Quei surreali festeggiamenti

Vale la pena fare qualche considerazione sui surreali festeggiamenti di sabato davanti al Quirinale. Non solo dal punto di vista politico, ma anche simbolico, per capire com'è messa, mentalmente, la sinistra.

1. Per prima cosa, quel rito del capro espiatorio va messo in parallelo con il precedente applauso liberatorio, in aula, per Monti. Non fatevi ingannare dai dettagli, ma andate alla sostanza: in un caso è un andare "contro" sempre e comunque, mentre nell'altro caso è un essere "a favore" a prescindere. Cos'hanno in comune? Cervello, zero. Politica, zero. In realtà, "capro espiatorio" e "salvatore della patria" sono due facce della stessa medaglia. Una medaglia di latta. Un modo di pensare che non si fonda sulla faticosa costruzione di un'opzione politica, ma sulla sterilità politica. Sterile è, infatti, il facile tentativo di distruzione dell'avversario trasformato in nemico, e sterile è anche il simmetrico richiamo alle "istituzioni", alla "costituzione", alla "responsabilità", che sono il fondale della politica, ma non costituiscono un'opzione politica, come si sforzano inutilmente di farci credere da anni. Da qui viene anche il ridicolo entusiasmo preventivo per quello che viene definito "governo del presidente" (titolo di Ezio Mauro, ieri!!). Insomma, quei poveretti in piazza, in parlamento e sui giornaloni forse credono davvero di essersi liberati di una minaccia reale alla democrazia, che si meritava l'ordalia infinita di antipolitica, di pm compiacenti, di intercettazioni a senso unico, di commenti stranieri sbandierati con orgoglio, in perfetta tradizione antiitaliana, di ore e ore di autoconsolazione quotidiana. Ma non è così. In realtà, quella minaccia non è mai esistita, è sempre stata solo il frutto della loro stessa mentalità. E' un cerchio tra incubo e rito tribale, è fatto apposta per eternare se stesso, e può essere spezzato soltanto da una loro inziativa: scegliere la loro identità politica, e cioè diventare socialdemocratici. L'unica cosa costruttiva, ma l'unica che si rifiutano di fare. Che sabato sia stata solo l'ennesima illusione del gran finale col botto, lo si vede anche dai particolari, come il ripetersi del vecchio rito del lancio delle monetine, tipico dei “sinceri democratici” di vecchia tradizione anti-Craxi e anti-Dc. Ieri Rafael, oggi Quirinale, domani chissà.
 
2. Gli allegri sbandieratori fingono di non sapere che sconfitti erano e sconfitti sono rimasti. Non solo nelle urne, ma anche e soprattutto dopo. Infatti, u
n sistema bipolare, per stare in piedi anche dopo Monti, ha bisogno di due gambe. E se il centrodestra in questa tornata si è dimostrato essere poco più di una mezza gamba, incapace di reggere da solo e fino in fondo la responsabilità di governo, dall’altra parte non c’è proprio nulla di nulla, nemmeno un moncherino, un osso, un unghia. Niente. In tre anni, non sono riusciti a mettere insieme un'alternativa che fosse più credibile di quel governo che hanno fatto di tutto per fare apparire come il meno credibile della storia dell'umanità. Né i famosi mercati, né l'Europa, né Obama, né Sarkozy – insomma, nessuno degli impiccioni che amano tanto farsi i cazzi nostri – nessuno al mondo ha giudicato che ci fosse in giro una parte politica più credibile di Berlusconi. Come, invece, è accaduto in Spagna e in Grecia. Come accadrebbe anche in America, Francia etc. In questo ambito, i meglio commentatori non sono da meno: non se ne vede manco uno che metta al muro il Pd per questo motivo. Ieri c'era l'emergenza B, oggi c'è l'urgenza di incensare Monti. Forse aspettano che Monti gli conferisca la loro identità politica con un bel decreto legge? Bah.
 
3. Tutto quel ridicolo sventolare di bandiere tricolori dovrebbe servire, secondo loro, anche a un’altra cosa. A dire: l’Italia è cosa nostra.
Ma davvero gli sventolatori della mia bandiera vorrebbero farmi credere che la mia parte politica non è italiana? Che il mio voto non era valido perché è andato per 5 volte all'occupante straniero? Forse all'austriaco? Al franzoso? Al barbaro? Ma mi facci il piacere, direbbe Totò. Vedi anche il giornale servo del Pd, l'Unità, che parla – ma chi se lo aspettava! – di “Liberazione”. Liberazione dall'occupante straniero, appunto. Del resto, lo aveva detto meno di un mese fa, Bersani: “Liberate il Molise, che noi libereremo l'Italia!” Come politico non vale una cicca, ma come profeta ha un grande futuro, sto Bersani.
 
Morale: questa è la mentalità e, statene certi, tra solite reticenze e soliti attacchi frontali, non finirà tanto presto.
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Un soldato contro mille uomini

Una nazione intera, Israele, ha atteso per anni la liberazione di un singolo suo soldato, Gilad Shalit. Milioni di uomini per un solo uomo. Alla fine, pur di farlo tornare a casa, ha accettato di scambiarlo con 1000 criminali palestinesi, tra cui centinaia di terroristi. I quali torneranno di sicuro a fare l'unica cosa che sanno fare: ammazzare israelani innocenti. Ora, la prima domanda che ci si può fare è questa: è giusto che la vita di un solo uomo abbia questo prezzo? Poi, però, si può anche rovesciare la questione e pensare al significato di quanto sta accadendo. Quando un uomo arriva a valerne 1000, ed è sostenuto da altri milioni, significa che è in atto qualcosa di più grande di lui. Qualcosa che spinge lo stato a giurare di riportare a casa ogni singolo soldato. Un giuramento sacro, un impegno che lo stato israeliano prende nei confronti di tutte le famiglie. Perché sa che in ogni singolo soldato israeliano si intrecciano tragicamente la cultura della vita e la necessità della guerra. Con quel patto, il valore del singolo si innalza a un livello superiore, diventa collettivo, simbolico. Inoltre, se confrontiamo tra loro i due mondi che confliggono in medio oriente, ecco che l'aspetto "numerico" di questa vicenda sembra volerci dire anche un'altra cosa: quale sia il valore assegnato alla vita delle persone nelle due culture contrapposte. Lo stato degli ebrei mette su un piatto della bilancia un solo uomo. I suoi nemici, per riequilibrare la bilancia, ne devono mettere 1000.

Segnalo un bel pezzo di Giulio Meotti sul Foglio in edicola ieri. Online, purtroppo, solo per abbonati (qui).

Il papà buono

Essendo ancora troppo presto per un vero bilancio storico e politico, il mio interesse per Silvio Berlusconi attualmente si concentra sul lato simbolico della sua figura. Ultimamente, lo si vede più che altro tacere imbronciato, e quando parla si stenta a riconoscerlo, tanta è la serietà e il malumore. Ed ecco che, piano piano, gazie a questa immagine si rende sempre più evidente tutta la falsità, la malafede, la cattiveria, del ritratto che ha dominato in questi anni sui giornaloni e nei programmoni di approfondimento, ma non nelle urne, per fortuna. Quel ritratto che lo ha voluto vedere a tutti i costi come un dittatore spietato, una persona orribile, il nuovo Mussolini, il Male Assoluto etc. E invece, guardatelo: il suo vi sembra un atteggiamento da dittatore, da mostro, da prevaricatore? Un vero dittatore starebbe mandando gli squadristi sotto casa dei magistrati, o si starebbe divorando tutto, ricchezze e figli, dissipando, sfasciando, incendiando ogni cosa in un'ultima notte di bagordi e cupio dissolvi. Tipo: il mondo è mio, lo stato sono io, io sono l'alfa e l'omega. Invece, niente di tutto questo.
E siccome chi ha diffuso quel ritratto era in malafede, ma non del tutto stupido, ecco che qualcuno comincia già a cambiare atteggiamento verso di lui. Di Pietro parla con lui e smette di dargli del dittatore, il giornalone Repubblica a proposito della Val di Susa fa i distinguo da Grillo, e dice che l'Italia non è una dittatura (anche Santoro, mentre tratta con La7, sventola il vecchio contratto di Mediaset come esempio di libertà di espressione, ma il suo è un caso diverso: puro opportunismo). Sono solo piccoli segni, certo, ma segnalano un cambiamento. Permettono di vedere finalmente anche ai ciechi e ai sordi volontari che quel ritratto era pura fiction. Era solo una delle parti della commedia: il vecchio parruccone che si finge giovane rivoluzionario. E' questa, la parte che il grande circo dell'informazione italiana si è assunta con gioia per anni. Risultato: i sedicenti veri progressisti hanno rifiutato in blocco il fenomeno politico più moderno del dopoguera, e si sono adeguati con gioia al mantenimento del vecchio, coltivando alla grande il più vile conformismo.
Come dicevo, toccherà agli storici rendere giustizia al berlusca, perché il tempo è gentiluomo. Intanto, un piccolo appuntino a futura memoria. Silvio Berlusconi, come imprenditore ha fatto i suoi sporchi interessi, come ogni imprenditore sano di mente, ma ha fatto anche la felicità di decine di migliaia di persone: i dipendenti delle sue aziende e quelle del loro indotto. Come politico, invece, è stato fin troppo buono. E questo è stato forse il suo errore più grosso. E anche per questo, oggi, siamo nelle canne con i conti pubblici. Infatti, non ha mai fatto ciò che sarebbe stato necessario fare per il bene dell'Italia: dare un calcio nel culo ai fannulloni, tagliare senza pietà le spese morte e le tasse, smaciullare gli ordini professionali, le corporazioni feudali. Ricordiamocelo, perché sarà scritto nei libri di storia: non ha licenziato nemmeno un dipendente pubblico, dico uno, a differenza di ciò che è successo in Inghilterra e in Spagna in questi stessi anni.
Così come non è stato affatto il nuovo Mussolini, non è stato nemmeno la nostra Thatcher o il nostro De Gaulle (intesi come riformisti duri e puri). E oggi tace e medita, e guarda con benevolenza il fido Angelino – che Dio lo abbia in gloria – che prova a porre le basi per il futuro del PDL, il primo e unico partito moderno dell'Italia repubblicana. In definitiva, nella grande famiglia italiana, Berlusconi è stato ciò che ha sempre voluto essere anche nella sua azienda e nel Milan: il papà buono. Quello che non ti toglie la paghetta nemmeno se vieni bocciato trenta volte di fila. Perché somiglia molto, troppo, alla mamma.

Amici di Israele

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Prima visita in Europa di Benjiamin Netanyahu come primo ministro israeliano. Dove? In Italia, dall'amico Silvio (qui). Per ricambiare la visita dell'anno scorso, di cui questo blog ha già parlato (qui). Memo: per conoscere l'unica democrazia in medio-oriente, la sua storia, il suo spirito, le sue contraddizioni e la sua vitalità, tanti eventi e incontri a Milano, questa settimana (qui) e (qui).

Richard Wagner: l'originalità e l'universalità dell'arte

Dopo un post sulla Scala di Milano (qui) e uno sulla Valkiria di Wagner (qui), affronto oggi con la consueta modestia un'impresa da nulla: spiegare agli artisti quale sia il loro compito per il futuro.

Prendo spunto da un commento (purtroppo anonimo) a quei post:
"Se si parte dall'idea che "bisogna farsi capire da tutti", si finirà inevitabilmente per degradare poco o tanto la forma e il contenuto dell'arte."

Chi la pensa così ha certamente delle ragioni. La storia dell'occidente ha conosciuto l'arte come espressione di eccezionalità e di originalità, e sono d'accordo che questo aspetto vada conservato. Inoltre, veniamo da un secolo, il Novecento, in cui l'arte ha almeno in parte cercato di salvare questa eccezionalità di contenuto e di forma ricorrendo ai più diversi stratagemmi. Ma ora è venuto il momento di guardare in faccia il risultato finale. Oggi nell'arte si è smarrita la cosa più semplice: la comunicazione di un significato originale e universale.

I contenuti – quando non è la solita sterile provocazione alla Cattelan – l'arte li attinge dalla melassa del politically correct (ecologismo, pacifismo, terzomondismo etc.). Ma a che mi serve l'arte, se ha le stesse idee del dj Linus, Alba Parietti, Claudio Bisio e Gino Strada? Quanto alla forma, l'arte la ruba da altre forme di espressione: la moda, la pubblicità etc. Oppure dal passato, come citazione. Ma allora preferisco gli originali.

L'arte ha rinunciato a cercare – o comunque non ha trovato più – un proprio linguaggio, come era sempre stato in passato. Invece di rappresentare il linguaggio dell'eccellenza, che guida e ispira gli altri, è diventato il linguaggio che ricicla gli altri. Da re della foresta a insetto stercoraro.

Per tornare al commento, per me questa è già una "degradazione" più che sufficiente.

Ora, come si fa a uscire da questo vicolo cieco? Proposta: guardare a un esempio del passato. Non certo per imitarlo o riproporlo così com'è, che sarebbe ancora più triste. Ma per coglierne l'essenza e cercare magari di riproporla in veste nuova e inaspettata. Questo esempio è Richard Wagner.

Di Richard Wagner voglio sottolineare un solo aspetto: l'universalità e l'originalità del contenuto e della forma. Al di là delle specificità tecniche della sua idea di arte (l'opera d'arte totale: Gesamtkunstwerk), ciò che più conta è il suo uso del mito. Il mito non è usato come recupero archeologico, né come sterile citazione, ma come contenuto universale espresso in una forma universale (nello specifico: parola, musica e azione scenica). Il mito parla a tutti noi della cosa più importante: la nostra origine e il nostro destino. E' comprensibile al popolo, alla borghesia, all'aristocrazia, ai colti e agli incolti. Per capire il mito non devi nemmeno essere alfabetizzato. Piccolo paradosso: com'è che oggi, che in occidente siamo tutti alfabetizzati, l'arte o non si capisce più o non sa più dire nulla di originale?

Forse perché il 99,99% degli artisti è convinto che l'originalità coincida con la novità, e la novità con la sperimentazione. Ma questa strada è un vicolo cieco, non si può andare avanti all'infinito senza ripetersi all'infinito. La vera originalità è altrove. Oggi per essere originali bisogna tornare a interrogarsi sull'origine, con le grandi domande di sempre: chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo. Certo, i relativisti, i nichilisti, gli intelligentoni rideranno beffardamente di questo tentativo, ma caspita, un artista deve essere un artista, non una mammoletta.

Il serbatoio delle illusioni e quello del veleno

Leggendo due post di Christian Rocca, uno su Nichi Vendola e uno sul quotidiano la Repubblica, mi è scattato il metaforone: come politico, l'obama del tavoliere non fa altro che attingere all'inesauribile serbatoio delle false illusioni (qui); il quotidiano forcaiolo, invece, è il più grande serbatoio di veleno per il discorso pubblico in Italia (qui). Che i due serbatoi siano comunicanti?

Aneddoto molto istruttivo

Il calcio è un piccolo mondo in cui si specchiano le cose belle e le cose brutte del mondo circostante, come in un pallone dalla superficie riflettente. Piccolo esempio: Campionati Europei 2004. Danimarca-Svezia era una sfida cruciale per le qualificazioni al turno successivo. Per una serie di circostanze troppo lunghe da spiegare, le cose stavano così: in caso di vittoria di una delle due squadre, sarebbe passata solo lei; in caso di pareggio, dipendeva dal risultato; se però pareggiavano 2-2, sarebbero passate tutte e due. Siccome anche l'Italia faceva parte dello stesso girone, le malelingue nostrane si scatenarono: "Vedrete che si metteranno d'accordo!" insinuavano. Ma per fortuna in Italia esiste anche l'antidoto al pregiudizio infondato, ed è tutta quella schiera di illuminati sempre pronta a riconoscere la superiorità morale degli stranieri: "Siete la piccola italietta chiusa e retriva!" rispondevano costoro, "Loro sì che sono sportivi: vergognatevi e imparate da loro!" Ebbene, la storia dice che il risultato finale fu esattamente 2-2. Non un goal di più, non un goal di meno. A me, nella mia ignoranza piccoloborghese, cominciò a venire un dubbio, per quanto folle: che tutto il mondo è paese (copyright Saggezza Popolare), e che italiani e stranieri siano uguali (copyright Gesù di Nazaret).

La leggenda dei 36 giusti

giotto

Giotto, Giustizia

Secondo una leggenda ebraica, il mondo si regge sulle spalle di 36 giusti la cui identità nessuno conosce. Solo grazie a loro, generazione dopo generazione, Dio risparmia al mondo la punizione per gli innumerevoli peccati commessi dagli uomini: la distruzione.
Non so né dove né quando ho sentito questa storia per la prima volta, ma mi è subito sembrato di conoscerla da sempre. Attorno a quell’immagine così ricca e affascinante sono confluiti spontaneamente pensieri prima dispersi qua e là nella mia testa.

La storia prende spunto dal passo dell’Antico Testamento in cui Dio scende a patti con Abramo promettendogli che non distruggerà Sodoma e Gomorra a condizione vi si trovino dieci giusti (era la prima lettura l’altra domenica, Genesi 18,20-32). L’episodio è interessante perché è uno dei pochissimi in cui la giustizia divina viene messa in discussione. Tra Abramo e Dio avviene una trattativa sul numero minimo dei giusti. Abramo ottiene una fortissima riduzione, ma sappiamo che fine abbiano poi fatto le due città. Come nel diluvio universale, il creatore ha esercitato una sua prerogativa: la possibilità di annichilire il creato.
Al contrario, nella leggenda si parte dal dato di fatto che il mondo continua ad esistere e si dà la spiegazione del perché. È come se si rispondesse alla domanda: perché Dio, malgrado tutto il male commesso dagli uomini, non ha ancora distrutto il mondo? In questo quadro, la giustizia assume un’importanza cruciale. Su di essa si gioca la sopravvivenza stessa dell’uomo.

Per comprendere meglio quale idea di giustizia pervada la leggenda, guardiamola più da vicino. Su un piatto della bilancia vediamo quantità incalcolabili di uomini, ciascuno portatore di una quantità incalcolabile di peccati; sull’altro piatto solo i trentasei giusti. Eppure la leggenda ci dice che quei trentasei sono sufficienti a spostare l’ago e a far cambiare idea al giudice supremo! Di fronte a questa scena, il nostro sentimento è duplice. Da una parte, viene offeso il nostro senso istintivo della giustizia, che ci porta a misuraree a confrontare tra loro le quantità: ad ogni peccato dovrebbe corrispondere una certa pena, ad ogni peccatore dovrebbe corrispondere un giusto. La leggenda, però, sembra suggerire che c’è un altro modo di guardare alla faccenda. Dio, infatti, malgrado l’evidente sproporzione quantitativa, risparmia il mondo. Quindi, o Dio è ingiusto o siamo noi che dobbiamo cambiare prospettiva. Posti di fronte a questo, ecco che comincia a risuonare dentro di noi un’altra idea di giustizia, più ampia e più profonda. La leggenda ci mette sulla giusta strada tramite la sua cifra dominante: l’incommensurabilità. Incommensurabile è, innanzitutto, l’infinita potenza di Dio rispetto all’infima condizione dell’uomo. Infima sia per quanto riguarda la potenza, sia la moralità. Ma l’incommensurabilità domina anche all’interno dell’ambito umano, dove non esiste rapporto tra l’esiguo numero dei giusti e l’incalcolabile numero dei peccatori. Questa incommensurabilità (cioè: non misurabilità) può essere letta come un invito ad abbandonare la misurazione per concentrarci su altro. Ma cos’è che può riportare la bilancia in equilibrio? L’unica possibilità è che ciascuno dei giusti possieda un peso specifico moraleenormemente superiore a quello degli altri uomini. Un peso specifico, appunto, incommensurabile. Avviene, così, uno spostamento di significato. Non è nella quantità, che va cercato il vero significato della giustizia, bensì nella qualità.

A questo punto si apre un’altra questione: chi sono questi uomini giusti?

La leggenda non fornisce i nomi. L’anonimato rende, in un certo senso, più accettabile il tutto. Infatti, il giusto deve possedere un’aura speciale difficilmente conciliabile con la prosaicità di un nome e un cognome. Una traccia di questo stesso tema la ritroviamo anche nei supereroi dei fumetti, la cui vera identità deve rimanere ignota agli altri. Oppure, per converso, si pensi alle cause di santificazione di uomini vicini a noi nel tempo, uomini su cui sono circolate molte più informazioni rispetto agli antichi: non è forse vero che ci riesce molto più difficile accomunare questi uomini a quei santi di cui abbiamo visto solo le reliquie o antiche raffigurazioni?

Lasciando irrisolta la domanda sull’identità, l’anonimato ha anche un’altra funzione. Ci porta a farci un’altra domanda: chi è l’uomo giusto? Quali sono le sue caratteristiche? A quale classe sociale appartiene, a quale sesso, a quale religione, a quale nazione? Anche questa domanda rimane senza risposta, ma indirettamente stimola una quantità di riflessioni. Non essendoci nome e cognome, nazione, religione, sesso, l’uomo giusto potrebbe essere uno qualunque dei miliardi di esseri umani oggi viventi, anche qualcuno di molto vicino a noi. Forse noi stessi? Non essendoci nemmeno l’indicazione di un ruolo sociale, ci viene detto che non c’è carica pubblica, istituzione o censo che possa garantire automaticamente la rettitudine della persona. Il giudice al pari dell’imputato, il ricco al pari del povero, il bianco al pari del nero, il cristiano al pari del musulmano: nessuno è automaticamente né giusto né ingiusto. Si può anche dire che, sempre indirettamente, la leggenda mostri un certo grado di scetticismo verso le istituzioni, perché è evidente che una qualsiasi tra le istituzioni preposte alla giustizia in uno qualsiasi dei paesi del mondo conti un numero di cariche ben superiore a trentasei. Questo scetticismo nelle istituzioni umane, tuttavia, è funzionale all’indicazione di un ordine gerarchicamente superiore, tanto grande da comprendere al suo internola stessa esistenza del mondo. Qui si parla di una giustizia di tipo diverso dalla corretta applicazione delle leggi umane. L’appellativo di “giusto” rimanda evidentemente a un ordine superiore.

C’è poi l’indicazione che ogni generazione possiede un identico numero di giusti. Letto con gli occhi di oggi, questo messaggio universale sfida l’idea di progresso, idea moderna che prevede il costante miglioramento dell’uomo anche dal punto di vista morale, un’evoluzione della specie anche per quanto riguarda la coscienza. Nello stesso tempo, va contro il falso mito dell’età dell’oro, intesa come realtà migliore ma ormai non più attingibile – “Una volta sì che c’era la giustizia! La giustizia è morta!”. Dunque, niente progresso e niente età dell’oro. Eppure non si può dire che sia una visione rinunciataria, perché lascia aperta la porta alla speranza. Infatti, ci dice che gli uomini giusti continuano a esistere e che il mondo sta in piedi grazie a loro. Dunque anche noi possiamo avere esperienza della giustizia. E chi di noi può dire di non averla mai provata, cioè di non essere mai venuto a tiro di un giusto?

In definitiva, c’è la presa d’atto realistica di un mondo pervaso dal male, ma c’è anche lo slancio utopi
co laddove si riconosce che il bene continua a lasciare una traccia salvifica. La giustizia sulla terra è un’esperienza tra le più rare, ma non è impossibile. Può ben accadere che non si ottenga giustizia nei tribunali o nel lavoro o a casa propria, ma qualcuno da cui la potresti ottenere, magari anche domani, c’è. L’influsso di questi uomini sul mondo è tanto nascosto quanto decisivo. Gli atti di giustizia, pur essendo numericamente esigui, avvengono di continuo e sono la cosa più importante di tutte.

Ps. Segnalo una bella iniziativa dello Stato di Israele legata a questa leggenda (qui).

Il milite noto

Qualche piccola riflessione sparsa sulla guerra, da spunti diversi ma convergenti sulla figura del soldato.

Dopo la Prima guerra mondiale in Europa è nato l’uso di dedicare una statua alla figura del soldato senza nome, il milite ignoto, in rappresentanza di tutti i caduti. Un segno che la guerra aveva ormai assunto una forza spersonalizzante mai avuta prima. Quella che Ernst Jünger chiamò "guerra di materiali" e non più di uomini in armi.

Un paio di domeniche fa ho visitato il cimitero di guerra del Commonwealth (Gran Bretagna, Canada, Australia, Nuova Zelanda) al parco Trenno di Milano, dove sono sepolti i loro caduti della Seconda guerra mondiale. Sarà stato l’ordine delle croci bianche allineate, o l’erbetta più verde, più folta e perfettamente rasata, o la siepe tutt’intorno, o i tre grossi alberi, o il silenzio, ma mi pareva che in quel fazzoletto di terra facesse meno caldo che nel resto del parco. Ogni soldato una croce, ogni croce un nome.

Sul blog di Giulio Meotti, a proposito del soldato israeliano Gilad Shalit rapito più di mille giorni fa da Hamas e dimenticato dalle ONG, si legge: "In Israele non c’è neanche un monumento al milite ignoto. Ci sono tombe sul Monte Herzl persino senza corpi, ma con già il nome e la placca. In attesa che li riportino “a casa”" (qui).

Nel Gesù di Nazaret, Ratzinger commentando il versetto del Padre nostro "sia santificato il tuo nome", scrive: "Dio si rivolge a ogni singolo, chiamandolo col suo nome che nessun altro conosce" (pag. 158).

Riposino in pace.