La misericordia e i suoi opposti

Il Papa invita tutti alla misericordia, al perdono, a chiedersi sempre, prima di tutto: “Chi sono io per giudicare?” (Qui). Alle mie orecchie, suona come un argine alla tendenza umana verso l’ipocrisia, la maldicenza, la calunnia, il falso moralismo, la litigiosità, e aggiungerei anche la disperazione. Ma temo che altri la leggano in modo diverso. Prima spiegherò meglio come la intendo io, poi dirò come, secondo me, la intendono alcuni.

Per capire bene il messaggio del Papa, bisogna capire che cosa si intenda, qui, per “giudicare”. “Giudicare”, qui, significa mettersi su un piedistallo e sparare condanne inappellabili. Fare del peccato una pietra appesa al collo del peccatore e buttarlo a mare. Quindi il Papa sta dicendo: chi sono io per mettermi su un piedistallo? Chi sono io per condannare i miei fratelli? In ultima analisi: chi sono io per mettermi in mezzo tra i miei fratelli e l’infinita misericordia di Dio?

Niente di nuovo, dunque. Ma allora perché suona così diverso da Benedetto XVI? Io credo che la risposta sia in parte nel loro stile, in parte in come il mondo li vede, o meglio “vuole” vederli. Credo che molti, anche da adulti, facciano come alcuni miei amici di quando ero piccolo, che non sopportavano i preti perché si sentivano “giudicati”. In questo senso, molti sono convinti che i frati siano “meglio” dei preti, perché sarebbero più “buoni”. Quelli che la pensano così, se si trovano davanti un prete, un parroco, un vescovo, un Papa alla Benedetto, gli direbbero volentieri: “Chi sei tu, per giudicare?”

Invece, un Papa alla Francesco, che dice lui stesso “chi sono io per giudicare?”, ai loro occhi appare docile, remissivo, uno a cui va bene tutto, basta volersi bene, ecco, come dicono a Roma, volèmose bbbene. Eppure, il Papa non ha affatto detto questo. Così come mettersi su un piedistallo non è cosa buona, per un cristiano, nemmeno il volèmose bbbene è cosa buona. Non ricordo chi, ma qualcuno ha detto che se non cerchi di correggere il fratello che pecca, ti rendi suo complice. Il mondo lo sa benissimo, che è così, ma non vuole sentirselo dire.

Il mondo non ha nessuna voglia di sentir parlare di concetti come peccato, pentimento e perdono. In cuor suo, ha già cancellato il concetto di “peccato”, perché lo ritiene troppo “colpevolizzante”, poco “moderno”, fonte di inibizioni, repressioni, autoritarismo. Insomma, tutto il male possibile e immaginabile, per un uomo che si concepisce come un essere assolutamente “libero”, “autodeterminato”, “innocente”.

Un Papa alla Benedetto affrontava di petto questo discorso, che è il discorso oggi predominante nel mondo. Francesco, invece, evita di proposito lo scontro. Questione di stile, ma non di sostanza.

Chiudo con una scommessa. Prima o poi anche Francesco tirerà fuori qualcuno di questi concetti profondamente cristiani, tipo che non sempre le persone sono consapevoli di ciò che è davvero il loro bene, e che c’è amore anche nella correzione del proprio fratello. Cioè, per la gioia dei relativisti e dei nichilisti, che c’è un bene e c’è un male, e non siamo noi uomini a decidere che cosa sia l’uno e che cosa l’altro. Secondo me, non la prenderanno tanto bene, e parleranno di “medioevo”, “involuzione autoritaria”, “svolta reazionaria” o simili. Primo titolo di Micro-mega: “Francesco come Benedetto?” Secondo titolo: “Francesco peggio di Benedetto”. Terzo titolo: “Aridàtece Benedetto”. Accetto scommesse.

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Il Re ubbidiente

Il vangelo di questa domenica delle palme (Luca 19, 28-40) ci offre un’immagine abbastanza scandalosa, per i nostri canoni di giudizio abituali. Un’immagine che voglio collegare alle parole di Papa Francesco, “il potere è servizio”, e al primo capitolo del “Gesù di Nazaret” (Vol.II) di Benedetto XVI, da cui prendo i riferimenti biblici di questo post. Quell’immagine, io la esprimerei così: Gesù è un “re ubbidiente”. Non un re che sottomette con la violenza; non un re che esercita il potere come arbitrio, in base ai propri capricci. Eppure, un re. La sua regalità la vediamo prima quando requisisce l’asina, un puledro su cui mai nessuno era montato, secondo un antico diritto regale sui mezzi di trasporto. Poi, quando viene “fatto salire” dai discepoli sull’asina, come era accaduto a Salomone in occasione dell’insediamento sul trono di Davide (1 Re 1,33). Inoltre, vengono stesi mantelli davanti a lui. Eppure, in tutto questo, non agisce per volontà sua, per un suo progetto, né tantomeno per un progetto “rivoluzionario”, come pensavano gli zeloti, che si aspettavano un capo che guidasse la loro insurrezione contro i romani. No, lui, dice Ratzinger, “vive nella parola del padre”. Infatti, non fa altro che realizzare la profezia delle scritture (Zaccaria 9,9), in cui si diceva che il messia sarebbe venuto su un’asina. Si fa “servo” (Filippesi 2,7), e solo per questa sua obbedienza, “obbedienza fino alla morte, e alla morte di croce” (Filippesi 2,8), merita l’obbedienza di tutti i popoli della terra. Ecco, io credo che subito dopo la sua elezione, Francesco I abbia parlato di “servizio” riferendosi a qualcosa di non troppo lontano da questo.

Il Papa e mio nonno

Le dimissioni del Papa non mi hanno sconvolto, perché già un anno fa il Foglio mi aveva messo la pulce nell’orecchio. E poi, avevo già visto mio nonno. Mio nonno si chiamava anche lui Giuseppe, e più diventava vecchio, più si ritirava dal lavoro, dalla “fatica”, come la chiamava lui: prima la sua bottega di falegname, poi la sua vigna, finché si mise a letto e non si alzò più. Con una naturalezza e una rassegnazione che mi sconvolsero. Comunque, se volete capirci qualcosa, leggete Ferrara (qui). Se invece volete capire che cosa sono le ingerenze mondane sulla Chiesa, e le farneticazioni su una Chiesa che sarebbe praticamente ormai sconsacrata, leggete pure gli Scalfari e i Mancusi, su Repubblica e Micromega.