Un soldato contro mille uomini

Una nazione intera, Israele, ha atteso per anni la liberazione di un singolo suo soldato, Gilad Shalit. Milioni di uomini per un solo uomo. Alla fine, pur di farlo tornare a casa, ha accettato di scambiarlo con 1000 criminali palestinesi, tra cui centinaia di terroristi. I quali torneranno di sicuro a fare l'unica cosa che sanno fare: ammazzare israelani innocenti. Ora, la prima domanda che ci si può fare è questa: è giusto che la vita di un solo uomo abbia questo prezzo? Poi, però, si può anche rovesciare la questione e pensare al significato di quanto sta accadendo. Quando un uomo arriva a valerne 1000, ed è sostenuto da altri milioni, significa che è in atto qualcosa di più grande di lui. Qualcosa che spinge lo stato a giurare di riportare a casa ogni singolo soldato. Un giuramento sacro, un impegno che lo stato israeliano prende nei confronti di tutte le famiglie. Perché sa che in ogni singolo soldato israeliano si intrecciano tragicamente la cultura della vita e la necessità della guerra. Con quel patto, il valore del singolo si innalza a un livello superiore, diventa collettivo, simbolico. Inoltre, se confrontiamo tra loro i due mondi che confliggono in medio oriente, ecco che l'aspetto "numerico" di questa vicenda sembra volerci dire anche un'altra cosa: quale sia il valore assegnato alla vita delle persone nelle due culture contrapposte. Lo stato degli ebrei mette su un piatto della bilancia un solo uomo. I suoi nemici, per riequilibrare la bilancia, ne devono mettere 1000.

Segnalo un bel pezzo di Giulio Meotti sul Foglio in edicola ieri. Online, purtroppo, solo per abbonati (qui).

L'origine della violenza

A proposito della Val di Susa, ci sono due cose che mi fanno più impressione dei 188 poliziotti feriti e dei commenti dei politici. La prima è il fatto che si stia consolidando un'epica. La seconda è la vera origine della violenza.
Un'epica è qualcosa di fertile e di potente, che vive al di là di chi la fa nascere, la alimenta e la diffonde. Anzi, di solito non si sa nemmeno bene chi la fa nascere. Di questa epica fa parte per esempio Genova 2001, e una quantità di assalti violenti avvenuti in questi anni nel mondo. Questa epica si alimenta di luoghi simbolo, scontri, feriti, morti, come Carlo Giuliani. Eventi e nomi la cui memoria viene conservata per alimentare la carica emotiva connessa alla "causa", qualunque essa sia. Gli attivisti si possono ricondurre genericamente al "popolo di Seattle" (qui), ma vanno a ingrossare una miriade di gruppi e gruppuscoli dall'esistenza fluida, che nascono e muoiono autonomamente qua e là in giro per il mondo.
I video girati domenica da loro stessi e messi in rete, testimoniano il tentativo di rappresentare se stessi come eroi ("eroi" li ha definiti pure l'arruffapopolo Beppe Grillo, salvo poi smentire). In uno di questi video, che è stato girato nel bosco sopra il cantiere e subito messo in rete, la voce di una ragazza dice: "Una protesta del tutto pacifica". Sappiamo bene, invece, che la violenza c'è stata, eccome. E così, arriviamo al secondo punto, la violenza, appunto.
C'è chi distingue nettamente tra gli attivisti e i manifestanti pacifici. Certo, dal punto di vista dell'ordine pubblico, della morale e della politica, c'è molta differenza tra chi mette in atto la violenza e chi non la mette in atto. Tra chi si limita a manifestare e a votare per Vendola, e chi invece spacca la testa a un poliziotto. Ma noi filosofi della domenica, che vogliamo andare più in profondità, possiamo permetterci uno sguardo diverso.
Io sono convinto che l'origine di quella violenza sia già nelle idee, e nella volontà di applicare quelle idee alla realtà. Quello che si può chiamare il diritto di violenza del bene. Un diritto che nella storia dell'occidente non è stato avanzato solo gli attivisti attuali, ma anche dai totalitarismi. E’ un punto molto delicato, su cui sto riflettendo da tempo. Per esempio, ci si può chiedere se si possa parlare di "bene" oggi che il relativismo impazza, e se sia lo stesso tipo di diritto accampato anche dagli USA. Ci tornerò su in altri post.
Ma torniamo alle idee. Molte di quelle idee le condividono attivisti, famiglie, politici, anziani. E' ora che cada il velo: non si tratta di idee buone e giuste che alcuni mettono in atto bene e altri malamente. Sono idee di per sé totalitarie. Visto che non c'è una teorizzazione comune a tutti i gruppi, si deve saper osservare, ascoltare e azzardare una sintesi. L’idea di fondo è di tipo economico, ed è l'opposizione alla globalizzazione. Contro la globalizzazione è sia la nonnina ambientalista che si coltiva i pomodori nel giardino, sia il suo amato nipotino ecoterrorista, antagonista, anarchico, anticapitalista, che la notte fa le sue azioni “contro”. Nonnina e nipotino si informano sui canali della cosiddetta controinformazione, potenziati e velocizzati da internet.
A nonnina e nipotino, io domando: ma che siginifica, essere contro la globalizzazione? Sì, perché è come essere contro l'alba o le maree. La globalizzazione, infatti, è un movimento epocale. E' una corrente generata dalla realtà e dalla storia. E quindi, opporsi alla globalizzazione vuol dire uscire dalla realtà e dalla storia. Entrare nell'utopia. E pretendere di realizzarla. Questa è l’origine della violenza. 
Veniamo agli ambienti sociali. Nella nostra società, le occasioni di incontro sono molte, e lo erano già prima dei social media. Negli anni 70, la brava ragazza della borghesia, studentessa ribelle, lettrice di Marx e Lenin, che si dava la missione di "risvegliare" i proletari, poteva facilmente arrivare a qualche gruppo estremistico, che era formato in piccola parte da proletari, e in massima parte da borghesi come lei. Anche oggi, la figlia del magistrato che vuole "risvegliare" le coscienze, non ha nessuna difficoltà a entrare in un gruppo antagonista, o ecologista etc. etc. Remember la tizia che lanciò il fumogeno a Bonanni?
La parabola è sempre quella. Si parte da un vago sentimento di ribellione, e si può rimanere lì, o passare all'azione violenta. Per quanto riguarda la strategia dei movimenti, è la "rivoluzione dall'alto", concetto caro a Stalin, a Lenin, al terrorismo anni 70: una piccola "avanguardia" rivoluzionaria che si investe da sola del compito di imporre agli altri il bene. E' giusto? E' sbagliato? Io, intanto, partirei dal fatto che è così.

Un tè da Paoloni?

Uno può avere il vizio del gioco, rovinarsi la vita e la carriera per le scommesse, e con questo rimanere solo un semplice portiere di calcio, protagonista di una brutta storia, un cattivo esempio per i giovani. Ma se, invece, arriva a mettere il sonnifero nel tè caldo dei suoi compagni (qui), allora la sua storia assume anche altri significati, e lui entra di diritto nella leggenda. Degno come minimo di donare il suo cognome, "Paoloni", a un cavallo della Tris di Cesena, citato tra "Mon Amour" e "Lucky Lady" in film tipo Febbre da Cavallo (qui).

Richard Wagner: l'originalità e l'universalità dell'arte

Dopo un post sulla Scala di Milano (qui) e uno sulla Valkiria di Wagner (qui), affronto oggi con la consueta modestia un'impresa da nulla: spiegare agli artisti quale sia il loro compito per il futuro.

Prendo spunto da un commento (purtroppo anonimo) a quei post:
"Se si parte dall'idea che "bisogna farsi capire da tutti", si finirà inevitabilmente per degradare poco o tanto la forma e il contenuto dell'arte."

Chi la pensa così ha certamente delle ragioni. La storia dell'occidente ha conosciuto l'arte come espressione di eccezionalità e di originalità, e sono d'accordo che questo aspetto vada conservato. Inoltre, veniamo da un secolo, il Novecento, in cui l'arte ha almeno in parte cercato di salvare questa eccezionalità di contenuto e di forma ricorrendo ai più diversi stratagemmi. Ma ora è venuto il momento di guardare in faccia il risultato finale. Oggi nell'arte si è smarrita la cosa più semplice: la comunicazione di un significato originale e universale.

I contenuti – quando non è la solita sterile provocazione alla Cattelan – l'arte li attinge dalla melassa del politically correct (ecologismo, pacifismo, terzomondismo etc.). Ma a che mi serve l'arte, se ha le stesse idee del dj Linus, Alba Parietti, Claudio Bisio e Gino Strada? Quanto alla forma, l'arte la ruba da altre forme di espressione: la moda, la pubblicità etc. Oppure dal passato, come citazione. Ma allora preferisco gli originali.

L'arte ha rinunciato a cercare – o comunque non ha trovato più – un proprio linguaggio, come era sempre stato in passato. Invece di rappresentare il linguaggio dell'eccellenza, che guida e ispira gli altri, è diventato il linguaggio che ricicla gli altri. Da re della foresta a insetto stercoraro.

Per tornare al commento, per me questa è già una "degradazione" più che sufficiente.

Ora, come si fa a uscire da questo vicolo cieco? Proposta: guardare a un esempio del passato. Non certo per imitarlo o riproporlo così com'è, che sarebbe ancora più triste. Ma per coglierne l'essenza e cercare magari di riproporla in veste nuova e inaspettata. Questo esempio è Richard Wagner.

Di Richard Wagner voglio sottolineare un solo aspetto: l'universalità e l'originalità del contenuto e della forma. Al di là delle specificità tecniche della sua idea di arte (l'opera d'arte totale: Gesamtkunstwerk), ciò che più conta è il suo uso del mito. Il mito non è usato come recupero archeologico, né come sterile citazione, ma come contenuto universale espresso in una forma universale (nello specifico: parola, musica e azione scenica). Il mito parla a tutti noi della cosa più importante: la nostra origine e il nostro destino. E' comprensibile al popolo, alla borghesia, all'aristocrazia, ai colti e agli incolti. Per capire il mito non devi nemmeno essere alfabetizzato. Piccolo paradosso: com'è che oggi, che in occidente siamo tutti alfabetizzati, l'arte o non si capisce più o non sa più dire nulla di originale?

Forse perché il 99,99% degli artisti è convinto che l'originalità coincida con la novità, e la novità con la sperimentazione. Ma questa strada è un vicolo cieco, non si può andare avanti all'infinito senza ripetersi all'infinito. La vera originalità è altrove. Oggi per essere originali bisogna tornare a interrogarsi sull'origine, con le grandi domande di sempre: chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo. Certo, i relativisti, i nichilisti, gli intelligentoni rideranno beffardamente di questo tentativo, ma caspita, un artista deve essere un artista, non una mammoletta.

La Valchiria senza la mia Valchiria

valchiria_manifesto_296_360Venerdì mattina, allarmato per l'estinzione progressiva di tutti i biglietti online, anche quelli a prezzi irragionevoli, approfitto del giorno di ferie e mi precipito alla biglietteria della Scala. Chiedo biglietti per le prossime date, scuotono la testa. Mi allarmo ancora di più. Mi offrono l'ultimo biglietto di galleria per la sera stessa: 38 euro. Mia moglie è impegnata, e poi non ci teneva troppo. Lo prendo. Compro il libretto, mi chiudo nella bella biblioteca braidense, come ai tempi dell'università, quando dopo gli esami andavo a leggere libri di e su gli artisti del Novecento. Fa un po' freddino, là dentro, ma pazienza. Mi divoro il libretto e alle cinque e mezza sono a teatro. Raggiungo il mio posto: seconda fila, con colonna davanti. Acc… La prima fila è libera. Che faccio, ci provo? Poi se arrivano i legittimi proprietari mi sposto… manco faccio in tempo a pensarlo, che arrivano padre e figlio e si siedono. Il figlio non sembra convintissimo, forse non sono nemmeno loro i legittimi proprietari. Va beh. Di fianco a me c'è una coppia di anziani spagnoli. Lei a metà del primo atto è già appisolata. Saltano netto il secondo atto, così io posso spostarmi un po' di lato e vedere meglio. Per il terzo ritornano. Quindi l'atto più esaltante e nello stesso tempo più delicato me lo vedo da dietro la colonna. Comunque Richard Wagner è un mago. La sua idea di arte totale, che fonde musica, parola, azione; la bellezza della musica (mi è toccato pure applaudire l'ipocrita Barenboim!!); la profondità inesauribile del mito… Quasi quasi ci torno pure con la mia dolce mogliettina.

Sognando Saviano

Stanotte ho sognato che nel 2050 mi capitava tra le mani la tesi di uno studente di una facoltà di comunicazione su un argomento che mi interessava. Sembrava un sogno sereno, da topo di biblioteca, ma ecco che all'improvviso si è fatto confuso – dev’essere stata la peperonata di ieri sera! Comunque mi sono rimaste impresse alcune cose. Il titolo della tesi era:
 
“Roberto Saviano: lo scrittore che diventò un dio.”
 
Inaspettatamente dal ponderoso volume cominciavano a uscire facce gigantesche e inquietanti in rapida successione, Pasolini con gli occhialoni taroccati di Dolce & Gabbana che gridava “Io so!”, Carlo Levi che arrancava su un aspro sentiero di montagna, Sciascia stritolato dal gufo di un orologio a cucù, Saviano stesso che gridava “Io contro la camorra!”, l’auto di Falcone che saltava in aria… poi leggevo l’indice:
 
Parte terza: i media italiani
Cap. 1: la “macchina del fango” dei giornali di destra
Cap. 2: la “macchina del fango” dei giornali di
Cap. 3: la “macchina del fango” dei conduttori di
 
E quei due titoli incompleti? Che cosa ci doveva essere scritto??? Allora correvo disperato in un labirinto, inseguito da altri faccioni enormi e ghignanti: Santoro che gracchiava "Bella ciao", Massimo Ciancimino, la D’Addario, Leoluca Orlando che sbraitava: "Falcone è un venduto!", direttori editorialisti cronisti di Repubblica, dell’Unità, del Fatto… ma alla fine, a pagina 826 della tesi, in carattere minuto, ecco finalmente la doverosa ERRATA CORRIGE:
 
Per un deplorevole errore di stampa, i capitoli 2 e 3 contengono una trascurabile omissione, la parola "sinistra".
 
Poi mi sono svegliato, ma chissà perché mi è rimasto addosso un vaghissimo sospetto: non sarà che, nei confronti di una sinistra perennemente assetata di eroi da contrapporre al Cavaliere di Arcore nella perpetuazione del falso mito resistenziale, quel Saviano lì – bravo è bravo per carità – ma è un po’ paraculo?
 
Ps. Tra le fonti della tesi, c’era questo documentato articolo di Filippo Facci (qui).

La leggenda dei 36 giusti

giotto

Giotto, Giustizia

Secondo una leggenda ebraica, il mondo si regge sulle spalle di 36 giusti la cui identità nessuno conosce. Solo grazie a loro, generazione dopo generazione, Dio risparmia al mondo la punizione per gli innumerevoli peccati commessi dagli uomini: la distruzione.
Non so né dove né quando ho sentito questa storia per la prima volta, ma mi è subito sembrato di conoscerla da sempre. Attorno a quell’immagine così ricca e affascinante sono confluiti spontaneamente pensieri prima dispersi qua e là nella mia testa.

La storia prende spunto dal passo dell’Antico Testamento in cui Dio scende a patti con Abramo promettendogli che non distruggerà Sodoma e Gomorra a condizione vi si trovino dieci giusti (era la prima lettura l’altra domenica, Genesi 18,20-32). L’episodio è interessante perché è uno dei pochissimi in cui la giustizia divina viene messa in discussione. Tra Abramo e Dio avviene una trattativa sul numero minimo dei giusti. Abramo ottiene una fortissima riduzione, ma sappiamo che fine abbiano poi fatto le due città. Come nel diluvio universale, il creatore ha esercitato una sua prerogativa: la possibilità di annichilire il creato.
Al contrario, nella leggenda si parte dal dato di fatto che il mondo continua ad esistere e si dà la spiegazione del perché. È come se si rispondesse alla domanda: perché Dio, malgrado tutto il male commesso dagli uomini, non ha ancora distrutto il mondo? In questo quadro, la giustizia assume un’importanza cruciale. Su di essa si gioca la sopravvivenza stessa dell’uomo.

Per comprendere meglio quale idea di giustizia pervada la leggenda, guardiamola più da vicino. Su un piatto della bilancia vediamo quantità incalcolabili di uomini, ciascuno portatore di una quantità incalcolabile di peccati; sull’altro piatto solo i trentasei giusti. Eppure la leggenda ci dice che quei trentasei sono sufficienti a spostare l’ago e a far cambiare idea al giudice supremo! Di fronte a questa scena, il nostro sentimento è duplice. Da una parte, viene offeso il nostro senso istintivo della giustizia, che ci porta a misuraree a confrontare tra loro le quantità: ad ogni peccato dovrebbe corrispondere una certa pena, ad ogni peccatore dovrebbe corrispondere un giusto. La leggenda, però, sembra suggerire che c’è un altro modo di guardare alla faccenda. Dio, infatti, malgrado l’evidente sproporzione quantitativa, risparmia il mondo. Quindi, o Dio è ingiusto o siamo noi che dobbiamo cambiare prospettiva. Posti di fronte a questo, ecco che comincia a risuonare dentro di noi un’altra idea di giustizia, più ampia e più profonda. La leggenda ci mette sulla giusta strada tramite la sua cifra dominante: l’incommensurabilità. Incommensurabile è, innanzitutto, l’infinita potenza di Dio rispetto all’infima condizione dell’uomo. Infima sia per quanto riguarda la potenza, sia la moralità. Ma l’incommensurabilità domina anche all’interno dell’ambito umano, dove non esiste rapporto tra l’esiguo numero dei giusti e l’incalcolabile numero dei peccatori. Questa incommensurabilità (cioè: non misurabilità) può essere letta come un invito ad abbandonare la misurazione per concentrarci su altro. Ma cos’è che può riportare la bilancia in equilibrio? L’unica possibilità è che ciascuno dei giusti possieda un peso specifico moraleenormemente superiore a quello degli altri uomini. Un peso specifico, appunto, incommensurabile. Avviene, così, uno spostamento di significato. Non è nella quantità, che va cercato il vero significato della giustizia, bensì nella qualità.

A questo punto si apre un’altra questione: chi sono questi uomini giusti?

La leggenda non fornisce i nomi. L’anonimato rende, in un certo senso, più accettabile il tutto. Infatti, il giusto deve possedere un’aura speciale difficilmente conciliabile con la prosaicità di un nome e un cognome. Una traccia di questo stesso tema la ritroviamo anche nei supereroi dei fumetti, la cui vera identità deve rimanere ignota agli altri. Oppure, per converso, si pensi alle cause di santificazione di uomini vicini a noi nel tempo, uomini su cui sono circolate molte più informazioni rispetto agli antichi: non è forse vero che ci riesce molto più difficile accomunare questi uomini a quei santi di cui abbiamo visto solo le reliquie o antiche raffigurazioni?

Lasciando irrisolta la domanda sull’identità, l’anonimato ha anche un’altra funzione. Ci porta a farci un’altra domanda: chi è l’uomo giusto? Quali sono le sue caratteristiche? A quale classe sociale appartiene, a quale sesso, a quale religione, a quale nazione? Anche questa domanda rimane senza risposta, ma indirettamente stimola una quantità di riflessioni. Non essendoci nome e cognome, nazione, religione, sesso, l’uomo giusto potrebbe essere uno qualunque dei miliardi di esseri umani oggi viventi, anche qualcuno di molto vicino a noi. Forse noi stessi? Non essendoci nemmeno l’indicazione di un ruolo sociale, ci viene detto che non c’è carica pubblica, istituzione o censo che possa garantire automaticamente la rettitudine della persona. Il giudice al pari dell’imputato, il ricco al pari del povero, il bianco al pari del nero, il cristiano al pari del musulmano: nessuno è automaticamente né giusto né ingiusto. Si può anche dire che, sempre indirettamente, la leggenda mostri un certo grado di scetticismo verso le istituzioni, perché è evidente che una qualsiasi tra le istituzioni preposte alla giustizia in uno qualsiasi dei paesi del mondo conti un numero di cariche ben superiore a trentasei. Questo scetticismo nelle istituzioni umane, tuttavia, è funzionale all’indicazione di un ordine gerarchicamente superiore, tanto grande da comprendere al suo internola stessa esistenza del mondo. Qui si parla di una giustizia di tipo diverso dalla corretta applicazione delle leggi umane. L’appellativo di “giusto” rimanda evidentemente a un ordine superiore.

C’è poi l’indicazione che ogni generazione possiede un identico numero di giusti. Letto con gli occhi di oggi, questo messaggio universale sfida l’idea di progresso, idea moderna che prevede il costante miglioramento dell’uomo anche dal punto di vista morale, un’evoluzione della specie anche per quanto riguarda la coscienza. Nello stesso tempo, va contro il falso mito dell’età dell’oro, intesa come realtà migliore ma ormai non più attingibile – “Una volta sì che c’era la giustizia! La giustizia è morta!”. Dunque, niente progresso e niente età dell’oro. Eppure non si può dire che sia una visione rinunciataria, perché lascia aperta la porta alla speranza. Infatti, ci dice che gli uomini giusti continuano a esistere e che il mondo sta in piedi grazie a loro. Dunque anche noi possiamo avere esperienza della giustizia. E chi di noi può dire di non averla mai provata, cioè di non essere mai venuto a tiro di un giusto?

In definitiva, c’è la presa d’atto realistica di un mondo pervaso dal male, ma c’è anche lo slancio utopi
co laddove si riconosce che il bene continua a lasciare una traccia salvifica. La giustizia sulla terra è un’esperienza tra le più rare, ma non è impossibile. Può ben accadere che non si ottenga giustizia nei tribunali o nel lavoro o a casa propria, ma qualcuno da cui la potresti ottenere, magari anche domani, c’è. L’influsso di questi uomini sul mondo è tanto nascosto quanto decisivo. Gli atti di giustizia, pur essendo numericamente esigui, avvengono di continuo e sono la cosa più importante di tutte.

Ps. Segnalo una bella iniziativa dello Stato di Israele legata a questa leggenda (qui).