Katy vs Miley. Musica batte trasgressione

Recentemente mi ha colpito la trasformazione radicale dell’immagine di una cantante americana, Miley Cirus, da brava ragazza a ragazza trasgressiva. Da volto della Disney al quasi porno. Mi ha fatto un po’ di tristezza pensare alla riunione in cui lei, il suo agente e i dirigenti della sua etichetta discografica hanno deciso che non avrebbe più leccato innocenti coni gelato multicolori, vestita come una scolaretta tutta casa e chiesa, ma un ambiguo martello di ferro, in biancheria bianca, tra moine arrapanti, come fa nel suo ultimo videoclip (qui). A me, comunque, piace molto di più un’altra cantante americana, Katy Perry, che invece la butta sulla freschezza, sulla simpatia e sul divertimento. Questo è il suo ultimo video (qui).

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Los Pecorones. In piazza come in redazione

Per la meglio intellettualità italiana, l'Italia è sempre, ogni santo giorno da anni e anni, sull'orlo di uno sconvolgimento epocale. Sia in positivo, sia in negativo. Non esiste gradualità, prudenza, cauto ottimismo. E' tutto o bianco o nero, o apoteosi o catastrofe. E' sempre l'ultima chance prima del collasso, del baratro, dell'abisso, dell'apocalisse. Oppure, al contrario, ecco arrivare il salvatore, il messia, l'uomo del destino. Un modo di pensare che si abbandona all'emotività, all'istinto del gruppo, alle mode del momento, invece che al pensiero individuale, lento e prudente. Una mentalità che oggi viene accreditata come "sinceramente democratica", ma che in realtà è perfetta per preparare la strada all'autoritarismo e al totalitarismo, perché promette ciò che nella politica liberal-democratica, così come nella vita, non esiste: il cambiamento radicale e istantaneo. La rivoluzione.
Questa infausta mentalità si declina in modi diversi. In politica, c'è chi si propone di "salvare l'Italia" (e perché non il mondo?), come il Pd o gli imprenditori alla Marcegaglia-Montezemolo-Della Valle. C'è chi marcia da decenni verso il Sol dell'Avvenire, e oggi che sente odore di sangue si ributta nella mischia, come la sinistra radicale. C'è lo squadrista della legalità, Antonio di Pietro. C'è chi la butta sul folclore pagano di ampolle miracolistiche, come la Lega. C'è chi, invece, tenta di mitigare questo istinto sempre latente, da cui nessun italiano può dirsi davvero immune, lanciandosi su una strada nuova, di stampo conservatore, che Berlusconi ha tracciato e che oggi si chiama Partito Popolare Europeo.
Ma, soprattutto, come dicevo, ci sono gli intellettuali in blocco, a parte pochissime eccezioni. Gli intellettuali sono quelli che ci credono di più, e che, a differenza dei politici, non hanno nemmeno la scusante del cinismo a fini elettorali. Costoro oggi sono tutti lì, come un sol uomo, a coccolare e a vezzeggiare gli ultimi salvatori della patria e del mondo, gli Indignados. Uno come Santoro arriva a parteggiare esplicitamente con i violenti, ma lasciamolo perdere. Gli altri si tengono a distanza dai violenti, ma c'è chi dice che sotto sotto parteggino per loro. Io questo non lo so, non sono il loro analista. Mi limito a leggere quello che scrivono, e a rifletterci sopra. E talvolta traduco le loro parole in immagini. Per esempio, oggi ho letto uno di loro e mi è nata nel cervello l'idea che l'intellettuale italiano sia una specie di "rivoluzionario crepuscolare", eternamente sospeso tra l'infatuazione per il vitalismo tropicale di Che Guevara e la decadenza tardo-sabauda di Guido Gozzano.
I più acuti fra voi avranno già riconosciuto Massimo Gramellini, autore non a caso del crepuscolare Che tempo che fa e delle pillolette lassative del mattino sulla Stampa, aiutino gastroenterico per rivoluzionari in pensione. Oggi parte con un proditorio, cheguevariano "Mi ribello", e poi evoca una "generazione degli Indignati" che esiste solo nella sua mente. Ennesima riproposizione di mille altre presunte "generazioni" che in questi anni dovevano salvare l'Italia e il mondo, e invece sono durate lo spazio di una notte. Tutte copie sbiadite, nostalgiche, di una speciale "generazione", il Sessantotto, di cui l'autore si dispiace di non fare parte, quella che doveva spaccare il mondo, e che invece finì in una scorreggina. Piccola, eh, ma assai cupa e assai funesta, come sanno essere solo quelle che spara il nonno dopo un'indigestione di bagnacauda.
Poi evoca il gran nemico di oggi e di allora, i "benpensanti", e sogghigna sull'ormai famoso "Er Pelliccia". Notare che in questo modo esorcizza la violenza del ragazzo e la rimuove, perché non collima con la sua immagine idealizzata. No, per giove, costui non deve assolutamente diventare il simbolo di questa nobile "generazione". Infatti, "Non sono proprio tutti così, i ventenni di oggi." Notate, anche qui, che questa difesa d'ufficio è del tutto inutile e fuori luogo, perché sappiamo tutti benissimo che i giovani non sono tutti né come quello sfigato violento, né come i pacifici pecoroni che sfilano ormai ogni venerdì per qualche nobile causa, senza violenza, sì, ma anche senza idee. Sono solo gli intellettuali alla moda, e i politici di sinistra, ad essere cascati nella bufala propalata dagli Indignados stessi, di essere il 99%.
Va beh, non vi annoio oltre. Segnalo solo che, involontariamente, Gramellini dà una definizione perfetta di buona parte dei Pecorones, pardon, Indignados: "belloccio, bamboccio, lavativo, ignorante." E anche della classe intellettuale italiana: "bla bla giovanilista" e "una società fondata sull'emotività delle immagini, invece che sulla profondità dei gesti e delle parole."
Pecorones in piazza, pecorones in redazione. E il cerchio si chiude. Pardon, el cerchios si chiudes! 

Cineconformisti

Se il pregiudizio imperante è che quelli del nord sono intolleranti e razzisti, eccoti l’uomo del nord (qui) e l’industriale del nord (qui) che corrispondono perfettamente al ritratto. Se il pregiudizio imperante è che al sud sanno vivere mentre al nord no, eccoti la gente del sud che insegna all’uomo del nord a vivere (qui). Se il pregiudizio imperante è che l’immigrato non se lo fila nessuno, eccoti pronto il film apposito sugli immigrati, con tanto di locandina piagnona (“Per farsi notare bisogna sparire”), salvo poi scoprire che nel film stesso si parla di “una percentuale alta di lavoratori immigrati, tutti in regola e ben inseriti” (qui). Che uno dice: messi in regola da chi, se non dagli imprenditori stessi? Ma sono cavilli da buzzurro insensibile.
Il fatto è che le dorate terrazze romane dove nasce il 99,99% del cinema italiano sono troppo lontane dal profondo nord, e quindi laggiù non sono mai arrivate notizie delle storie di successo che hanno per protagonisti gli imprenditori, le loro aziende e i loro lavoratori (immigrati e non). E quindi nessuno dei nostri sensibili cineasti, per fare uno dei suoi imperdibili film, ha mai preso ispirazione dalla domanda: E se all’improvviso sparissero tutti gli imprenditori? La risposta, temo, è che gli immigrati farebbero dappertutto la triste fine che oggi fanno in posti come Rosarno, dove la gente del sud sa vivere bene, mica come quelli del nord, ma per gli immigrati è un inferno. Altro che Veneto. Ma anche Rosarno, come il Veneto, è un po’ troppo lontano dalle placide terrazze romane.
Eppure, bisogna ammettere che perfino in questo squallore conformista, un balzo di genialità c’è: chi altro, infatti, a parità di conformismo, riuscirebbe a farsi osannare per il “coraggio” o addirittura per la “scorrettezza politica” (qui)?

Uno che non ce la fa più

C'è un mio amico che me la mena sempre sul minutaggio dei tg dedicato al Papa. Vecchia battaglia di origine radicale, ormai entrata di diritto nell'anticlericalismo da aperitivo. Io invece comincio a infastidirmi per il minutaggio dedicato a Vasco Rossi. Lo avrà commissionato la casa discografica come forma di pubblicità? Tutti i santi giorni il suo faccione gonfio e l'occhio da pesce palla strafatto. Prima perché va in tourné, poi perché va in clinica, poi fa il check up, tutto bene meno male, poi è depresso, poi combatte la depressione leggendo Dostoevskij (e per i calli, invece, che lettura consiglia?) poi se la prende con Ligabue, poi biascica qualcosa di incomprensibile salendo in macchina, manco fosse il predellino… insomma, Vasco, hai rotto!!

Captain Iran?

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Tra i frutti bizzarri della globalizzazione, c'è che in alcuni paesi il film "Captain America", tratto dalle avventure dell'omonimo fumetto, esce senza la parola "America", che disturberebbe spettatori e governi locali. E quindi, come si chiamerà? "Captain Iran"? (qui).

Il papà buono

Essendo ancora troppo presto per un vero bilancio storico e politico, il mio interesse per Silvio Berlusconi attualmente si concentra sul lato simbolico della sua figura. Ultimamente, lo si vede più che altro tacere imbronciato, e quando parla si stenta a riconoscerlo, tanta è la serietà e il malumore. Ed ecco che, piano piano, gazie a questa immagine si rende sempre più evidente tutta la falsità, la malafede, la cattiveria, del ritratto che ha dominato in questi anni sui giornaloni e nei programmoni di approfondimento, ma non nelle urne, per fortuna. Quel ritratto che lo ha voluto vedere a tutti i costi come un dittatore spietato, una persona orribile, il nuovo Mussolini, il Male Assoluto etc. E invece, guardatelo: il suo vi sembra un atteggiamento da dittatore, da mostro, da prevaricatore? Un vero dittatore starebbe mandando gli squadristi sotto casa dei magistrati, o si starebbe divorando tutto, ricchezze e figli, dissipando, sfasciando, incendiando ogni cosa in un'ultima notte di bagordi e cupio dissolvi. Tipo: il mondo è mio, lo stato sono io, io sono l'alfa e l'omega. Invece, niente di tutto questo.
E siccome chi ha diffuso quel ritratto era in malafede, ma non del tutto stupido, ecco che qualcuno comincia già a cambiare atteggiamento verso di lui. Di Pietro parla con lui e smette di dargli del dittatore, il giornalone Repubblica a proposito della Val di Susa fa i distinguo da Grillo, e dice che l'Italia non è una dittatura (anche Santoro, mentre tratta con La7, sventola il vecchio contratto di Mediaset come esempio di libertà di espressione, ma il suo è un caso diverso: puro opportunismo). Sono solo piccoli segni, certo, ma segnalano un cambiamento. Permettono di vedere finalmente anche ai ciechi e ai sordi volontari che quel ritratto era pura fiction. Era solo una delle parti della commedia: il vecchio parruccone che si finge giovane rivoluzionario. E' questa, la parte che il grande circo dell'informazione italiana si è assunta con gioia per anni. Risultato: i sedicenti veri progressisti hanno rifiutato in blocco il fenomeno politico più moderno del dopoguera, e si sono adeguati con gioia al mantenimento del vecchio, coltivando alla grande il più vile conformismo.
Come dicevo, toccherà agli storici rendere giustizia al berlusca, perché il tempo è gentiluomo. Intanto, un piccolo appuntino a futura memoria. Silvio Berlusconi, come imprenditore ha fatto i suoi sporchi interessi, come ogni imprenditore sano di mente, ma ha fatto anche la felicità di decine di migliaia di persone: i dipendenti delle sue aziende e quelle del loro indotto. Come politico, invece, è stato fin troppo buono. E questo è stato forse il suo errore più grosso. E anche per questo, oggi, siamo nelle canne con i conti pubblici. Infatti, non ha mai fatto ciò che sarebbe stato necessario fare per il bene dell'Italia: dare un calcio nel culo ai fannulloni, tagliare senza pietà le spese morte e le tasse, smaciullare gli ordini professionali, le corporazioni feudali. Ricordiamocelo, perché sarà scritto nei libri di storia: non ha licenziato nemmeno un dipendente pubblico, dico uno, a differenza di ciò che è successo in Inghilterra e in Spagna in questi stessi anni.
Così come non è stato affatto il nuovo Mussolini, non è stato nemmeno la nostra Thatcher o il nostro De Gaulle (intesi come riformisti duri e puri). E oggi tace e medita, e guarda con benevolenza il fido Angelino – che Dio lo abbia in gloria – che prova a porre le basi per il futuro del PDL, il primo e unico partito moderno dell'Italia repubblicana. In definitiva, nella grande famiglia italiana, Berlusconi è stato ciò che ha sempre voluto essere anche nella sua azienda e nel Milan: il papà buono. Quello che non ti toglie la paghetta nemmeno se vieni bocciato trenta volte di fila. Perché somiglia molto, troppo, alla mamma.

I 3 segreti di Pisapia

Dopo tanto arrovellarmi, ho capito i 3 segreti di Pisapia, il rifondarolo che a Milano al primo turno ha preso la stessa percentuale di Ferrante di cinque anni fa: la faccia, la novità e la bicicletta. La bicicletta non so nemmeno se ce l'abbia, ma la campagna che ha generato tanto entusiasmo ha come argomento più solido le piste ciclabili. La faccia ha di positivo, per lui, che è quanto di più lontano dalle sue idee. E' una bella faccia da moderato. Il che da una parte non scontenta l'elettore radical, ma dall'altra può trarre in inganno qualche moderato incerto. Alla novità ci arriviamo più avanti.

Intorno a Pisapia si è scatenato un vero entusiasmo. Non mi era mai successo di sentire per strada nominare un politico così tante volte, incrociando passanti che chiacchierano tra loro. Tanti sono giovani, tutti sono vestiti da giovani. E tutti lo scambiano per Obama. Patetico, penso io. Ma i numeri del primo turno restano, per ora, e l'entusiasmo anche.

Se Pisapia verrà eletto, di sicuro non farà cose buone, giuste e moderate: non caccerà mai gli zingari dai loro siti illegali a calci nel culo, non caccerà mai a calci nel culo certi musulmani che istigano all'odio contro l'occidente. Sì, perché il moderato non è quello che sa solo fare vai fratello, tutti dentro, dai, che ci divertiamo. Il moderato è quello che sa riconoscere chi vuole fotterlo, quando se lo trova di fronte, e sa reagire con fermezza, quando serve.

Uno può dire: la Moratti ha anche lei la faccia da moderata, e in più è moderata anche nelle idee. Vero. E infatti, secondo me, tutta la cagnara sulla falsa accusa non ha influito così tanto. Ma qui interviene un altro fattore: la Moratti è il passato e il mugugno e le buche nelle strade, mentre Pisapia è il nuovo. Ora, finché un moderato incerto di Milano lo metti di fronte alla scelta tra la Moratti e Grillo, o Di Pietro, o De Magistris, o lo stesso Vendola, non c'è partita. Ma oggi di fronte a lei c'è un avvocato – sottolineo, avvocato – con la faccia da moderato e i modi da moderato, seppure con le stesse idee di Vendola, e allora ecco che il suo radicalismo, magicamente, sfuma. E sfuma anche la faccia. Ed è così, che Pisapia, agli occhi di tanti, diventa Obama. Non Stalin, come dice erroneamente Silvio, ma Obama. Patetico, ripeto, ma è così.

Se poi questo aspetto sia decisivo, nelle urne, non lo so. Forse no, perché forse conteranno di più altri fattori, tipo il voto di tanti cattolici (quelli sedicenti "adulti", quelli che sarebbero pronti a votare uno favorevole a eutanasia, matrimonio gay e aborto, come Pisapia, appunto…). Ma qualcosa, secondo me, conta.