Sentenza “epocale”, la mattina dopo

Di epocale, ovviamente, non c’è assolutamente nulla. Che differenza volete che faccia questa piccola goccia, nel mare magnum della demonizzazione? Epocale è solo lo sforzo della sinistra e di tutte le sue tenaci ramificazioni: più di 50 processi, migliaia di trasmissioni tv e radio, decine di migliaia di editoriali, milioni di ospitate, miliardi di giuristi, cantanti, banchieri, attori, magistrati, presentatori, scrittori, comici, premi nobel, nani e ballerine. Tutto per una sola, misera condanna definitiva. Senza contare che ieri è crollato anche il falso mito del Berlusconi che si autoassolve con le leggi ad personam. Effetti collaterali, che col tempo avranno a loro volta i loro begli effetti. Per il resto, tutto secondo le aspettative: i “migliori” di cui sopra sono già tutti lì che festeggiano a reti unificate, compresi i social media. Lasciamoli sfogare, celebrare con la consueta misura e lungimiranza la sconfitta della mafia, della corruzione, dell’evasione fiscale, della burocrazia, congratularsi vicendevolmente per il loro alto senso delle istituzioni e la loro magnanimità. Quanto a Berlusconi, nel videomessaggio è apparso colpito duramente, ma non vinto e non umiliato. Anzi, ruggente e determinato. Giuliano Ferrara lo ha chiamato giustamente “prigioniero libero” (qui). Ma come dice giustamente zamax, ciò che sta venendo sempre più a galla è la cosa più importante di tutte: la grande mistificazione operata dalla sinistra, di cui Berlusconi è solo l’ultimo bersaglio (qui). Ieri, riferendomi all’interdizione, scrivevo: “Ma se invece, la butto lì, questa misura finisse per ritorcersi contro le intenzioni dei nostri zelanti applicatori della legge e contro le mire dei loro fan de sinistra?” Oggi che l’interdizione non c’è ancora, estendo la stessa considerazione alla condanna. Giustizia sarà fatta.

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Il bello e il brutto

Ieri sera il mio ex professore di filosofia Stefano Zecchi ha parlato della sua idea di bellezza a un incontro pubblico (qui). Tra le cose dette, una in particolare mi ha colpito. Al suo figlioletto che gli chiedeva che mestiere facesse, lui ha risposto così: “Dico che cosa è bello e che cosa è brutto.” Il figlio, meravigliato, ha chiesto: “Ma allora tu sai tutto quello che è bello e tutto quello che è brutto?” E lui, per non tradire le aspettative create, ha dovuto rispondere di sì. Il figlio ne è stato immensamente rassicurato. Anche a me rassicura, che ci sia qualcuno che sappia cosa è bello e cosa è brutto, e che non si fermi alla sciocca affermazione “Non è bello ciò che è bello, è bello ciò che piace.” Lo trovo anche coraggioso, in un’epoca sostanzialmente indifferente al bello, se non, appunto, nella sua forma più piatta, anestetizzata, puramente soggettiva. La bellezza, invece, come portatrice di significato, di conoscenza, di valore. E il suo contrario, il brutto, come assenza di significato, negazione del valore della vita. E’ anche per questo che, ai tempi, ho voluto laurearmi con lui.

Patria

eneaC’è un’idea di patria che trovo particolarmente affascinante e attuale. Se ne parla in un capitoletto del libro "Sillabario del nuovo millennio" di Stefano Zecchi, del 1993. Patria, per lui, non è un concetto sovrapponibile del tutto con quello di nazione né con quello di Stato. Patria è qualcosa di più, è la nostra origine. Dunque un luogo indefinibile, che ha delle determinazioni concrete, storiche, ma nello stesso tempo precede le suddivisioni politiche e istituzionali. Un luogo in cui "la terra (ma non quella delimitata dai confini di Stato), la tradizione culturale (ma non necessariamente quella in cui si riconosce la maggioranza della popolazione di una nazione), la lingua (ma non sempre quella ufficiale dello Stato) sono significati particolari che assumono un valore universale". E’ un’idea estremamente vitale e fruttuosa. Infatti permette di superare diverse insidie oggi ancora diffuse: il nazionalismo, cioè quell’idolatria della nazione che in Italia portò al fascismo; l’internazionalismo socialista, che una volta chiamava a raccolta i "proletari di tutto il mondo" e che oggi sopravvive stancamente a se stesso; il cosmopolitismo che sta omologando tutto, e che altro non è se non l’immagine del mercato finanziario globale; il razzismo; e infine quelle censure che ci impediscono di guardare con serenità al nostro passato, e che ingabbiano ancora il discorso pubblico tra fascismo e antifascismo, come se fossimo rimasti intrappolati nel 1950. Il riferimento culturale di questa idea di patria è la pietas del latino Cicerone, ma l’apertura è verso il futuro. "Solo quando impareremo ad amare il sentimento della pietas, ad assumere consapevolmente su di noi la Storia che ci ha determinati, la forte identità  patria ci consentirà di riconoscere come non nostra la terra degli altri. La pietas è rispetto e devozione per la terra dei padri – la nostra patria -, e rispetto e devozione per la terra che non è la nostra patria. Questo sentimento costruisce il solo e autentico cosmopolitismo, l’unica e possibile società multirazziale in cui l’individualità non viene minacciata, perché continua a conservare l’identità della propria origine".

La Bibbia in tivù? “Ma io la tivù non la guardo più”

papatvGli intellettuali italiani dovrebbero andare a lezione di modernità dal mio Ratzinger, altroché!

"La vita è sempre moderna", scriveva nella seconda metà del novecento l’architetto utopista Frank Lloyd Wright nel bellissimo saggio "La città vivente". Pur facendo parte di una società che viene da molti definita postmoderna, per me quelle parole possono aiutare ancora oggi a capire ciò che è attuale e ciò che non lo è, ciò che è davvero vivo e vitale, e dunque proiettato verso il futuro, e ciò che non lo è.

Fulgido esempio di vitalità, la Chiesa di Benedetto XVI. Nel proporre la lettura integrale della Bibbia in tv, essa si dimostra molto più in grado di capire la modernità rispetto ad altri pensieri. In particolare rispetto a quell’humus in cui oggi viene allevato l’intellettuale italiano, e cioè quel mix di pensiero marxista, scuola di Francoforte, Marshall MacLuhan ("Il media è il messaggio"). Ingredienti non sempre tutti presenti, ma tutti fortemente radicati. La Chiesa oggi li scavalca con l’agilità di una ragazzina di duemila anni, facendo tesoro della tradizione inaugurata nel novecento da don Alberione, il fondatore di Famiglia Cristiana, e portata al suo apice dal precedente papa Karol Wojtyla, il cui corpo martoriato dalla malattia ha fatto, in presenza e in immagine, il giro del mondo, con il suo valore di testimonianza radicalmente cristiana. All’inizio del terzo millennio e davanti a tutta l’umanità, il Papa è stato figura di Cristo.

Nel mondo intellettuale italiano, da anni si sprecano pensieri e analisi sulla tv, ma il risultato è sempre lo stesso, e lo si vede bene oggi dalla versione ultrasemplificata che irretisce sempre più esponenti di diversi settori della società italiana, compresa la comunicazione: "Io la tv non la guardo più". Anzi, nemmeno ce l’ho, che è anche più chic. Quando te lo dicono scrittori, autori, giornalisti, redattori, pubblicitari, producer, il fenomeno è consistente. Oppure: “L’uomo di cultura in tv si sputtana”. Oppure: “La tv è diseducativa”, dicono altri, tanti insegnanti di scuola, e in certi ambienti cattolici. "La tv non è veritativa", è arrivato a dire perfino uno come Giuliano Ferrara, che la tv la conosce e la fa. E’ certamente vero che buona parte dei programmi fa schifo, ma separare nettamente cultura e tv ha effetti nefasti. Il più grave è che si crea nei giovani il falso pensiero che cultura e modernità debbano essere per forza in contrasto. Probabilmente all’intellettuale italiano di oggi questo non interessa molto, perché lui ha già cancellato dal proprio vocabolario le parole modernità, cultura, futuro, insieme a tanti altri concetti ormai per lui senza significato. Per me invece, sulla scorta di alcuni spunti del ministro Bondi e del filosofo Stefano Zecchi, occorre pensare a un’alleanza tra la cultura e la tv, tra la scuola e la tv. Un rapporto più stretto, magari una sana competizione, non più quella sterile (e a volte anche ipocrita) demonizzazione del mezzo più diffuso e più potente del mondo. L’ha capito la Chiesa, universalmente tacciata di essere retrograda. Noi laici, credenti e non, che siamo tanto trendy e sgamati, vogliamo essere da meno?

C'era un comunista che aveva ragione / 1

ebloch3"Noi ci troviamo su un terreno fabbricabile e non in un paradiso"

Non sono ironico, è esistito davvero. Si chiamava Ernst Bloch, e nessuno lo conosce perché è finito nel dimenticatoio. Ma perché è finito nel dimenticatoio? Zecchi spiega qualche ragione nell’introduzione a "Utopia e speranza nel comunismo" (Ripubblicato da Ananke, 2008).

Ernst Bloch era un professore universitario nella Germania Est degli anni ’50. Non iscritto al partito, ma ben visto dal regime in virtù della sua fama internazionale. A quell’epoca c’era un alto tasso di scolarità (75%), e gli studenti erano quasi tutti figli di operai o contadini. Inoltre vigeva una regola per cui "gli studenti erano tenuti a rimanere per sei settimane all’anno nei centri di lavoro industriale e agricolo, anche se i loro studi erano di carattere letterario e filosofico". Inizialmente i rapporti tra operai e studenti non rano idilliaci, tanto che durante una rivolta operaia nel ’53 gli studenti si schierarono con la polizia. Ma le cose cambiarono nel giro di pochi anni. "Il contatto reale degli studenti con il mondo operaio e contadino matura il dibattito sulle condizioni di lavoro, sulla sua organizzazione, sulla funzione operaia, sul potere statale. Nel ’56 (su una rivista studentesca, ndr), gli studenti si domandano: "dov’è finita la funzione dirigente della classe operaia?"" Negli stessi anni Bloch si accorge di una pericolosa involuzione del sistema: lo stato-partito, nato per comandare a nome dei lavoratori, si sta trasformando in una macchina burocratica lontana e oppressiva. La sua critica viene sintetizzata in un’immagine: "Noi ci troviamo su un terreno fabbricabile e non in un paradiso". La sua proposta era che gli intellettuali fungessero da catalizzatori delle reali esigenze degli operai e le trasformassero in teoria filosofica utile per una migliore prassi politica. A loro volta gli intellettuali potevano trarre profitto dalla pratica politica, creando così un circolo virtuoso. L’intellettuale sarebbe diventato l’anello di congiunzione tra i lavoratori, coi loro bisogni, e il partito, ossia lo Stato, visto che Stato e partito comunista praticamente coincidevano. A questo punto, però, avviene la reazione dello stato-partito. Gli intellettuali asserviti al potere accusano Bloch di idealismo – che in regime di materialismo è come dire, appunto, eresia. L’accusa si basava sulle concezioni filosofiche di Bloch, non ortodosse perché davano centralità a elementi estranei alla dottrina marxista. Concetti come speranza e utopia, per esempio, o una "concezione giudaico-cristiana della storia". Ma dietro l’attacco culturale c’era in realtà la lunga mano del partito, il cui ragionamento era un po’ più rozzo: la Germania dell’Est, così com’è, è la perfetta realizzazione del comunismo. Di conseguenza gli operai e gli intellettuali che non ne sono convinti hanno qualcosa che non va, sono possibili destabilizzatori, agenti stranieri al soldo del capitale o altro. Risultato: vengono aboliti i "comitati operai" e vengono messi in stato d’accusa gli intellettuali come Bloch, ostili al totalitarismo burocratico di eredità staliniana.
(continua)

Libri in valigia

Spero di non riuscire a leggerne manco uno, sopraffatto dal mare, dal sole, dal divertimento, dalla spensieratezza, dalla gioia trasmessa dal nugolo di nipotini indemoniati. Ma conoscendomi, me li porto dietro lo stesso.

Utopia e speranza nel comunismo. La prospettiva di Ernst Bloch, Stefano Zecchi, Ananke.

La terra desolata, Thomas S. Eliot, Feltrinelli.

La Bibbia,
Dio.

Il milione
, Marco Polo, edizione illustrata per ragazzi dell’Editrice Boschi, 1961, recuperato personalmente in una cantina.

Meridiano di sangue, Cormac McCarthy, Einaudi.

Dunque un saggio, della poesia, il libro dei libri, un racconto di viaggio e un romanzo, perché chissà di cosa avrò voglia. Più un paio di fumettoni gentilmente donatimi dalla Sergio Bonelli, un Tex formato gigante e una raccolta di Agente Alpha. Le mutande, dite? Infilate nella valigia di mia moglie!

Bellezza e speranza / 2

cavalloscultura di Mimmo Palladino (Benevento)

Oggi sulle pagine della cultura del Giornale tre articoli degni di nota (anche se non sono miei).
I primi due di Stefano Zecchi e Giuseppe Conte, due miei fari. Nel 1995 fondarono insieme al poeta Tomaso Kemeny il Mitomodernismo, movimento artistico-letterario che mette al centro della vita civile la cultura, e al centro della cultura la bellezza. Non la bellezza classica, naturalmente, ma un’idea moderna di bellezza, dinamica, vicina alle inquietudini e alle speranze dell’uomo moderno. Al movimento aderirono anche grandi artisti come Mimmo Palladino, ma bisogna ammettere che non ha avuto gran seguito (per ora). Poche iniziative, poca o nulla organizzazione. Troppo poco per contrastare efficacemente la disattenzione, l’ostracismo direi, degli intellettuali italiani di allora (che poi sono quasi gli stessi di oggi) al tema. Eppure. Su di me ebbe un effetto molto profondo, nel bene e nel male incancellabile. Andai all’inaugurazione e ne fui molto impressionato. Parlavano di qualcosa che a lungo, crescendo, avevo considerato un orpello inutile, e anche un po’ ridicolo, fino a quando al liceo avevo scoperto Goethe e i romantici. Zecchi, Conte e gli altri parlavano della bellezza con entusiasmo, come di una cosa viva. Con speranza ma insieme direi quasi con sofferenza, come di un tesoro prezioso da preservare e da tramandare. Con fedeltà. Me lo immaginavo come uno di quegli oggetti magici, non so, una spada, che in una saga viene passata di mano in mano, nel buio e nel segreto, avvolta in una coperta e nascosta in mezzo a oggetti senza valore per dissimulare il suo vero potere… ma capace alla fine del dramma di scatenare tutta la sua potenza salvifica… Ed era anche una sfida: come fare a rimettere la bellezza al centro della vita moderna, rinnovata ma pur sempre legata all’origine? L’articolo di Zecchi (qui) la pone all’origine della storia dello Stato di Israele, l’articolo di Conte (qui) mette in luce l’attuale atteggiamento di educata indifferenza della cultura italiana per il tema.

L’altro articolo è il pezzo di Caterina Soffici (qui) contro il bollito Gianni Vattimo. Da applausi.