Anche i tifosi hanno un cuore

Per esempio (qui).

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Consolazione di un berlusconiano juventino

Da juventino, l’anno scorso ho dovuto subire una “decadenza” di 4 mesi di Antonio Conte, che il mio allenatore trascorse ingabbiato nella tribuna d’onore. Ora, da berlusconiano, per consolarmi della decadenza definitiva del mio leader politico, mi basta pensare a chi si è portato a casa lo scudetto, a fine stagione.

Update 2/12/13: pubblicata su Hyde Park Corner, Foglio online, 29/11/13

Balotelli, Barilla e il ricatto dei media

La si pensi come si vuole su Mario Balotelli, come calciatore e come uomo. Quello che mi ha colpito in questi giorni è il trattamento che gli ha riservato la Gazzetta dello Sport. Prima lo nomina, senza interpellarlo, “calciatore anti-camorra”. Poi, quando lui si defila da questo ruolo, lo copre di sospetto. Per me, una persona ha tutto il diritto di non accettare un ruolo che gli attribuiscono gli altri. Specie se è un ragazzo di vent’anni. Come ha scritto lui stesso nel famoso tweet in cui si è defilato, lui vuole solo giocare a pallone, e si augura che tutti i ragazzi lo possano fare dove gli pare. Non ha altri “messaggi” da dare. Non vuole essere un simbolo. Che c’è di sbagliato, in questo? Per me, è abbastanza normale. Essere un’icona è un compito che non tutti vogliono assumersi. Certo, la società è a caccia di buoni esempi, ci mancherebbe altro, ma se uno non se la sente, non se la sente e basta. Perché bisogna per forza insospettirsi? La Gazzetta, invece, sospetta. Perché si è defilato? Copre i camorristi? Naturalmente, la cosa va ben oltre Balotelli e la Gazzetta, e riguarda tanti altri “Balotelli” e tante altre gazzette. Se uno ha occhi per vedere, questo stesso meccanismo viene applicato a tutte quelle battaglie ideologiche di cui i media si sono fatti alfieri. Tutte battaglie di segno progressista. Tutte battaglie che o aderisci, o sei “sospettabile”.

Vedi anche il recente caso Barilla/omofobia. Guido Barilla ha espresso una sua preferenza, e ha parlato solo delle campagne dei suoi prodotti. Risultato: crocifisso in sala mensa, come direbbe Fantozzi. Campagne mondiali di boicottaggio (ma anche molte adesioni alla sua posizione, “laicate” su facebook, che però guarda caso non hanno fatto notizia). Tra gli effetti più assurdi, c’è stato anche il ritiro della sua candidatura dall’Ambrogino d’Oro, premio meneghino ai migliori imprenditori. Una mossa astutissima del PDL di Milano, che ha motivato dicendo che lo faceva per “preservare la sua libertà”. Bel modo di preservare la libertà di qualcuno, toglierlo di mezzo (e il discorso non cambia, anche se fosse stato lui stesso a volersi defilare: bella libertà, non potere esprimere la propria opinione senza temere boicottaggi e campagne infamanti).

Altro che “neutralità”. I media creano un’atmosfera di ricatto “soft” a cui è molto difficile sottrarsi. Lode, quindi, ai pochissimi che ci riescono.

Supercoppa in saccoccia

C’è chi giudica le squadre di calcio di serie A in base ai risultati balneari, tipo 7-0 con la rappresentativa della val Brembana, 12-1 con il Monte Silvano, 18-0 con il  Cing Chung Chuang di Shangai. E poi c’è chi se ne frega delle sgambate estive della sua Juve, abbastanza inconcludenti, e si gode il risultato della prima partita vera, un sonoro 4-0 con la Lazio. E Supercoppa in saccoccia.

Andrea Agnelli e quelli che ci credono troppo

La gratitudine che devo ad Andrea Agnelli, presidente della Juve di questi due scudetti fantastici, non mi impedisce di vedere in lui qualcosa che suona un po’ forzato, un po’ eccessivo, un po’ falso. Quella convinzione cieca, pronta, assoluta, da uomo marketing che deve dimostrare a tutti quanto crede in quello che fa, in qualunque momento e qualunque cosa stia facendo. Ieri l’ho sentito citare la “fame” di vittorie, alla Steve Jobs:

Non bisogna mai perdere la fame, ed è qualcosa che io non perdo nemmeno il giovedì, quando gioco con i miei amici.”

Ecco, mi sono detto, chissà quanto scassa i maroni a quei poveri sventurati che, in una partitella di livello fantozziano, osano “perdere la concentrazione”, o non “dare tutto” fino all’ultimo secondo. Ma per favore! Sarà che anche a me, in partite di quel livello, tocca subire le urla isteriche di quelli che “ci credono” sempre, come se ogni partita fosse una finale di Champions League. Dai, Andrea, rilàssati. C’è un momento per tutto. Anche per crederci un po’ meno.

Buffon. Un altro ridicolo “processo”

Aveva capito tutto Aldo Biscardi, che nel suo mitico “Processo del lunedì” metteva in burla (anche speculando, ovvio) la vera passione degli italiani: la caccia al colpevole. Mesi fa Gigi Buffon era già stato messo sul banco degli imputati più volte, come ricordato in un mio post (qui). Oggi, il più grande quotidiano sportivo ci ricasca e spara la sua sciocchezza: “due errori di Buffon“. Ora, sul secondo goal l’errore è innegabile, perché il nostro Gigione ha gentilmente passato la palla all’avversario, Mandzukic, il quale, dopo essersi ripreso dallo stupore, lo ha punito a dovere. Ma sul primo goal, no. Il tiro di Alaba parte in una direzione, ma dopo qualche metro viene deviato dalla punta del piede di Vidal. Notare che è un tocco quasi impercettibile, ma l’effetto sulla palla è devastante. Lo si vede bene dalle immagini rallentate. E Buffon che fa? Come ogni portiere sano di mente, appena il tiro parte, si muove immediatamente nella direzione iniziale della palla. Ora, se uno si muove in una direzione, come cavolo fa, contemporaneamente, a tuffarsi anche nella direzione opposta? Eppure, è questo che pretenderebbero, i fatui accusatori che parlano di “errore”. E così, ecco servita la pezza d’appoggio per i milioni di odiatori della Juve che infestano la penisola. I quali, come Mandzukic, non credono ai loro occhi, ma, dopo essersi ripresi dallo stupore, rovinano le pacifiche discussioni a chi di calcio ne capisce qualcosa, o almeno usa il buon senso.