La Tunisia e i fanatici dei diritti umani

I rivolgimenti politici dei paesi dell’Africa mediterranea sono un’occasione di osservazione molto interessante, per chi è interessato a capire la nostra cultura. Sì, la nostra, oltre che la loro. Perché la via dell’islam verso la libertà si intreccia inevitabilmente con la via già tracciata dall’occidente. Uno dei fenomeni da osservare è la loro politica, con le nascenti costituzioni. Per esempio, quando parlano di “discriminazione”, loro provano a essere semplici e giusti, creando le basi per il rispetto dell’individuo e dei suoi diritti elementari, ma ecco che intervengono lo stesso i nostri fanatici dei diritti umani, tipo Amnesty International, a rovinare tutto. Giuste le osservazioni di zamax sulla Tunisia (qui).

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Recensione “I Giusti di Budapest”, di M.L. Napolitano

Questa mia recensione è uscita sul Foglio del 24-12-13:

Il 30 aprile 2007, due anni dopo la sua morte, monsignor Gennaro Verolino fu proclamato “Giusto tra le nazioni”. Al prestigioso riconoscimento dello Yad Vashem, istituzione israeliana che difende la memoria della Shoah, l’arcivescovo napoletano fu candidato da persone direttamente o indirettamente beneficiate dalla sua azione a Budapest, tra il 1942 e il 1945, come Agnes Vertes e Per Anger. La sua vicenda va collegata a quella del suo superiore, il nunzio apostolico Angelo Rotta, e inserita nel complicato quadro politico e bellico dell’Ungheria durante la seconda guerra mondiale. Quando il giovane sacerdote Verolino arrivò a Budapest, trovò il paese magiaro subalterno alla Germania nazista, e di conseguenza le leggi antisemite già in vigore. La nunziatura si era già espressa contro tali leggi, che offendevano lo spirito cristiano e la dottrina della Chiesa, ma fino a quel momento esse avevano un impatto relativamente mite sulla vita degli ebrei. La svolta avvenne nell’estate del 1944, quando salì al potere il partito filo-nazista, che diede il via alle deportazioni. In quella prima fase furono colpiti più di 400.000 ebrei. La protesta ufficiale della nunziatura apostolica fu molto decisa, e dopo l’intervento diretto di Pio XII incontrò il favore del reggente, l’ammiraglio Horthy, consapevole che le leggi razziali andavano contro l’eredità cristiana della nazione ungherese. Ma Adolf Eichmann, capo delle SS in Ungheria, non si arrese, e pochi mesi dopo fece partire una seconda ondata di deportazioni. È a questo punto, che l’intervento di Verolino in favore degli ebrei ungheresi assume in pieno la sua rilevanza. Da una parte, continuò ad affiancare energicamente l’ormai settantenne nunzio durante i duri scontri verbali con le autorità politiche, fino a sfiorare l’incidente diplomatico. Dall’altra parte, si adoperò per creare una “rete di salvezza”, formata da volontari e collegata alle diplomazie dei paesi neutrali in Ungheria, che facevano capo alla nunziatura. Una rete a cui egli stesso partecipò attivamente, per esempio facendo la spola tra Budapest e Hegyeshalom, città vicina alla frontiera con l’Austria, meta delle marce forzate imposte ai deportati. Gli appartenenti a questa rete agivano clandestinamente, a rischio della propria vita, in diversi modi: distribuivano cibo, coperte e medicinali, mettevano a disposizione edifici sotto la protezione del Vaticano, fornivano certificati di battesimo in bianco e “lettere di protezione” a chiunque ne facesse richiesta. Verolino specifica che queste lettere venivano date “senza tener conto, anzi senza nemmeno domandare quale fosse la (…) fede o appartenenza religiosa”. In questo modo furono salvate alcune migliaia di vite, altrimenti destinate allo sterminio. Lo storico Matteo Luigi Napolitano attinge a nuovi documenti dell’archivio privato di Verolino, recentemente messi a disposizione dalla famiglia, e allarga la portata delle implicazioni fino a coinvolgere direttamente la Santa Sede, per rispondere a chi ancora vede Pio XII come un passivo spettatore degli eventi. A supporto della propria tesi, cita anche le testimonianze di vari esponenti delle maggiori associazioni ebraiche mondiali, che fin dai primi anni del dopoguerra riconobbero esplicitamente l’attivo sostegno delle gerarchie ecclesiastiche. Per tutti questi motivi, l’autore suggerisce che le storie dei Giusti e delle “reti di salvezza” non vadano trattate semplicemente come vicende episodiche, più o meno casuali e scollegate fra loro, ma come capitoli di un’unica storia, da inserire correttamente e compiutamente nella cornice politica e sociale di quegli anni. Un tema dotato di una propria dignità storiografica.

Matteo Luigi Napolitano, “I Giusti di Budapest”, 237 pp., San Paolo, 16,00 euro

Pensierini del lunedì / 2

Dopo aver tenuto per giorni il ministro Cancellieri sulla graticola, i media hanno scoperto che è intervenuta a scopo umanitario in almeno un centinaio di altri casi, oltre che per la sua amica Ligresti. Accorgersene prima, no, eh? E spiegare perché sia necessario l’intervento umanitario contro il carcere preventivo, oggi, in Italia? E chissà se questo basterà a placare la sete di sangue di Grillo, e di quel Grillo che c’è dentro tutti i media.

Amnesty, come la mettiamo con il terrorismo islamico?

Giulio Meotti sul Foglio segnala un libro interessante contro le reticenze (per non dire altro) di Amnesty International a proposito di terrorismo islamico (qui). In particolare, su come l’argomento “discriminazione” venga usato in quegli ambienti tanto ma taaanto umanitari, contro ogni buon senso:

“Raccomandammo l’organizzazione di commemorare l’anniversario dell’11 settembre. Il board di Amnesty rifiutò la proposta, perché un evento simile avrebbe contribuito a discriminare i musulmani. Allora pensai a mio cugino Ahcene, un soldato contadino e illetterato, ucciso nel 1994 dai terroristi di fronte ai figli”.