Il nuovo programma di Giulia Innocenzi, pro e contro

Ho sempre pensato che fosse la migliore della scuderia Santoro: garbata, con una bellezza particolare e quell’aria a modino come piace a me. L’altra sera ho scoperto altre sue virtù: è tosta il giusto per farsi affidare una conduzione, furba il giusto per tenere aperto il dibbbattito. Mi piace anche la formula del personaggio noto (Renzi) seduto in cerchio con i ragazzi. Il nome “Announo” è già un passo avanti, rispetto al raggelante “Annozero” di cui è un’appendice. Ho cambiato canale solo durante il pallosissimo diario di Travaglio che, privo del suo osso preferito, Silvio, non sembra più lui. Santoro e Vauro, in chiusura, non li ho guardati. E ora la nota più triste: il secondo ragazzo più votato via social network ha conquistato i voti grazie a uno sfogo vittimista e arrogante, facendo leva sul nostro senso di colpa per un presunto passato “neocolonialista”, tipo: siete voi bianchi che ci avete reso poveri e ignoranti!!! Insomma, le vecchie categorie fuorvianti, come il “neocolonialismo”, non sono ancora defunte. La storia scritta sotto dettatura dell’Unione Sovietica si è reincarnata in un ragazzo probabilmente nato dopo il crollo del comunismo. A cui nessuno si è sognato di ribattere niente, nemmeno “a”. Bah.

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Il coltello che apre gli occhi

Forse, finalmente, i soliti intelligentoni apriranno gli occhi. Ora che non c’è una motivazione puramente “materiale” per il male, forse capiranno che non è nelle “cose”, che devono guardare, ma nell’animo umano. Infatti, il ragazzino americano che ha ferito i suoi compagni di scuola non ha usato armi da fuoco, pistole, fucili o altri gingilli prodotti dai cattivoni delle industrie delle armi, tanto odiate dalle buone coscienze progressiste. E questo è spiazzante, per loro. Ieri sera il servizio di Giovanna Botteri suonava monco, senza il solito pistolotto contro i cattivoni delle industrie delle armi. Oggi Repubblica.it non ne parla nemmeno. Tireranno fuori che amava i videogiochi violenti? Un parente repubblicano? Un nonno del KKK? Un bisnonno bovaro del Texas? O forse, per una volta, andranno più in profondità.

Corriere (qui).

I chiacchieroni e le guerre civili

In Egitto, centinaia di morti. In occidente, chiacchiere da salotto. In Egitto, quella che si comincia a profilare come una guerra civile. In occidente, sempre e solo chiacchiere. I nostri media mi appaiono sempre di più come un grande salotto “liberal”, pieno di giornalisti, opinionisti e governanti civettuoli e irresponsabili, quando non interessati. Tutta questa bella gente, ai tempi di quella che chiamarono trionfalisticamente “primavera araba”, facevano a gara a chi disprezzava di più i dittatori come Mubarak, e a chi si schierava con più convinzione a fianco dei giovani democratici twittanti, la famosa “piazza”. Nessuno di loro, mai, volle prendere in considerazione le conseguenze. Né l’esistenza degli altri milioni e milioni di arabi che non erano in piazza. Niente realismo, solo isterismo. Per loro, la prima e unica urgenza nel mondo arabo è avere la democrazia “tutto e subito”, una cosa che non esiste se non nelle loro menti bacate ed esaltate. Facile farsi belli ostentando il proprio tesserino di veri democratici, tanto poi le conseguenze le subiscono gli egiziani. Il migliore tra gli italiani, manco a dirlo, fu il solito Gad Lerner, che lamentò che in Italia siamo troppo addormentati per avere una piazza così giovane, così democratica e così twittante. Ebbene, qualche settimana fa, i nostri geni hanno appoggiato senza se e senza ma anche il golpe dei militari, illudendosi ancora una volta che avrebbe portato magicamente la democrazia, la vera democrazia, in Egitto. Oggi si vedono i risultati. Come dite, sto facendo di tutta l’erba un fascio? Avete ragione, sto dimenticando l’unico che ha detto cose ben diverse. Chi? Silvio Berlusconi. Zamax ricorda giustamente la sua cazzutaggine, nell’augurarsi prudenza, gradualità e rispetto per tutti (qui).

“Ci sono gli uomini: come il Pregiudicato, ad esempio, l’unico statista occidentale a non essersi fatto travolgere dall’opportunismo, dal voltagabbanismo, dall’isterismo e dalla mancanza di buon senso quando in Egitto scoppiò la primavera araba. All’inizio di febbraio 2011 Al Tappone era a Bruxelles per il Consiglio Europeo: «Mi auguro», disse, «che in Egitto ci possa essere una continuità di governo. Il presidente Hosni Mubarak ha già annunciato che né lui né i suoi figli si presenteranno alle prossime elezioni e confido, come tutti gli occidentali, che ci possa essere una transizione verso un regime più democratico senza rotture con un presidente come Mubarak che è sempre stato considerato l’uomo più saggio e un punto di riferimento preciso per tutto il Medio Oriente. L’Egitto è un Paese di 80 milioni di abitanti, povero, dove il 40% delle persone vive al di sotto della soglia di povertà e dove c’è stato un forte aumento dei prezzi degli alimentari. A questo si è aggiunto il vento della libertà e della democrazia che quando soffia è contagioso. Questo vento sta soffiando e sta interessando molte persone.» Il Caimano poi, da democratico cazzuto, fece un’osservazione sempre pertinente in tempi rivoluzionari, un’osservazione banale e coraggiosa: «Le persone che sono in piazza rispetto agli 80 milioni della popolazione sono veramente poche, ma al tempo stesso sono espressione di un malessere generale che non c’è solo in Egitto ma anche in altri Paesi come Giordania e Libano.» Per queste parole controcorrente il valoroso Berlusca fu irriso dal gregge delle società civili occidentali, i cui svampiti capetti lavorarono invece a far precipitare gli eventi, con gli splendidi risultati cui stiamo assistendo.”

Giovani PdL, il concetto “formattare” mi fa venire l’orticaria

Domanda ai giovani del PdL: ma dovete proprio usare il concetto “formattare” (qui)? A me fa venire l’orticaria. E’ della stessa famiglia di “rottamare”, “resettare”, “azzerare”, la stessa famiglia da cui prendono le mosse gli “Annozero”, i “Piazzapulita”, insomma, tutto il caravanserraglio di giacobini, grillini, messianici e giovani Pd in vena di sfasciare, invece di costruire. Non ha nulla di conservatore, di liberale, di cattolico, di moderato. Non è il modo giusto di proseguire sulla strada del mitico Fondatore. Io, che ho votato Silvio, oggi non mi ritrovo nel vostro orribile “formattare”, quindi come farò a votarvi?

(Pubblicata tra le lettere al direttore sul Foglio cartaceo di oggi, 26/5/2012)

Se non vai in bici, sei uno stronzo

Ah, quanto mi piace questa ideologia dei ciclisti: da Milano a Londra, da Parigi a New York, un’unica orda di fanatici – stavo per scrivere “fascio di balilla” -, fissati con la forma fisica, l’inquinamento e la sicurezza. Tre piccioni con una fava. A Milano, ricordo che il candidato Pisapia stabilì come priorità assoluta di riconvertire tutte le strade in piste ciclabili, tangenziale compresa. Ovunque e sempre: hasta la ciclabile! E in scia dietro di lui, su facebook, tutti i fighetta milanesi, degni eredi dei sessantottini già diventati banchieri e cagamilioni di ogni risma. Ma ecco un articolo accorato di oggi, che celebra i fanatici in occasione del grande raduno in cui faranno sentire le loro ragioni, con commento del solito becero vincenzillo:

«La civiltà ha un limite: 30 km/h», gli va a ruota Simone Dini, 28 anni, copywriter, 25 km di bici al giorno sempre per le strade milanesi.

Appena 25 km? Se si trova un lavoro a Sanremo, può farsi la Milano-Sanremo ogni mattina. Vuoi mettere?

«Nelle città non c’è più spazio: saremo a Roma per chiedere di darne un po’ più a ciclisti e pedoni e un po’ meno alle auto».

A Roma? Ma non era di Milano? E la Milano di Pisapia non doveva essere la città a misura di ciclista?

Beppe Piras, 39 anni, architetto e padre della Ciclofficina Abc, per la sua Torino…

Sua? Beh, certo, a sentirli parlare ti viene il dubbio che la città sia effettivamente di loro esclusiva proprietà.

…vorrebbe «incroci ciclo-pedonali protetti e un commissario ad hoc»…

Ma tipo che basta un commissario per tutto il mondo, o uno per nazione, uno per città, uno per ogni incrocio?

…e per tutti «il riconoscimento delle bici come mezzo di trasporto».

E il ciclista come specie protetta dal WWF, no?

Anche Giselle Martino, 30 anni, attrice che vive a Roma, ne fa una questione culturale.

E perché non una “questione morale”?

Lei ha iniziato a pedalare nella città più a rischio quando ha conosciuto Eva. «Poi Eva è stata uccisa da un taxi – racconta -.

Ma tipo Taxi Driver?

Lì ho iniziato ad avere paura: delle auto in doppia fila, di quelle che ti sfrecciano accanto o ti incalzano da dietro. Dei pullman. Poi però sono tornata in sella perché la bici è più veloce».

Più veloce? Ma allora serve immediatamente un limite di velocità anche per la bici!!

Michelangelo Almenti, 39 anni, dipendente pubblico, la usa anche per portare i bimbi all’asilo.

Saranno felici, i pargoli, di viaggiare su un mezzo così sicuro.

La sua priorità: «Vietare l’ingresso ai mezzi pesanti, pullman inclusi».

Da oggi, le merci le trasportiamo in monopattino; il trasporto pubblico viene sostituito da mini-maratone che si snodano lungo gli attuali percorsi; gli anziani turisti in gita marceranno tra musei e monumenti a tappe forzate, con defibrillatore a tracolla.

Va oltre Valerio Parigi, 50 anni, informatico che rappresenta la saldatura tra movimento e Federazione degli amici della bicicletta (Fiab).

L’anello mancante.

Lui che pendola tra Firenze e il Nord Europa vorrebbe una città ciclabile a livello di quelle Ue: «Come? Piste ciclabili continuative…

Ma continuative come? Tipo una pista ciclabile unica, da Capo Nord a Lampedusa, e da Lisbona a Varsavia, passando per Londra e Atene?

…ma soprattutto aree di moderazione del traffico»

E certo, perché il commissario, lì all’incrocio, si sentiva un po’ solo: ma gli farà compagnia il moderatore del traffico!

In Israele piovono razzi

Più che la trita retorica sulla shoah, i campi di concentramento, i forni crematori etc, a me interessa la condizione attuale degli ebrei sotto attacco. Ok, ai media occidentali non frega niente. Ok, sono ebrei vivi e vegeti, e quindi molto scomodi, non ebrei morti e stramorti, e dunque molto comodi. I loro video sono amatoriali, non patinati come Schindler’s list. Sono girati ad Ashkelon, non ad Auschwitz. Oggi, non negli anni ’40. E i nemici sono gli uomini verdi di Hamas, non l’uomo nero Hitler. Ma da questi video si vede bene come, nei ragazzi israeliani, la paura e l’angoscia si intreccino con l’allegria e la spavalderia. Come nei ragazzi di tutte le epoche, da Davide o Achille in poi. E si vede bene che, grazie a Dio, sta funzionando bene l’Iron Dome, la “cupola di ferro” che protegge Israele dai missili lanciati dai palestinesi dalla striscia di Gaza. Razzi veri su ragazzi veri. Dal blog di Giulio Meotti, segnalo in particolare il secondo video (qui).

Pecorone d.o.p.

In quel fenomenale “pecorella”, che il no tav ha sputato in faccia al poliziotto, è racchiusa tutta una lunga storia di superbia e di violenza. C’è l’illusione di pensare con la propria testa, tipica di quei branchi di facinorosi fatti con lo stampino. E’ il pecorone che esige il riconoscimento della propria superiorità morale e intellettuale. Che pena, ragazzi.