Travisare e incassare

Ma quante cantonate ha già preso, Scalfari, sul Papa? E quanto grosse? L’unica cosa che lui e Repubblica non travisano mai è la voglia degli anticlericali di radere al suolo il Vaticano.

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Libertinismo, moralismo, buonismo. Oppure, Gesù

Per capire cosa dice davvero la morale cristiana a proposito della misericordia, si può vedere come si comporta Gesù con due personaggi molto diversi tra loro: il pubblicano e il fariseo. Il pubblicano sa che cosa sarebbe giusto fare, ma non lo fa. Conosce la verità, ma è incoerente. Il fariseo, invece, applica la propria legge alla lettera, ma la sua legge è fallace. Quindi non conosce la verità, ma è perfettamente coerente. La mentalità oggi dominante premia il fariseo, con questa motivazione: “almeno è coerente”. Per la mentalità dominante, infatti, ciascuno possiede la sua “verità”, che vale tanto quanto quella degli altri, e quindi il valore di un uomo può misurarsi soltanto sulla coerenza con cui la mette in pratica. Ecco spiegato perché tante persone hanno posizioni assolutamente libertine, ma nello stesso tempo giudicano secondo un feroce moralismo. L’assoluta libertà in ambito sessuale, per carità, ma nello stesso tempo la condanna durissima, inappellabile, per chi, pur proclamandosi cristiano, indulge a comportamenti non conformi alla morale cristiana. Gesù, però, non era né libertino né moralista. Infatti ha perdonato il pubblicano, non il fariseo. La sua misericordia si fonda sulla consapevolezza che l’uomo è irrimediabilmente imperfetto. Per quanto si sforzi, non riuscirà mai ad aderire perfettamente alla verità. La misericordia, dunque, non viene dalla rinuncia alla verità, anzi, laddove la verità non viene tenuta in alcun conto, anche la misericordia si snatura e diventa buonismo. Moralismo, libertinismo, buonismo. Oppure, Gesù.

Il magistrato, l’idraulico e lo stronzo di vincenzillo

Mi colpisce che in un documento ufficiale di un tribunale compaia la parola “sconcertante”. Una parola che riassume bene sia il tono sia il significato di quel documento: esprimere un giudizio morale che non c’entra assolutamente nulla con il mestiere dei giudici. E’ come se un idraulico, quando ti fa la fattura, invece di scrivere soltanto “eliminato intoppo del cesso“, scrivesse: “eliminato lo sconcertante intoppo del cesso, causato da uno sconcertante stronzo del signor vincenzillo.” Ma scusa, idraulico, ma che c###o vuoi? Ma naturalmente, trattandosi di Berlusconi, vedo che i media non fanno una piega, anzi ci vanno a nozze.

Update 29-4-14, h. 19.58: pubblicata in versione edulcorata sul Foglio online (qui).

Renzi incontra il diavolo, l’Italia incontra l’acqua santa

Se da qualche anno seguo tanto la politica italiana, è per godermi momenti come questo. Momenti che non dicono qualcosa solo ai fanatici delle pagine politiche, ma a tutta l’Italia. E dicono una sola, chiara parola: legittimazione. Legittimazione della destra. Cioè, legittimazione di metà dell’elettorato. Cioè, legittimazione morale di metà dell’Italia. E nello stesso tempo, legittimazione morale della politica nel suo insieme. Sottolineo la parola “morale”, perché è di quello, che si tratta, prima ancora che di sistema elettorale e di riforme costituzionali. 40 anni dopo Berlinguer, il segretario del maggiore partito della sinistra assesta un colpo micidiale alla “questione morale” e alla sua funzione settaria e ricattatoria. Era ora! E’ un bel passo in avanti verso una politica “normale”, cioè bipolare ed europea. Di fronte a questo, i fischi e quell’uovo lanciato contro l’auto di Silvio sono ben poca cosa. Così come la domanda di chi disapprova: Renzi, ma perché l’hai fatto? (Pronta e giusta risposta: “Se voglio parlare con Forza Italia, con chi altro devo parlare, con Dudù?”) Sono gli ultimi giapponesi, la parte più settaria della sinistra. Che non può certo sparire di botto, considerando che fino a ieri era maggioranza. Che non sparirà mai, probabilmente. Ma che si ridurrà a ciò che è nel mondo civile: una sparuta minoranza, quasi ininfluente. Non più vincolante. Non più decisiva. Proprio come accadrà ai centristi, specularmente, a destra. Siamo sempre più vicini al momento in cui l’Italia si porrà la fatidica domanda, come profetava zamax tempo fa, e mi perdonerà se non so in quale “versetto” di quale post. E la domanda è: ma di cosa avevamo paura? Da lì in avanti, la strada sarà in discesa. Per tutti noi. Bene ragazzi, avanti così.

La speranza è una cosa seria, i cambiamenti climatici no

Tra le tante stronzate che uno fa e dice, è confortante vedere che ogni tanto, invece, ci azzecchi in pieno. Io, per esempio, sono sempre stato estremamente scettico sul “riscaldamento globale”. Lo testimonia una sfilza di post, tra cui (qui), (qui) e (qui). Invece, sentite cosa è arrivato a dire Al Gore, tipico guru progressista, vincitore del tipico premio progressista, il Nobel:

 “La crisi del clima ci offrirà la possibilità di fare esperienza di una cosa che poche generazioni nella storia hanno provato: una missione generazionale, […] un fine morale, […] la possibilità di crescere. […] Le persone che soffrono di mancanza di significato nella loro vita troveranno la speranza. […] E mentre cresceremo, faremo l’esperienza di una rivelazione, scoprendo che questa crisi non c’entra nulla con la politica. E’ una sfida morale e spirituale”

Era il 2006, 8 anni fa. Oggi si è capito che la sua era una colossale bufala, e infatti non si parla nemmeno più di “riscaldamento globale”, tranne sulle gazzette più retrograde, tipo Repubblica, ma di “cambiamenti climatici”, che è più vago e va sempre bene. Ma a quei tempi, su questo blog, mi sono preso le reprimende seriose dei progressisti, che dicevano più o meno: ma tu che cazzo ne vuoi sapere? Vuoi saperne più degli scienziati? Eppure si è visto: una bestia ignorante come me aveva visto molto più lungo dei luminari.

Colpo di culo? Può darsi. Oppure, semplicemente, avevo fiutato la verità. Era fin troppo chiaro che quella di Al Gore era solo una delle tante varianti del “salvare il mondo”, o “cambiare il mondo”, concetto tipico del progressismo. La solita, vecchia idea campata in aria, che serve solo per lanciare mode passeggere, i soliti, astuti figuri, che in nome dell’idolo chiamato “Progresso” solleticano le velleità intellettuali e morali dei gonzi in buona fede.

Ma perché dico tutto questo? Solo per bullarmi? Anche, ma non solo. Lo dico perché la speranza e i sogni sono cose troppo serie, per lasciare che i progressisti ne facciano scempio con le loro corbellerie alla moda.

Lungo pezzo del Foglio (qui).

Recensione “I Giusti di Budapest”, di M.L. Napolitano

Questa mia recensione è uscita sul Foglio del 24-12-13:

Il 30 aprile 2007, due anni dopo la sua morte, monsignor Gennaro Verolino fu proclamato “Giusto tra le nazioni”. Al prestigioso riconoscimento dello Yad Vashem, istituzione israeliana che difende la memoria della Shoah, l’arcivescovo napoletano fu candidato da persone direttamente o indirettamente beneficiate dalla sua azione a Budapest, tra il 1942 e il 1945, come Agnes Vertes e Per Anger. La sua vicenda va collegata a quella del suo superiore, il nunzio apostolico Angelo Rotta, e inserita nel complicato quadro politico e bellico dell’Ungheria durante la seconda guerra mondiale. Quando il giovane sacerdote Verolino arrivò a Budapest, trovò il paese magiaro subalterno alla Germania nazista, e di conseguenza le leggi antisemite già in vigore. La nunziatura si era già espressa contro tali leggi, che offendevano lo spirito cristiano e la dottrina della Chiesa, ma fino a quel momento esse avevano un impatto relativamente mite sulla vita degli ebrei. La svolta avvenne nell’estate del 1944, quando salì al potere il partito filo-nazista, che diede il via alle deportazioni. In quella prima fase furono colpiti più di 400.000 ebrei. La protesta ufficiale della nunziatura apostolica fu molto decisa, e dopo l’intervento diretto di Pio XII incontrò il favore del reggente, l’ammiraglio Horthy, consapevole che le leggi razziali andavano contro l’eredità cristiana della nazione ungherese. Ma Adolf Eichmann, capo delle SS in Ungheria, non si arrese, e pochi mesi dopo fece partire una seconda ondata di deportazioni. È a questo punto, che l’intervento di Verolino in favore degli ebrei ungheresi assume in pieno la sua rilevanza. Da una parte, continuò ad affiancare energicamente l’ormai settantenne nunzio durante i duri scontri verbali con le autorità politiche, fino a sfiorare l’incidente diplomatico. Dall’altra parte, si adoperò per creare una “rete di salvezza”, formata da volontari e collegata alle diplomazie dei paesi neutrali in Ungheria, che facevano capo alla nunziatura. Una rete a cui egli stesso partecipò attivamente, per esempio facendo la spola tra Budapest e Hegyeshalom, città vicina alla frontiera con l’Austria, meta delle marce forzate imposte ai deportati. Gli appartenenti a questa rete agivano clandestinamente, a rischio della propria vita, in diversi modi: distribuivano cibo, coperte e medicinali, mettevano a disposizione edifici sotto la protezione del Vaticano, fornivano certificati di battesimo in bianco e “lettere di protezione” a chiunque ne facesse richiesta. Verolino specifica che queste lettere venivano date “senza tener conto, anzi senza nemmeno domandare quale fosse la (…) fede o appartenenza religiosa”. In questo modo furono salvate alcune migliaia di vite, altrimenti destinate allo sterminio. Lo storico Matteo Luigi Napolitano attinge a nuovi documenti dell’archivio privato di Verolino, recentemente messi a disposizione dalla famiglia, e allarga la portata delle implicazioni fino a coinvolgere direttamente la Santa Sede, per rispondere a chi ancora vede Pio XII come un passivo spettatore degli eventi. A supporto della propria tesi, cita anche le testimonianze di vari esponenti delle maggiori associazioni ebraiche mondiali, che fin dai primi anni del dopoguerra riconobbero esplicitamente l’attivo sostegno delle gerarchie ecclesiastiche. Per tutti questi motivi, l’autore suggerisce che le storie dei Giusti e delle “reti di salvezza” non vadano trattate semplicemente come vicende episodiche, più o meno casuali e scollegate fra loro, ma come capitoli di un’unica storia, da inserire correttamente e compiutamente nella cornice politica e sociale di quegli anni. Un tema dotato di una propria dignità storiografica.

Matteo Luigi Napolitano, “I Giusti di Budapest”, 237 pp., San Paolo, 16,00 euro

La lingua finta delle “pari opportunità”

Quando usi una lingua finta, sei condannato a mentire sempre, che tu lo voglia o no. Questo ho pensato, quando ho visto ciò che hanno fatto quelli del nostro zelante ministero delle “pari opportunità” (nome che più finto non si può): le imperdibili istruzioni per i cittadini davvero rispettosi della cosiddetta “comunità lgbt” (altro concetto che più falso non si può). Naturalmente, in nome della libertà di espressione, ma come la intende il progressismo più spinto. Bell’editoriale del Foglio (qui).