Niente panico, l'informazione è nel panico

Orribili, tutti questi strepiti contro la "casta" da parte dell'informazione. Specie considerato il momento di crisi. Va bene, proprio perché è un momento di crisi, i politici dovrebbero ridursi gli stipendi, i privilegi, etc. Va bene, sono stupidi a non farlo, vista l'aria che tira nel popolo etc. Ma l'origine dei nostri problemi economici non è quella. E quindi, gli osservatori che davvero vogliono fare l'interesse dell'Italia, in un momento del genere dovrebbero focalizzare la propria attenzione e quella dei loro lettori sull'origine dei problemi, non sugli ammennicoli. Dovrebbero distinguersi per lucidità di sguardo, come i migliori giocatori sanno fare perfino nel mezzo di un'azione furibonda. Anzi, con lucidità anche maggiore, perché gli osservatori, rispetto ai giocatori, hanno il vantaggio di essere meno coinvolti. In fondo, esercitare lo spirito critico non significa questo? Quindi, i titoloni di prima pagina dovrebbero dedicarli all'origine dei problemi e alle eventuali proposte di soluzione, non agli ammennicoli. Gli ammennicoli, una informazione decente dovrebbe relegarli ai trafiletti. L'effetto cercato dovrebbe essere quello di calmare gli animi, o almeno di non minare ulteriormente quel che resta della fiducia. Perché solo così si può essere davvero lucidi. E invece, ecco tutti i giornali, giornaletti e giornaloni a strepitare in coro contro la "casta". A istigare, come sempre, al sospetto universale. Tutti a soffiare sul fuoco. Perché? Per assecondare gli istinti peggiori? Cioè, per essere comprati da chi ha sete di sangue? Anche, ma non solo. Per marcare la differenza tra la casta dei giornalisti e la casta dei politici? Noi non siamo come loro! Anche, ma non solo. Quelli di destra (Foglio unica eccezione lodevole), lo fanno per pura isteria. Repubblica, invece, lo fa per la sua solita missione etica: far cadere il governo. E il Corriere? Condivido l'opinione di zamax in proposito: "Urlare in coro contro la “casta” vuol dire ubbidire ad un impulso cieco e autodistruttivo, non allo spirito critico. Che lo faccia pure il Corriere della Sera, senza vergognarsene, è un segno che la malattia è profonda e che c’è una fazione, un partito, un’altra casta bella buona, che si prepara a raccogliere le spoglie dopo il macello" (qui). Quindi: autolesionismo, cecità, interesse. Proprio l'informazione che ci serve, nel momento della crisi.

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E se lo scienziato è cattolico?

Eh no, signora mia, lo scienziato non può mica essere cattolico! Non può mica credere che il disastro del Giappone faccia parte dei piani che Dio ha in serbo per il mondo fin dal momento della creazione. Non può mica fare bene il suo mestiere di storico, se è cattolico! Figurarsi, poi, fare bene il vicepresidente del Centro Nazionale di Ricerca. Certo, io che sono tanto liberale, ma tanto liberale, non è che chiedo il lavaggio del cervello, eh, ma almeno un po' di decenza: se proprio ci tiene, le sue idee religiose se le tenga per sé, o le comunichi ai suoi cari la sera a cena, o meglio ancora a Dio, in segreto e senza disturbare. Altro che mettersi a parlare su Radio Maria! Stessa cosa per i politici, eh, che cosa crede? Anche quelli lì, le idee religiose non le devono mai mettere in politica. Eh, no! Ah, signora mia, cosa ci tocca sentire, a noi che siamo aperti di mente, ma tanto aperti di mente.

Ecco, più o meno, cosa dice il tam tam su internet, dopo che il vicepresidente del Centro Nazionale delle Ricerche, Roberto De Mattei, ha espresso su Radio Maria le sue idee sul senso di ciò che è accaduto in Giappone. L'intervento di De Mattei è su youtube (qui). I commenti sotto il video danno un'idea precisa di quanto l'odio e la confusione possano ottenebrare la mente delle persone.

La Valchiria senza la mia Valchiria

valchiria_manifesto_296_360Venerdì mattina, allarmato per l'estinzione progressiva di tutti i biglietti online, anche quelli a prezzi irragionevoli, approfitto del giorno di ferie e mi precipito alla biglietteria della Scala. Chiedo biglietti per le prossime date, scuotono la testa. Mi allarmo ancora di più. Mi offrono l'ultimo biglietto di galleria per la sera stessa: 38 euro. Mia moglie è impegnata, e poi non ci teneva troppo. Lo prendo. Compro il libretto, mi chiudo nella bella biblioteca braidense, come ai tempi dell'università, quando dopo gli esami andavo a leggere libri di e su gli artisti del Novecento. Fa un po' freddino, là dentro, ma pazienza. Mi divoro il libretto e alle cinque e mezza sono a teatro. Raggiungo il mio posto: seconda fila, con colonna davanti. Acc… La prima fila è libera. Che faccio, ci provo? Poi se arrivano i legittimi proprietari mi sposto… manco faccio in tempo a pensarlo, che arrivano padre e figlio e si siedono. Il figlio non sembra convintissimo, forse non sono nemmeno loro i legittimi proprietari. Va beh. Di fianco a me c'è una coppia di anziani spagnoli. Lei a metà del primo atto è già appisolata. Saltano netto il secondo atto, così io posso spostarmi un po' di lato e vedere meglio. Per il terzo ritornano. Quindi l'atto più esaltante e nello stesso tempo più delicato me lo vedo da dietro la colonna. Comunque Richard Wagner è un mago. La sua idea di arte totale, che fonde musica, parola, azione; la bellezza della musica (mi è toccato pure applaudire l'ipocrita Barenboim!!); la profondità inesauribile del mito… Quasi quasi ci torno pure con la mia dolce mogliettina.

Perché tanta violenza?

Il tassista aggredito a Milano. L'infermiera rumena aggredita a Roma. E tanti altri. Certi atti di violenza non possono essere spiegati esaurientemente con motivi "razionali": ideologia, razzismo, sessismo. Né possono essere liquidati come "irrazionali", con la comoda scappatoia del raptus o simili. Se vogliamo capire davvero fino in fondo, dobbiamo andare oltre, evitando comodi schematismi. Tipo: la vittima è extra-comunitaria? Allora di sicuro è razzismo. La vittima è una donna? Allora non può essere altro che sessismo. E così via. Il ragionamento che dobbiamo fare è più ampio. E' un ragionamento di tipo culturale. Dobbiamo interrogarci sul tipo di educazione impartito nelle famiglie e nelle scuole. Soprattutto, dobbiamo chiederci che ne è dei padri. Che ne è della figura paterna? La parola d'ordine "uccidere il padre", che cosa ha prodotto? Risposta: una società mammocentrica, in cui l'istinto viene idealizzato e sciolto da ogni legame con la ragione. E con la base stessa della vita sociale, l'accettazione dell'altro, inteso nel senso più elementare: c'è qualcuno a fianco a noi, davanti a noi in coda, sulla strada, in metropolitana. Questo esito è un fatto naturale, basta guardare all'atteggiamento di tante mamme: qualsiasi cosa faccia il loro bambino è buona, perché è istintiva. Ma l'istinto deve essere messo in relazione con la ragione, quello che dice la mamma con quello che dice il papà, altrimenti le cose si mettono male. Stefano Zecchi ha scritto su Panorama di questo legame tra istinto, ragione, violenza ed educazione in un pezzo che mi trova d'accordo. Al fondo di tutto c'è l'educazione, e al fondo dell'educazione c'è la figura paterna. O la sua assenza. (Qui).

P.S. Ho trovato il pezzo solo su una rassegna stampa, con tutti gli inconvenienti delle rassegne stampa.

Parole dell'odio

bonanni+e+angelettiGuardate questa immagine che ho trovato in rete. Ora focalizzate sulla parola. Che significa "collaborazionisti"? Perché sa di minaccia? Perché sa di vecchio? Che ci fa la faccia del sindacalista Bonanni sotto quella parola? E' un caso che proprio lui sia stato colpito da un fumogeno alla festa del Pd? Le parole sono sempre segni rivelatori di una mentalità e di uno stile. Segni tanto evidenti che solo un cieco potrebbe non vederli e un sordo non sentirli. Esaminiamo questo che potrebbe benissimo essere un volantino stampato e diffuso in qualche manifestazione della CGIL o della sinistra antagonista, centri sociali etc. Magari proprio alla festa del Pd funestata dall'attacco fisico a Bonanni.

"Collaborazionisti". Da dove viene questa parola che sa di vecchio? Sa di vecchio proprio perché è una parola ormai stantia. La sua parabola storica è molto interessante.

Fase uno. Si cominciò a usarla ai tempi della seconda guerra mondiale per indicare le persone compromesse con il regime nazista e con la Repubblica di Salò. Era una parola appartenente al gergo dei partigiani antifascisti. Essere un collaborazionista equivaleva, moralmente, a essere un nazista, se non peggio. Di consegunza, il partigiano che beccava un collaborazionista – o presunto tale – si poteva sentire in dovere di fucilarlo sul campo, compiendo, così, un'azione meritoria. Non serve nemmeno ricordare che dopo l'8 settembre 1943 non si andò troppo per il sottile, quanto all'accusa di collaborazionismo. Poi per qualche tempo la parola cadde in disuso. Intanto l'Italia, con un sussulto di vitalità e di orgoglio, si riprendeva economicamente, sfruttando la generosa spinta dell'America.

Fase due. Ma ecco arrivare i "favolosi" anni 70: proteste, barricate, operai, studenti. Ed ecco tornare in auge quella parola. Ora, però, essa passò a indicare un'altra forma di compromissione morale e politica, quella con il cosiddetto "capitalismo" (parola anch'essa da studiare, magari in altro post). Sì, perché agli occhi degli studenti e dei gruppi di estrema sinistra italiana degli anni 70, idealmente legati ai movimenti comunisti di "liberazione" – Che Guevara, per intenderci – il capitalismo era la nuova forma assunta dal fascismo e come tale andava estirpato dalla società italiana e mondiale. "Collaborazionisti" diventarono, allora, gli industriali, le multinazionali e i partiti non comunisti, in Italia la Dc. I partigiani non erano riusciti a estirpare la malapianta e ora i "nuovi partigiani", in nome del falso mito della "resistenza incompiuta", ne raccoglievano l'eredità morale e politica facendo proprie le loro parole e il diritto a fucilare sul campo i nuovi "collaborazionisti". Vedi alla voce: terrorismo.

Fase tre. Ma eccoci nel 2010, qualche anno dopo l'omicidio di un altro sindacalista, Massimo D'Antona (1999), e del giuslavorista Marco Biagi (2002) ad opera delle Nuove Brigate Rosse. La Fiat usa il pugno duro con gli operai ed ecco risorgere per l'ennesima volta quella parola e, con essa, rivendicazioni, pratiche, rituali violenti ormai fuori dalla realtà. Dove? In quell'area politica riconducibile a centri sociali, antagonisti, Rifondazione. Orde di squadristi democratici che, orfani di progetti politici moderni, non trovano di meglio che rifugiarsi in un passato mitizzato, violento, rispolverando i ferri vecchi dei loro nonni partigiani e dei loro padri terroristi. Cattivi maestri il cui cinismo rasenta ormai la follia. Le loro parole suonano assai lugubri, nell'evocazione dei vecchi fantasmi del 1977 e del 1943. Chi glielo dice che siamo nel 2010?

Questo post è un esempio di ciò che intendevo quando parlavo della violenza come frutto di ideologie scollegate dalla realtà, nel post precedente (qui).

Tornare a Maometto, sterminare gli infedeli

Taliban

Talebani con tipico turbante nero

Venerdì sera, mentre tutto il mondo si lasciava ipnotizzare dai media e dal loro ultimo pendolino ansiogeno brucia-corano-sì, brucia-corano-no, brucia-corano-sì, brucia-corano-no, il caso mi ha fatto incappare in ciò che nel post precedente (qui) ho definito “la bomba”. Un istruttivo documentario su alcuni di quelli che hanno trasformato il medio-oriente in una polveriera sempre sul punto di saltare in aria e che ci tengono sotto ricatto da anni, (guardate che ci arrabbiamo, eh), sfruttando la nostra patetica correttezza politica (non fiatiamo, non ci muoviamo, non facciamo scorregge che se no si offendono!) che fomenta il nostro senso di colpa (l’11 settembre è colpa degli americani, dei cristiani e degli ebrei!). Titolo, “Inside the taliban”. Punti notevoli:
 
1. Ideologia dei talebani e di Bin Laden, il wahhabismo. L’interpretazione del Corano applicata dai talebani in Afghanistan prevede lo sterminio di tutti gli infedeli, con particolare attenzione a cristiani ed ebrei, l’intolleranza religiosa e il ripristino delle condizioni di vita all’epoca di Maometto. No tecnologia, no istruzione per le donne, burqa, taglio dei piedi e delle mani per i ladri (è il Corano, bellezza, dicono).
 
2. Rapporti contraddittori ed esplosivi tra il mullah Omar e Bin Laden, reduci della guerra contro l’URSS combattuta negli anni 80 a fianco degli USA.
 
3. Ruolo di Bin Laden negli anni 90 in Afghanistan: finanziamento di 3 miliardi di dollari cash, armi, addestramento terroristi suicidi (novità introdotta da lui).
 
3. Rapporti, anch’essi contraddittori ed esplosivi, con l’Arabia Saudita (anch’essa wahhabita, ma solo in politica interna) e col Pakistan.
 
E questo è solo uno dei tasselli del medio-oriente. Aggiungeteci Hamas, palestinesi, Iran, Iraq, Siria, Egitto, sunniti, sciiti, Israele.

Buona visione.
 
La prima parte del documentario da youtube (qui). Le seguenti le trovate man mano che procedete, sulla colonnina di dx.