Niente panico, l'informazione è nel panico

Orribili, tutti questi strepiti contro la "casta" da parte dell'informazione. Specie considerato il momento di crisi. Va bene, proprio perché è un momento di crisi, i politici dovrebbero ridursi gli stipendi, i privilegi, etc. Va bene, sono stupidi a non farlo, vista l'aria che tira nel popolo etc. Ma l'origine dei nostri problemi economici non è quella. E quindi, gli osservatori che davvero vogliono fare l'interesse dell'Italia, in un momento del genere dovrebbero focalizzare la propria attenzione e quella dei loro lettori sull'origine dei problemi, non sugli ammennicoli. Dovrebbero distinguersi per lucidità di sguardo, come i migliori giocatori sanno fare perfino nel mezzo di un'azione furibonda. Anzi, con lucidità anche maggiore, perché gli osservatori, rispetto ai giocatori, hanno il vantaggio di essere meno coinvolti. In fondo, esercitare lo spirito critico non significa questo? Quindi, i titoloni di prima pagina dovrebbero dedicarli all'origine dei problemi e alle eventuali proposte di soluzione, non agli ammennicoli. Gli ammennicoli, una informazione decente dovrebbe relegarli ai trafiletti. L'effetto cercato dovrebbe essere quello di calmare gli animi, o almeno di non minare ulteriormente quel che resta della fiducia. Perché solo così si può essere davvero lucidi. E invece, ecco tutti i giornali, giornaletti e giornaloni a strepitare in coro contro la "casta". A istigare, come sempre, al sospetto universale. Tutti a soffiare sul fuoco. Perché? Per assecondare gli istinti peggiori? Cioè, per essere comprati da chi ha sete di sangue? Anche, ma non solo. Per marcare la differenza tra la casta dei giornalisti e la casta dei politici? Noi non siamo come loro! Anche, ma non solo. Quelli di destra (Foglio unica eccezione lodevole), lo fanno per pura isteria. Repubblica, invece, lo fa per la sua solita missione etica: far cadere il governo. E il Corriere? Condivido l'opinione di zamax in proposito: "Urlare in coro contro la “casta” vuol dire ubbidire ad un impulso cieco e autodistruttivo, non allo spirito critico. Che lo faccia pure il Corriere della Sera, senza vergognarsene, è un segno che la malattia è profonda e che c’è una fazione, un partito, un’altra casta bella buona, che si prepara a raccogliere le spoglie dopo il macello" (qui). Quindi: autolesionismo, cecità, interesse. Proprio l'informazione che ci serve, nel momento della crisi.

E se lo scienziato è cattolico?

Eh no, signora mia, lo scienziato non può mica essere cattolico! Non può mica credere che il disastro del Giappone faccia parte dei piani che Dio ha in serbo per il mondo fin dal momento della creazione. Non può mica fare bene il suo mestiere di storico, se è cattolico! Figurarsi, poi, fare bene il vicepresidente del Centro Nazionale di Ricerca. Certo, io che sono tanto liberale, ma tanto liberale, non è che chiedo il lavaggio del cervello, eh, ma almeno un po' di decenza: se proprio ci tiene, le sue idee religiose se le tenga per sé, o le comunichi ai suoi cari la sera a cena, o meglio ancora a Dio, in segreto e senza disturbare. Altro che mettersi a parlare su Radio Maria! Stessa cosa per i politici, eh, che cosa crede? Anche quelli lì, le idee religiose non le devono mai mettere in politica. Eh, no! Ah, signora mia, cosa ci tocca sentire, a noi che siamo aperti di mente, ma tanto aperti di mente.

Ecco, più o meno, cosa dice il tam tam su internet, dopo che il vicepresidente del Centro Nazionale delle Ricerche, Roberto De Mattei, ha espresso su Radio Maria le sue idee sul senso di ciò che è accaduto in Giappone. L'intervento di De Mattei è su youtube (qui). I commenti sotto il video danno un'idea precisa di quanto l'odio e la confusione possano ottenebrare la mente delle persone.

La Valchiria senza la mia Valchiria

valchiria_manifesto_296_360Venerdì mattina, allarmato per l'estinzione progressiva di tutti i biglietti online, anche quelli a prezzi irragionevoli, approfitto del giorno di ferie e mi precipito alla biglietteria della Scala. Chiedo biglietti per le prossime date, scuotono la testa. Mi allarmo ancora di più. Mi offrono l'ultimo biglietto di galleria per la sera stessa: 38 euro. Mia moglie è impegnata, e poi non ci teneva troppo. Lo prendo. Compro il libretto, mi chiudo nella bella biblioteca braidense, come ai tempi dell'università, quando dopo gli esami andavo a leggere libri di e su gli artisti del Novecento. Fa un po' freddino, là dentro, ma pazienza. Mi divoro il libretto e alle cinque e mezza sono a teatro. Raggiungo il mio posto: seconda fila, con colonna davanti. Acc… La prima fila è libera. Che faccio, ci provo? Poi se arrivano i legittimi proprietari mi sposto… manco faccio in tempo a pensarlo, che arrivano padre e figlio e si siedono. Il figlio non sembra convintissimo, forse non sono nemmeno loro i legittimi proprietari. Va beh. Di fianco a me c'è una coppia di anziani spagnoli. Lei a metà del primo atto è già appisolata. Saltano netto il secondo atto, così io posso spostarmi un po' di lato e vedere meglio. Per il terzo ritornano. Quindi l'atto più esaltante e nello stesso tempo più delicato me lo vedo da dietro la colonna. Comunque Richard Wagner è un mago. La sua idea di arte totale, che fonde musica, parola, azione; la bellezza della musica (mi è toccato pure applaudire l'ipocrita Barenboim!!); la profondità inesauribile del mito… Quasi quasi ci torno pure con la mia dolce mogliettina.

Perché tanta violenza?

Il tassista aggredito a Milano. L'infermiera rumena aggredita a Roma. E tanti altri. Certi atti di violenza non possono essere spiegati esaurientemente con motivi "razionali": ideologia, razzismo, sessismo. Né possono essere liquidati come "irrazionali", con la comoda scappatoia del raptus o simili. Se vogliamo capire davvero fino in fondo, dobbiamo andare oltre, evitando comodi schematismi. Tipo: la vittima è extra-comunitaria? Allora di sicuro è razzismo. La vittima è una donna? Allora non può essere altro che sessismo. E così via. Il ragionamento che dobbiamo fare è più ampio. E' un ragionamento di tipo culturale. Dobbiamo interrogarci sul tipo di educazione impartito nelle famiglie e nelle scuole. Soprattutto, dobbiamo chiederci che ne è dei padri. Che ne è della figura paterna? La parola d'ordine "uccidere il padre", che cosa ha prodotto? Risposta: una società mammocentrica, in cui l'istinto viene idealizzato e sciolto da ogni legame con la ragione. E con la base stessa della vita sociale, l'accettazione dell'altro, inteso nel senso più elementare: c'è qualcuno a fianco a noi, davanti a noi in coda, sulla strada, in metropolitana. Questo esito è un fatto naturale, basta guardare all'atteggiamento di tante mamme: qualsiasi cosa faccia il loro bambino è buona, perché è istintiva. Ma l'istinto deve essere messo in relazione con la ragione, quello che dice la mamma con quello che dice il papà, altrimenti le cose si mettono male. Stefano Zecchi ha scritto su Panorama di questo legame tra istinto, ragione, violenza ed educazione in un pezzo che mi trova d'accordo. Al fondo di tutto c'è l'educazione, e al fondo dell'educazione c'è la figura paterna. O la sua assenza. (Qui).

P.S. Ho trovato il pezzo solo su una rassegna stampa, con tutti gli inconvenienti delle rassegne stampa.

Parole dell'odio

bonanni+e+angelettiGuardate questa immagine che ho trovato in rete. Ora focalizzate sulla parola. Che significa "collaborazionisti"? Perché sa di minaccia? Perché sa di vecchio? Che ci fa la faccia del sindacalista Bonanni sotto quella parola? E' un caso che proprio lui sia stato colpito da un fumogeno alla festa del Pd? Le parole sono sempre segni rivelatori di una mentalità e di uno stile. Segni tanto evidenti che solo un cieco potrebbe non vederli e un sordo non sentirli. Esaminiamo questo che potrebbe benissimo essere un volantino stampato e diffuso in qualche manifestazione della CGIL o della sinistra antagonista, centri sociali etc. Magari proprio alla festa del Pd funestata dall'attacco fisico a Bonanni.

"Collaborazionisti". Da dove viene questa parola che sa di vecchio? Sa di vecchio proprio perché è una parola ormai stantia. La sua parabola storica è molto interessante.

Fase uno. Si cominciò a usarla ai tempi della seconda guerra mondiale per indicare le persone compromesse con il regime nazista e con la Repubblica di Salò. Era una parola appartenente al gergo dei partigiani antifascisti. Essere un collaborazionista equivaleva, moralmente, a essere un nazista, se non peggio. Di consegunza, il partigiano che beccava un collaborazionista – o presunto tale – si poteva sentire in dovere di fucilarlo sul campo, compiendo, così, un'azione meritoria. Non serve nemmeno ricordare che dopo l'8 settembre 1943 non si andò troppo per il sottile, quanto all'accusa di collaborazionismo. Poi per qualche tempo la parola cadde in disuso. Intanto l'Italia, con un sussulto di vitalità e di orgoglio, si riprendeva economicamente, sfruttando la generosa spinta dell'America.

Fase due. Ma ecco arrivare i "favolosi" anni 70: proteste, barricate, operai, studenti. Ed ecco tornare in auge quella parola. Ora, però, essa passò a indicare un'altra forma di compromissione morale e politica, quella con il cosiddetto "capitalismo" (parola anch'essa da studiare, magari in altro post). Sì, perché agli occhi degli studenti e dei gruppi di estrema sinistra italiana degli anni 70, idealmente legati ai movimenti comunisti di "liberazione" – Che Guevara, per intenderci – il capitalismo era la nuova forma assunta dal fascismo e come tale andava estirpato dalla società italiana e mondiale. "Collaborazionisti" diventarono, allora, gli industriali, le multinazionali e i partiti non comunisti, in Italia la Dc. I partigiani non erano riusciti a estirpare la malapianta e ora i "nuovi partigiani", in nome del falso mito della "resistenza incompiuta", ne raccoglievano l'eredità morale e politica facendo proprie le loro parole e il diritto a fucilare sul campo i nuovi "collaborazionisti". Vedi alla voce: terrorismo.

Fase tre. Ma eccoci nel 2010, qualche anno dopo l'omicidio di un altro sindacalista, Massimo D'Antona (1999), e del giuslavorista Marco Biagi (2002) ad opera delle Nuove Brigate Rosse. La Fiat usa il pugno duro con gli operai ed ecco risorgere per l'ennesima volta quella parola e, con essa, rivendicazioni, pratiche, rituali violenti ormai fuori dalla realtà. Dove? In quell'area politica riconducibile a centri sociali, antagonisti, Rifondazione. Orde di squadristi democratici che, orfani di progetti politici moderni, non trovano di meglio che rifugiarsi in un passato mitizzato, violento, rispolverando i ferri vecchi dei loro nonni partigiani e dei loro padri terroristi. Cattivi maestri il cui cinismo rasenta ormai la follia. Le loro parole suonano assai lugubri, nell'evocazione dei vecchi fantasmi del 1977 e del 1943. Chi glielo dice che siamo nel 2010?

Questo post è un esempio di ciò che intendevo quando parlavo della violenza come frutto di ideologie scollegate dalla realtà, nel post precedente (qui).

Tornare a Maometto, sterminare gli infedeli

Taliban

Talebani con tipico turbante nero

Venerdì sera, mentre tutto il mondo si lasciava ipnotizzare dai media e dal loro ultimo pendolino ansiogeno brucia-corano-sì, brucia-corano-no, brucia-corano-sì, brucia-corano-no, il caso mi ha fatto incappare in ciò che nel post precedente (qui) ho definito “la bomba”. Un istruttivo documentario su alcuni di quelli che hanno trasformato il medio-oriente in una polveriera sempre sul punto di saltare in aria e che ci tengono sotto ricatto da anni, (guardate che ci arrabbiamo, eh), sfruttando la nostra patetica correttezza politica (non fiatiamo, non ci muoviamo, non facciamo scorregge che se no si offendono!) che fomenta il nostro senso di colpa (l’11 settembre è colpa degli americani, dei cristiani e degli ebrei!). Titolo, “Inside the taliban”. Punti notevoli:
 
1. Ideologia dei talebani e di Bin Laden, il wahhabismo. L’interpretazione del Corano applicata dai talebani in Afghanistan prevede lo sterminio di tutti gli infedeli, con particolare attenzione a cristiani ed ebrei, l’intolleranza religiosa e il ripristino delle condizioni di vita all’epoca di Maometto. No tecnologia, no istruzione per le donne, burqa, taglio dei piedi e delle mani per i ladri (è il Corano, bellezza, dicono).
 
2. Rapporti contraddittori ed esplosivi tra il mullah Omar e Bin Laden, reduci della guerra contro l’URSS combattuta negli anni 80 a fianco degli USA.
 
3. Ruolo di Bin Laden negli anni 90 in Afghanistan: finanziamento di 3 miliardi di dollari cash, armi, addestramento terroristi suicidi (novità introdotta da lui).
 
3. Rapporti, anch’essi contraddittori ed esplosivi, con l’Arabia Saudita (anch’essa wahhabita, ma solo in politica interna) e col Pakistan.
 
E questo è solo uno dei tasselli del medio-oriente. Aggiungeteci Hamas, palestinesi, Iran, Iraq, Siria, Egitto, sunniti, sciiti, Israele.

Buona visione.
 
La prima parte del documentario da youtube (qui). Le seguenti le trovate man mano che procedete, sulla colonnina di dx.

Non confondiamo la miccia con la bomba

afghanistanDecine e decine di migliaia di musulmani protestano rabbiosamente in tutto il mondo arabo. Importantissimi generali americani come David Petraeus, capi di stato occidentali e arabi lanciano allarmi globali. Di fronte a questa enormità, i media concentrano tutta la loro attenzione sul reverendo americano che ha annunciato di voler bruciare alcune copie del corano. Ma è davvero su di lui, sul suo desiderio di visibilità e sulla cazzata che ha annunciato di voler fare, che si deve guardare per capirci qualcosa? I media, si sa, hanno la memoria corta. Ciò che è successo ieri e l'altro ieri non gli interessa più. Esiste solo l'oggi, l'ora, il minuto, il secondo. La notizia. Il loro unico scopo è gridare prima e più forte degli altri, non capire meglio e più a fondo. Noi, invece, che a distanza di 9 anni dall'11 settembre abbiamo l'ambizione e la presunzione di volerci capire davvero qualcosa, in questo gran casino di mondo, dobbiamo avere uno sguardo diverso sulle cose e sulle loro quattro dimensioni: larghezza, altezza, profondità e tempo. Soprattutto, dobbiamo guardare all'origine. Anche se questo comporta uno sforzo maggiore. Non è sul reverendo, che dobbiamo tenere concentrato il nostro sguardo, ma su quelle decine di migliaia di musulmani infuriati, sulle organizzazioni terroristiche, tipo i talebani, che li stanno usando per i propri scopi, e sui tanti cristiani ammazzati nei paesi islamici. E' lì che si trova la risposta alla vera domanda, che è: com'è possibile che il gesto di un singolo stronzo che non conta nulla e che non ha nemmeno armi di distruzione di massa, generi un allarme globale? L'unica risposta è che a una miccia tanto piccola sia collegata una bomba enorme sempre pronta a scoppiare. Oggi c'è questa miccia, domani ce ne sarà un'altra. Non è agendo contro la miccia, o contro le decine di micce che verranno fuori inevitabilmente, che si può sperare di salvarsi. Prima o poi, infatti, una miccetta ti sfugge per forza, e lì sono cavoli. E' alla bomba, che bisogna guardare. Alla bomba.

Update 13-9: pubblicata su Hyde Park Corner del Foglio il 10-9.

La leggenda dei 36 giusti

giotto

Giotto, Giustizia

Secondo una leggenda ebraica, il mondo si regge sulle spalle di 36 giusti la cui identità nessuno conosce. Solo grazie a loro, generazione dopo generazione, Dio risparmia al mondo la punizione per gli innumerevoli peccati commessi dagli uomini: la distruzione.
Non so né dove né quando ho sentito questa storia per la prima volta, ma mi è subito sembrato di conoscerla da sempre. Attorno a quell’immagine così ricca e affascinante sono confluiti spontaneamente pensieri prima dispersi qua e là nella mia testa.

La storia prende spunto dal passo dell’Antico Testamento in cui Dio scende a patti con Abramo promettendogli che non distruggerà Sodoma e Gomorra a condizione vi si trovino dieci giusti (era la prima lettura l’altra domenica, Genesi 18,20-32). L’episodio è interessante perché è uno dei pochissimi in cui la giustizia divina viene messa in discussione. Tra Abramo e Dio avviene una trattativa sul numero minimo dei giusti. Abramo ottiene una fortissima riduzione, ma sappiamo che fine abbiano poi fatto le due città. Come nel diluvio universale, il creatore ha esercitato una sua prerogativa: la possibilità di annichilire il creato.
Al contrario, nella leggenda si parte dal dato di fatto che il mondo continua ad esistere e si dà la spiegazione del perché. È come se si rispondesse alla domanda: perché Dio, malgrado tutto il male commesso dagli uomini, non ha ancora distrutto il mondo? In questo quadro, la giustizia assume un’importanza cruciale. Su di essa si gioca la sopravvivenza stessa dell’uomo.

Per comprendere meglio quale idea di giustizia pervada la leggenda, guardiamola più da vicino. Su un piatto della bilancia vediamo quantità incalcolabili di uomini, ciascuno portatore di una quantità incalcolabile di peccati; sull’altro piatto solo i trentasei giusti. Eppure la leggenda ci dice che quei trentasei sono sufficienti a spostare l’ago e a far cambiare idea al giudice supremo! Di fronte a questa scena, il nostro sentimento è duplice. Da una parte, viene offeso il nostro senso istintivo della giustizia, che ci porta a misuraree a confrontare tra loro le quantità: ad ogni peccato dovrebbe corrispondere una certa pena, ad ogni peccatore dovrebbe corrispondere un giusto. La leggenda, però, sembra suggerire che c’è un altro modo di guardare alla faccenda. Dio, infatti, malgrado l’evidente sproporzione quantitativa, risparmia il mondo. Quindi, o Dio è ingiusto o siamo noi che dobbiamo cambiare prospettiva. Posti di fronte a questo, ecco che comincia a risuonare dentro di noi un’altra idea di giustizia, più ampia e più profonda. La leggenda ci mette sulla giusta strada tramite la sua cifra dominante: l’incommensurabilità. Incommensurabile è, innanzitutto, l’infinita potenza di Dio rispetto all’infima condizione dell’uomo. Infima sia per quanto riguarda la potenza, sia la moralità. Ma l’incommensurabilità domina anche all’interno dell’ambito umano, dove non esiste rapporto tra l’esiguo numero dei giusti e l’incalcolabile numero dei peccatori. Questa incommensurabilità (cioè: non misurabilità) può essere letta come un invito ad abbandonare la misurazione per concentrarci su altro. Ma cos’è che può riportare la bilancia in equilibrio? L’unica possibilità è che ciascuno dei giusti possieda un peso specifico moraleenormemente superiore a quello degli altri uomini. Un peso specifico, appunto, incommensurabile. Avviene, così, uno spostamento di significato. Non è nella quantità, che va cercato il vero significato della giustizia, bensì nella qualità.

A questo punto si apre un’altra questione: chi sono questi uomini giusti?

La leggenda non fornisce i nomi. L’anonimato rende, in un certo senso, più accettabile il tutto. Infatti, il giusto deve possedere un’aura speciale difficilmente conciliabile con la prosaicità di un nome e un cognome. Una traccia di questo stesso tema la ritroviamo anche nei supereroi dei fumetti, la cui vera identità deve rimanere ignota agli altri. Oppure, per converso, si pensi alle cause di santificazione di uomini vicini a noi nel tempo, uomini su cui sono circolate molte più informazioni rispetto agli antichi: non è forse vero che ci riesce molto più difficile accomunare questi uomini a quei santi di cui abbiamo visto solo le reliquie o antiche raffigurazioni?

Lasciando irrisolta la domanda sull’identità, l’anonimato ha anche un’altra funzione. Ci porta a farci un’altra domanda: chi è l’uomo giusto? Quali sono le sue caratteristiche? A quale classe sociale appartiene, a quale sesso, a quale religione, a quale nazione? Anche questa domanda rimane senza risposta, ma indirettamente stimola una quantità di riflessioni. Non essendoci nome e cognome, nazione, religione, sesso, l’uomo giusto potrebbe essere uno qualunque dei miliardi di esseri umani oggi viventi, anche qualcuno di molto vicino a noi. Forse noi stessi? Non essendoci nemmeno l’indicazione di un ruolo sociale, ci viene detto che non c’è carica pubblica, istituzione o censo che possa garantire automaticamente la rettitudine della persona. Il giudice al pari dell’imputato, il ricco al pari del povero, il bianco al pari del nero, il cristiano al pari del musulmano: nessuno è automaticamente né giusto né ingiusto. Si può anche dire che, sempre indirettamente, la leggenda mostri un certo grado di scetticismo verso le istituzioni, perché è evidente che una qualsiasi tra le istituzioni preposte alla giustizia in uno qualsiasi dei paesi del mondo conti un numero di cariche ben superiore a trentasei. Questo scetticismo nelle istituzioni umane, tuttavia, è funzionale all’indicazione di un ordine gerarchicamente superiore, tanto grande da comprendere al suo internola stessa esistenza del mondo. Qui si parla di una giustizia di tipo diverso dalla corretta applicazione delle leggi umane. L’appellativo di “giusto” rimanda evidentemente a un ordine superiore.

C’è poi l’indicazione che ogni generazione possiede un identico numero di giusti. Letto con gli occhi di oggi, questo messaggio universale sfida l’idea di progresso, idea moderna che prevede il costante miglioramento dell’uomo anche dal punto di vista morale, un’evoluzione della specie anche per quanto riguarda la coscienza. Nello stesso tempo, va contro il falso mito dell’età dell’oro, intesa come realtà migliore ma ormai non più attingibile – “Una volta sì che c’era la giustizia! La giustizia è morta!”. Dunque, niente progresso e niente età dell’oro. Eppure non si può dire che sia una visione rinunciataria, perché lascia aperta la porta alla speranza. Infatti, ci dice che gli uomini giusti continuano a esistere e che il mondo sta in piedi grazie a loro. Dunque anche noi possiamo avere esperienza della giustizia. E chi di noi può dire di non averla mai provata, cioè di non essere mai venuto a tiro di un giusto?

In definitiva, c’è la presa d’atto realistica di un mondo pervaso dal male, ma c’è anche lo slancio utopi
co laddove si riconosce che il bene continua a lasciare una traccia salvifica. La giustizia sulla terra è un’esperienza tra le più rare, ma non è impossibile. Può ben accadere che non si ottenga giustizia nei tribunali o nel lavoro o a casa propria, ma qualcuno da cui la potresti ottenere, magari anche domani, c’è. L’influsso di questi uomini sul mondo è tanto nascosto quanto decisivo. Gli atti di giustizia, pur essendo numericamente esigui, avvengono di continuo e sono la cosa più importante di tutte.

Ps. Segnalo una bella iniziativa dello Stato di Israele legata a questa leggenda (qui).

"Liberi e riverenti"

san-francesco

Innocenzo III riconosce la Regola francescana

Questa bella espressione, "liberi e riverenti", presa da Moby Dick, l'ho trovata sul blog di zamax, colonna a destra, vicino al leone alato della Serenissima. Il passo riportato è:

Perduta nazione, avito suolo
isole tra i monti, strade pei mari
unico asilo ed eterno conforto
per te prosperiamo
liberi e riverenti

Al di là del suo significato nel contesto del romanzo, perché mi colpisce tanto quell’accostamento di libertà e riverenza? Forse perché, oggi come oggi, l'idea dominante di libertà comprende tutto il contrario della riverenza. Che cavolo c’entra, infatti, la riverenza con la libertà? L’uomo libero non è forse chi non “fa la riverenza” mai e poi mai, davanti a niente e a nessuno? L’uomo che si è emancipato da legami, dipendenze, autorità, tradizioni. Famiglie, società, chiese. Che si autodetermina sul piano civile. Che si autogenera sul piano biologico grazie alla tecnica. La riverenza, invece, presuppone che ci sia qualcosa da riverire. Qualcosa, dunque, di superiore al nostro “io” e ai nostri desideri. Qualcosa che in qualche modo si manifesta anche attraverso il nostro “io” e i nostri desideri, ma che non è ad essi riducibile. Qualcosa che chiede un atto di umiltà. Una patria, un'autorità, un'idea, una persona, Dio. Oggi tutto questo è messo radicalmente in discussione, e così la riverenza, come atteggiamento e come atto, sembra perdere senso. “Fare la riverenza”, al massimo, diventa atto formale, dovuto. Eppure non è difficile vedere che cosa accade alla libertà quando è nettamente separata dal riconoscimento di una necessità. Sul piano personale, essa diventa facilmente schiavitù rispetto al proprio ego. Il mondo è pieno di esempi, e nessuno, credo, è esente da questa tendenza. Sul piano politico, essa diventa puro arbitrio e l’arbitrio si traduce in terrore e strage. Il Novecento dovrebbe avercelo insegnato. Oggi si può continuare a riconoscere la libertà solo nella figura dell’uomo che sfida Dio e sottomette la natura, ma forse è venuto il momento di imparare a vederla anche nell’uomo che, per esempio, sfiora col ginocchio la pietra di una chiesa.