Il Papa e mio nonno

Le dimissioni del Papa non mi hanno sconvolto, perché già un anno fa il Foglio mi aveva messo la pulce nell’orecchio. E poi, avevo già visto mio nonno. Mio nonno si chiamava anche lui Giuseppe, e più diventava vecchio, più si ritirava dal lavoro, dalla “fatica”, come la chiamava lui: prima la sua bottega di falegname, poi la sua vigna, finché si mise a letto e non si alzò più. Con una naturalezza e una rassegnazione che mi sconvolsero. Comunque, se volete capirci qualcosa, leggete Ferrara (qui). Se invece volete capire che cosa sono le ingerenze mondane sulla Chiesa, e le farneticazioni su una Chiesa che sarebbe praticamente ormai sconsacrata, leggete pure gli Scalfari e i Mancusi, su Repubblica e Micromega.

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Se il nuovo nasce giàdecrepito

Un anno e mezzo fa, il cardinale Bagnasco disse di sognare "una nuova generazione di politici cattolici" (qui). Personalmente, ai cattolici che desiderano buttarsi in politica consiglio vivamente di scegliersi altri maestri, diversi dal presidente della Cei. Il quale, ieri, ha dato indicazioni indirette ma illuminanti su come la sogna, questa "nuova generazione", tirando in ballo la famosa "questione morale" (qui). Ora, come i più avveduti sanno, la "questione morale" è la madre dell'anti-politica, cioè il contrario della buona politica. E' il ramo peggiore della politica, quello di chi non sa più a che santo votarsi (pardon, Eminenza), e nascondendosi dietro l'etica e i valori si illude di poter evitare la scelta di fondo tra essere conservatori o progressisti, tra essere liberali o socialisti, tra essere di destra o di sinistra. Quindi, in realtà, quella che sogna Bagnasco è "una nuova generazione di antipolitici cattolici". Ma c'è di più. Forse il presidente della Cei non si è mai accorto che una generazione del genere esiste già e sta già facendo i suoi danni: è il cattocomunismo alla Rosy Bindi (progressisti sui temi in cui la Chiesa è conservatrice, e conservatori sulle questioni in cui la società avrebbe bisogno di cambiamento). Ricordiamo, infine, che la Bindi non è altro che la reincarnazione più florida e paciosa del tetro e macilento Enrico Berlinguer (qui). Quindi, ciò che sogna Sua Eminenza è, in realtà, "una vecchia generazione di antipolitici cattocomunisti".

Il milite noto

Qualche piccola riflessione sparsa sulla guerra, da spunti diversi ma convergenti sulla figura del soldato.

Dopo la Prima guerra mondiale in Europa è nato l’uso di dedicare una statua alla figura del soldato senza nome, il milite ignoto, in rappresentanza di tutti i caduti. Un segno che la guerra aveva ormai assunto una forza spersonalizzante mai avuta prima. Quella che Ernst Jünger chiamò "guerra di materiali" e non più di uomini in armi.

Un paio di domeniche fa ho visitato il cimitero di guerra del Commonwealth (Gran Bretagna, Canada, Australia, Nuova Zelanda) al parco Trenno di Milano, dove sono sepolti i loro caduti della Seconda guerra mondiale. Sarà stato l’ordine delle croci bianche allineate, o l’erbetta più verde, più folta e perfettamente rasata, o la siepe tutt’intorno, o i tre grossi alberi, o il silenzio, ma mi pareva che in quel fazzoletto di terra facesse meno caldo che nel resto del parco. Ogni soldato una croce, ogni croce un nome.

Sul blog di Giulio Meotti, a proposito del soldato israeliano Gilad Shalit rapito più di mille giorni fa da Hamas e dimenticato dalle ONG, si legge: "In Israele non c’è neanche un monumento al milite ignoto. Ci sono tombe sul Monte Herzl persino senza corpi, ma con già il nome e la placca. In attesa che li riportino “a casa”" (qui).

Nel Gesù di Nazaret, Ratzinger commentando il versetto del Padre nostro "sia santificato il tuo nome", scrive: "Dio si rivolge a ogni singolo, chiamandolo col suo nome che nessun altro conosce" (pag. 158).

Riposino in pace.

"Buona domenica"

Venerdì sera, un collega dell'amministrazione incontrato per caso in ascensore mi ha salutato con un inaspettato "Buona domenica". Inaspettato e piacevole, perché nel mondo dei pubblicitari fighetti milanesi il saluto ufficiale del venerdì è "Buon week-end", o "Buon fine settimana", o peggio ancora "Buon fine" o l'odiosissimo "Buon week". Gli dico con ammirazione: "Ormai sei rimasto solo tu a dire 'buona domenica'". E lui: "E perché, gli altri cosa dicono?" Beato te, penso, il fatto di lavorare in amministrazione ti preserva dal contatto col fighettume. Gli sciorino i saluti più in voga, e lui, allontanandosi tra gli ombrelli, mi lascia con un: "No no, la domenica è importante. E' un giorno diverso". Un giorno diverso.

Andando alla fermata del tram, rimugino. Penso che se Dio avesse fatto il week end, invece di riposare solo il settimo giorno, oggi non esisterebbero né gli animali terrestri né gli uomini, creati il sesto giorno. Inoltre, al Signore, al Dominus, sarebbero dedicati non uno ma due giorni (ma da chi, poi, dalle piante, dai pesci del mare e dagli uccelli del cielo?): Domenica 1 e Domenica 2. (Se Silvio sente questa di Domenica 2 mi sa che ci fa una pensata: si fa subito un auto-decreto legge ad personam divinam!!)

Poi, grazie anche all'aria fresca e alla pioggerellina, mi avventuro in un altro pensiero, un embrione di idea filosofica. Il riposo è, per il creatore, il completamento della creazione. Non, quindi, un elemento alieno, inessenziale, accessorio. E' il necessario completamento. Fa parte dell'atto creativo, ne è anzi il culmine. La Bibbia supporta questa idea. Dice infatti Genesi 2:2:

"Il settimo giorno, Dio compì l'opera che aveva fatta, e si riposò il settimo giorno da tutta l'opera che aveva fatta." 

Come si vede, il riposo compare in duplice veste: da una parte è qualcosa di diverso dal lavoro (si riposò DA), ma dall'altra è anche profondamente inerente (compimento): "Il settimo giorno Dio compì l'opera". Il settimo, non il sesto.

Ah, se il mio Ratzinger leggesse il mio blog…

La Chiesa e il suo mite guerriero

Mentre qualche gagliardo tagliatore di teste vorrebbe portare Ratzinger in tribunale, io mi pregio di leggere il suo libro "Gesù di Nazaret" e di segnalare l'ottimo post di zamax sulla Chiesa (qui) ai tempi del "mite guerriero", come è stato giustamente definito da qualcuno. Il suo pontificato nel segno della "chiarezza" e della "testimonianza". La sua idea di dialogo che lo rende incomprensibile, distante, in ultima analisi inviso a "coloro che plaudono alla stracca liturgia del dialogo che i media compiacenti propagano, dove tra vicendevoli complimenti si gira stucchevolmente intorno alle cose". La natura della Chiesa, "natura straordinaria, irriducibile a quella di qualsiasi entità puramente mondana", come insegna il passaggio del Vangelo su Cesare e Dio. Casta meretrix, tanto per usare un po' di latinorum. E per finire, un pensiero alla società: "una società "cristiana" non è una società di fedeli, ma una società che suo malgrado impara dall'esperienza che allontanandosi dal nucleo dei suoi [della Chiesa, ndr] insegnamenti ne paga carissime le conseguenze; cosicché vi ritorna, magari maledicendola. Prima dell'ennesima ribellione e dell'inevitabile pentimento".