”. Presa di per sé, la storia è solo un cumulo di “fatti”. Per essere davvero “maestra”, ha bisogno di un’idea dell’uomo, del mondo e di Dio che non sia relativista o nichilista. Bisogna credere che esista una verità, per credere che esista anche una verità storica. E per farsi un’idea politica anche in base a quella verità. In mancanza di questo, a dominare sarà l’opinione del momento, o il chiacchiericcio dei media, o la leggina approvata, o lo scandaletto del giorno, o i ciechi “fatti”, o l’interesse, o di tutto un po’. Va beh, tutto sto pippozzo per dire che conoscere la storia ti permette anche di smascherare tante bufale, tipo quella di Amato sul debito pubblico, come ci ricorda soltanto il solito Zamarion (qui).

Cristicchi, l’esodo istriano-dalmata e l’ANPI

Simone Cristicchi sta girando l’Italia con uno spettacolo sull’esodo istriano-dalmata degli anni immediatamente successivi alla seconda guerra mondiale (qui). La cosa curiosa è che lo abbia scritto insieme all’autore di un libro sullo stesso argomento, da me recensito per il Foglio, Jan Bernas: “Ci chiamavano fascisti, eravamo italiani” (qui). Curioso anche il fatto che il suo spettacolo abbia suscitato oggi, a quasi 70 anni dai fatti, indignazioni multiple, da parte degli antifascisti, ma quelli “veri”, s’intende, perché gli altri sono tutti fascisti mascherati. Persone anche giovani, non solo simpatici vecchietti avvinazzati, incistati nel rancore della “rivoluzione mancata”. Per esempio, è bastata la voce che Cristicchi fosse membro onorario dell’ANPI, l’Associazione Nazionale Partigiani, per scatenare il finimondo. Sentite questo incipit di lettera all’ANPI:

“in qualità di iscritti all’ANPI e quali antifascisti, figli e nipoti di antifascisti, democratici rispettosi della memoria storica della Resistenza, manifestiamo la nostra preoccupazione ed il nostro stupore nell’apprendere che il Sig. Simone Cristicchi (secondo quanto lui stesso sostiene) è membro onorario dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia.” (qui).

Avete notato la purezza della razza? “Figli e nipoti di antifascisti”, perché l’antifascismo, come il fascismo, e come l’antiberlusconismo e il berlusconismo, si trasmette attraverso il sangue! Poi, però, la contro-notizia: pare che Cristicchi non sia davvero membro (qui). Meglio per lui, dico io. Ma perché quelli se la prendono tanto? Si saranno offesi perché nel suo spettacolo, come nella verità storica, i rossi ci fanno una figura almeno altrettanto brutta dei fascisti? O perché la sinistra italiana accolse a sputi quei profughi, accusandoli di fascismo? Ed era ovvio: andarsene dal paradiso in terra del socialismo reale equivaleva a essere fascisti, no? No? Mi sa di no, ma non ditelo a quelli dell’ANPI.

La sinistra, oggi come 70 anni fa

In queste ore l’informazione è tenuta in scacco dalle baracconate dei grillini (impeachment, insulti alle donne del Pd etc.) e dalla reazione indignata della sinistra. Nessuno dei commentatori, però, va davvero a fondo. Nessuno dice l’indicibile, e cioè la vera magagna di fondo: la sinistra è così progredita che ancora oggi, gennaio 2014, divide il mondo in “partigiani e fascisti”, e non è capace di vedere nei grillini “la caricatura di se stessa, il frutto maturo della stagione moralistica lanciata da Berlinguer per rinverdire, camuffandone i tratti, i fasti della diversità comunista.” Compresi gli insulti alle donne del Pd, riedizione di quelli rivolti alle donne del Pdl. Meno male che zamax c’è (qui).