Una chiesa che sembra una chiesa

L’altra sera guardavo su Rai Storia (credo) un documentario sull’Eur, il noto quartiere di Roma. Al di là dei dettagli sulla sua storia, sullo stile etc, mi hanno colpito alcuni aspetti più generali.

Primo: aveva uno stile. Sembra scontato, dirlo, ma colpisce me, che sono nato in un’epoca senza stile. Che un intero quartiere possa avere un unico stile – idea monumentale – è un’idea che non ci appartiene più. Ma anche l’idea che ogni nuovo stile debba essere in continuità con quelli già esistenti – idea di puro buon gusto – non ci appartiene più. Insomma, è l’idea stessa dello stile, che non ci appartiene più.

Secondo, questo stile rappresentava plasticamente le idee del regime fascista. Questa era la sua grandezza e, insieme, il suo limite. Grandezza perché, qualunque cosa si pensi di quello stile e di quel regime, l’idea che uno stile possa esprimere qualcosa di più che l’ombelico dell’architetto era in linea con la tradizione dell’occidente, tradizione che solo un branco di rivoluzionari della politica, della cultura e soprattutto della domenica, può pensare di buttare nel cesso tutta in blocco, in nome del “progresso” e dell'”antifascismo”, ma in barba al principio naturale della “conservazione”. Limite, perché, nello specifico, incarnava l’idea dello stato come luogo supremo dell’identità di un popolo.

Terzo. Il progetto fu ideato e avviato dal regime fascista, ma gli edifici furono completati nel dopoguerra. Ciò significa che, a dispetto delle favolette che ci hanno raccontato a scuola i professori antifascisti, in realtà tra il prima e il dopo, tra il regime e la repubblica, c’è stata una certa continuità. In fin dei conti, morti a parte, nel 1948 le persone erano ancora quelle, i progetti nel cassetto erano quelli. L’antifascismo “duro e puro” doveva ancora essere inventato.

Quarto. La chiesa di San Pietro e Paolo fu completata circa nel 1955. E’ una chiesa che appena la vedi pensi toh, una chiesa (qui). Nel giro di pochi anni, invece, cominciarono a essere costruite chiese che quando le vedi pensi che siano palestre. Non dico tanto, ma a volte basta una croce, un altare, una cupola.

P.S.: Questo post, pur non parlando di politica attuale, esce durante la campagna elettorale, quindi l’autore avverte l’esigenza morale di conferirgli l’autorevolezza che merita, ricordando al lettore che lui è un europeista convinto, non un populista.

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Indignados, l'allegra carnevalata (tranne che nella cupa Italia)

L'indignazione è il sentimento più facile, gratuito, meno impegnativo che ci sia. Una volta gli "indignados" li trovavi al bar della piazza, e potevi stare sicuro che con loro trovavi una spalla per le tue piccole frustrazioni, rancori, odi, antipatie. E' molto rassicurante conoscere un posto dove ci sarà sempre qualcuno con cui borbottare, sacramentare, augurarsi la morte dell'oscuro mandante di tutti i nostri guai, chiunque sia e dovunque sia. Poi si tronava a casa e tutto era come prima, ma almeno eri un po' più sollevato. Mica poco. Oggi, con la potenza tecnica di internet, ecco che il tuo messaggio, la tua indignazione da bar, arriva in un attimo ai quattro angoli del mondo. Il tuo sfogo fatuo e irresponsabile diventa lo sfogo di cento, mille, diecimila, un milione, un miliardo, senza peraltro perdere un grammo della sua fatuità e irresponsabilità. Non servono più anni di studio e di lavoro, non serve più fare politica per creare consenso intorno a un'idea: basta un singolo, rapidissimo click.
Poi, così come una volta si usciva sulla piazza un po' alticci a insultare a casaccio le massime autorità e Dio, ecco che anche la rete si dimostra contigua alla piazza. Infatti, il "popolo della rete" ha tutti i mezzi per rispondere affermativamente ad ogni convocazione, a qualsiasi ora del giorno e della notte (e così dimostra la sua netta superiorità rispetto al bar, che a una certa ora chiudeva e ti sbattevano fuori a calci nel sedere): le centinaia di euro necessarie le mettono i genitori, che spesso e volentieri vengono anche loro; lo studio può sempre aspettare; il lavoro meglio non averlo del tutto, che se no mi rovina l'immagine di rivoluzionario a tempo indeterminato. Ed ecco nascere l'allegra carnevalata, fatua e irresponsabile, il gigantesco lavacro delle coscienze, tanto innocuo quanto inutile. La finanza, la politica, i precari, le donne, l'ambiente, il terzo mondo, la pace. Tutti in maschera, tutti a ballare! Salvo in Italia, dove ci si distingue per cupezza e violenza. Anche in questo caso, siamo riusciti a insozzare tutto, insensibili come siamo alla gioia, al buonumore, alla goliardia. 
Che quella degli "indignados" sia solo una grande carnevalata, lo dimostra anche l'esagerato interesse e l'affetto da parte dei grandi commentatori dei grandi giornali e tv (e perfino il governatore della Bce!), tutti lì a coccolare e a vezzeggiare i giovani in cui riconoscono i se stessi del Sessantotto, la stessa fatuità, la stessa irresponsabilità e, nel caso dell'Italia, la stessa cupezza. Ma sentiamo direttamente le loro voci, intervistati da La7, a domanda secca: che cosa chiedete di preciso? "L'essere umano è la cosa più importante." Ok, e quindi, cosa chiedete di preciso? "In futuro non avremo più diritti." Ok, e quindi cosa chiedete di preciso? "Ci hanno tolto la libertà, la dignità, l'identità." E quindi, che cosa chiedete di preciso? "No Berlusconi, no governo, no Bce, no politica, no banche, no finanza." Chiaro, no? La protesta per la protesta. L'indignazione per l'indignazione. E poi tutto come prima, ma un bel po' più sollevati. Tranne che nella cupa Italia, dove la lezione di Genova non è servita, dove si è fatto di un teppista un eroe, e dove si trova sempre qualcuno (l'altro ieri pare i No Tav) pronto alla violenza.

Un soldato contro mille uomini

Una nazione intera, Israele, ha atteso per anni la liberazione di un singolo suo soldato, Gilad Shalit. Milioni di uomini per un solo uomo. Alla fine, pur di farlo tornare a casa, ha accettato di scambiarlo con 1000 criminali palestinesi, tra cui centinaia di terroristi. I quali torneranno di sicuro a fare l'unica cosa che sanno fare: ammazzare israelani innocenti. Ora, la prima domanda che ci si può fare è questa: è giusto che la vita di un solo uomo abbia questo prezzo? Poi, però, si può anche rovesciare la questione e pensare al significato di quanto sta accadendo. Quando un uomo arriva a valerne 1000, ed è sostenuto da altri milioni, significa che è in atto qualcosa di più grande di lui. Qualcosa che spinge lo stato a giurare di riportare a casa ogni singolo soldato. Un giuramento sacro, un impegno che lo stato israeliano prende nei confronti di tutte le famiglie. Perché sa che in ogni singolo soldato israeliano si intrecciano tragicamente la cultura della vita e la necessità della guerra. Con quel patto, il valore del singolo si innalza a un livello superiore, diventa collettivo, simbolico. Inoltre, se confrontiamo tra loro i due mondi che confliggono in medio oriente, ecco che l'aspetto "numerico" di questa vicenda sembra volerci dire anche un'altra cosa: quale sia il valore assegnato alla vita delle persone nelle due culture contrapposte. Lo stato degli ebrei mette su un piatto della bilancia un solo uomo. I suoi nemici, per riequilibrare la bilancia, ne devono mettere 1000.

Segnalo un bel pezzo di Giulio Meotti sul Foglio in edicola ieri. Online, purtroppo, solo per abbonati (qui).

Questo è parlare di politica

Quanti sono i commentatori di cose politiche italiane che guardano davvero in profondità, con senso storico, benevolenza verso i politici, rispetto per la verità? Una manciata. Li riconosci dallo stile e dai concetti. Tipo questo, di Massimo Zamarion:

"Il ciclone Mani Pulite spazzò via la DC. Ma non poteva spazzare via il partito conservatore che viveva nella testa degli elettori."

Chiaro, vero, lampante: in Italia c'era e c'è ancora una parte della società che aveva una propria "richiesta profonda e razionale", di cui Berlusconi ha solo "preso le redini". A modo suo, certo, un modo criticabile. Ma quella parte di società era una cosa viva di per sé, che reclamava la sua rappresentanza politica. Erano milioni e milioni di italiani moderati, cattolici, atlantisti. C'erano prima di lui, ci sono ancora oggi, e gli sopravviveranno. Banalità? Mica tanto. Infatti, l'analisi politica che va per la maggiore (su tv, stampa, blog) è prodotta da commentatori che vedono questo elettorato solo come un nugolo di malvagi imprenditori evasori, e borghesucci dementi, subumani, manipolati dalle tv del caimano. E quindi è totalmente falsata alla radice.
In parallelo, c'è un altro fenomeno politico da considerare: l'estrema difficoltà nel definire con altrettanta chiarezza l'elettorato del partito che sarebbe l'avversario naturale del Pdl, il Pd. Socialisti? Guai! Il cinghialone mai! Socialdemocratici? Se lo fossero, lo avrebbero detto nel nome, o avrebbero indicato quello come riferimento europeo. Ma non lo hanno fatto. Comunisti? Non lo sono più. Cattocomunisti? Sì, ma si offendono se glielo dici, e poi che cavolo di categoria sarebbe? Anti-occidentali? La parte che grida di più, sì. Gli altri, boh. Solo "democratici"? Ok, e quindi, che vuol dire? Non si sa.
Quindi, a destra abbiamo un elettorato e un partito che a grandi linee si può dire che cosa siano e che cosa vogliano (e oggi indicano il Ppe come riferimento europeo). A sinistra, invece, abbiamo un elettorato la cui domanda politica resta indefinibile. E infatti anche la risposta della sua classe politica è altrettanto indefinibile.
Da questa situazione fortemente sbilanciata discendono alcune conseguenze.
Primo: il buco politico a sinistra è il motivo per cui i politici di quella parte si appoggiano di continuo ai loro supplenti: giornalisti, opinionisti, comici, guru e, peggio ancora, magistrati e antimafie. Un modo infruttuoso e suicida per non fare i conti con se stessi, con il passato e con il futuro. E per abbandonare i propri elettori a se stessi o nelle mani dei suddetti supplenti.
Secondo, che a destra ciò che manca davvero ai politici è la consapevolezza della propria forza e il coraggio nel legiferare. Infatti, ciò a cui sono chiamati è qualcosa di storico: dare un segno più liberale a una grande macchina che fino a oggi continua ad avere l'impronta del corporativismo e del consociativismo. Naturalmente, tutto e sempre con gradualità.
Se si vuole arrivare da qualche parte, bisogna conciliare il coraggio con la gradualità. Mica facile. E infatti, nella società non manca chi esagera e invoca ridicole soluzioni "drastiche". E non si rende nemmeno conto, così facendo, di scimmiottare pensieri vagamente rivoluzionari. Imprenditori che blaterano continuamente di "discontinuità", "strappi", o altre balle da rivoluzionari. E che si rivolgono solo ai "migliori". Ma così, non si fa altro che alimentare l'insofferenza per la politica e la spaccatura tra gli italiani. Lo capirebbe anche un bambino.
A destra ci vuole più coraggio, a sinistra ci vuole più autocritica e più visione politica. E poi ci vuole il riconoscimento reciproco tra le parti, e una rilegittimazione, anch'essa graduale, della politica. Solo così, si può "ricucire". E le rare analisi politiche equanimi possono solo fare bene a tutti. Non c'è altro modo. Non c'è manovra, spread, legge elettorale, indagine dei pm, intercettazione, sputo contro la casta, corteo antimafia, campagna antibavaglio, terzo polo, partito cattolico, riforma strutturale, che tenga. Il settarismo e l'antipolitica non fanno altro che accrescere l'odio e approfondire il solco tra gli italiani.

(All'inizio ho citato dall'ultimo post di Massimo Zamarion, in arte zamax, che parte dallo spunto del "partito cattolico" (qui).)
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La sottile Linea Verde

Per capire certi fenomeni, non servono dotte analisi. Basta saper guardare. Anche guardare la tv. E la cultura non fa eccezione. Per capire che aria tira in quel mondo, per nasare il vento più forte, non serve andare a un noioso convegno universitario, tra le elite intellettuali. Basta guardare uno di quei programmi della domenica, tipo Linea Verde.
L'inviata, una bella donna entusiasta, è in una fattoria ungherese, circondata da simpatici buffoni in costume tradizionale, che le mostrano il vino e gli insaccati. L'inviata strabilia: "Oh, ma che antiche e nobili tradizioni!" In questo, è la perfetta interprete della cultura progressista, che può tollerare solo le tradizioni ormai divenute folklore, in particolare quelle culinarie. Insomma, quelle innocue. Per tutte le altre, quelle ancora vive e vegete, e quindi pericolose per i dogmi progressisti, scatta l'intolleranza, cala il pesante martello progressista. La famiglia naturale, la chiesa, il Natale: Bleah! Puah! Robaccia da retrogradi reazionari! Ma quanto sei indietro!
A questo proposito, non fatevi ingannare: quando i progressisti dicono "allargare gli orizzonti", "allargare la famiglia" etc., sono solo false metafore. Infatti, l'orizzonte è l'orizzonte, è già un simbolo di infinito. Così come la famiglia è la famiglia, simbolo dell'eterno. Se li "allarghi" secondo il dettato progressista, li distruggi.
Ma dicevamo dei vini. L'inviata entusiasta  parla anche di Tocai, il vino che fino a pochi mesi fa veniva prodotto anche in Friuli, nel nostro Friuli. Ora, invece, grazie a una sentenza europea, lo possono produrre solo lì in Ungheria, con quel nome. Ebbene, invece di dirgli "Cari ungheresi, come la mettiamo con il Tocai?", l'inviata esclama, tutta eccitata: "Grazie, nobili plebi ungheresi in costume, per averci insegnato che cos'è la tradizione e che cos'è il patriottismo!"
Morale: da noi, le tradizioni sono buone solo quando sono morte, e il patriottismo è buono solo quando è il patriottismo degli altri (o quando lo si vuole rinfacciare alla Lega). E allora, viva viva il patriottico insaccato ungherese!!

Quella comunista di mia madre

Adoro discutere di politica con mia madre, perché è la perfetta incarnazione di ciò che per me è la cattiva politica. Non c'è una volta che parta da qualcosa di reale, un dato storico, un fatto assodato, un bisogno vero. Mai. E non c'è verso di farle capire che è da lì che bisognerebbe partire, invece. Fase uno: capire la realtà. Fase 2: formulare un'idea. Fase 3: tornare alla realtà. Niente. E infatti, adora Santoro e odia la Lega e Berlusconi. Li odia visceralmente, come si può odiare l'uomo nero. O come andavano odiati e vanno odiati i comunisti, i fascisti, i terroristi, ma quelli veri, però. Ma la cosa più bella è quando, ad assistere alle nostre pacatissime discussioni, le domeniche che vado a trovare i miei, ci sono anche i miei cugini di giù. Del sud, del meridione, della terronia. Dove nacque anche mia madre, che poi lasciò il paese di contadini e operai per diventare maestra. Nati e vissuti lì. Viventi lì ma, spesso, lavoranti qui, fissi o a progetto. Di tanto in tanto, si producono in perle assolute di naturalezza e verità, come questa:

"Zia, io ho paura, quando cammino in mezzo agli extracomunitari."

Oppure:

"Noi, al sud, siamo molto più razzisti di loro al nord."

Io gongolo, lei trasecola. Si vede benissimo che vorrebbe dire: Ma come? Queste bestialità le può dire solo quel #¥‹@§£% di Bossi!!!
Ma non lo dice, perché azzittita non da me – ma quando mai – ma dalla pura, semplice realtà.