Il nuovo programma di Giulia Innocenzi, pro e contro

Ho sempre pensato che fosse la migliore della scuderia Santoro: garbata, con una bellezza particolare e quell’aria a modino come piace a me. L’altra sera ho scoperto altre sue virtù: è tosta il giusto per farsi affidare una conduzione, furba il giusto per tenere aperto il dibbbattito. Mi piace anche la formula del personaggio noto (Renzi) seduto in cerchio con i ragazzi. Il nome “Announo” è già un passo avanti, rispetto al raggelante “Annozero” di cui è un’appendice. Ho cambiato canale solo durante il pallosissimo diario di Travaglio che, privo del suo osso preferito, Silvio, non sembra più lui. Santoro e Vauro, in chiusura, non li ho guardati. E ora la nota più triste: il secondo ragazzo più votato via social network ha conquistato i voti grazie a uno sfogo vittimista e arrogante, facendo leva sul nostro senso di colpa per un presunto passato “neocolonialista”, tipo: siete voi bianchi che ci avete reso poveri e ignoranti!!! Insomma, le vecchie categorie fuorvianti, come il “neocolonialismo”, non sono ancora defunte. La storia scritta sotto dettatura dell’Unione Sovietica si è reincarnata in un ragazzo probabilmente nato dopo il crollo del comunismo. A cui nessuno si è sognato di ribattere niente, nemmeno “a”. Bah.

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Il coltello che apre gli occhi

Forse, finalmente, i soliti intelligentoni apriranno gli occhi. Ora che non c’è una motivazione puramente “materiale” per il male, forse capiranno che non è nelle “cose”, che devono guardare, ma nell’animo umano. Infatti, il ragazzino americano che ha ferito i suoi compagni di scuola non ha usato armi da fuoco, pistole, fucili o altri gingilli prodotti dai cattivoni delle industrie delle armi, tanto odiate dalle buone coscienze progressiste. E questo è spiazzante, per loro. Ieri sera il servizio di Giovanna Botteri suonava monco, senza il solito pistolotto contro i cattivoni delle industrie delle armi. Oggi Repubblica.it non ne parla nemmeno. Tireranno fuori che amava i videogiochi violenti? Un parente repubblicano? Un nonno del KKK? Un bisnonno bovaro del Texas? O forse, per una volta, andranno più in profondità.

Corriere (qui).

Il “fascismo buffo”, il Pd e la generazione allo sbando

Silvio Berlusconi, vero vincitore delle politiche 2013, ha definito quello di Beppe Grillo un “fascismo buffo”. Geniale. La buffoneria è indubbiamente il tratto distintivo di chi ha riempito le piazze quotidianamente, prima, durante e dopo le elezioni. Altra differenza: il duce del ventennio, quando riempiva le piazze a comando, lo faceva per acquisire o mantenere il potere, che era potere di decidere, di fare, di agire, mentre il gioco di Grillo è manifestamente l’opposto: intimidire chi deve decidere; disfare tutto; rompere le scatole. Un credo sterile e infantile, ma che fa presa, dentro e fuori il suo movimento, dentro e fuori il Pd. Sì, il Pd. Perché la vera origine dell’umiliazione di Marini è il solito ricatto, formulabile così: o sei “pulito”, “nuovo” e “antiberlusconiano”, o ti scateniamo contro la piazza, su tutti i media.

Un ricatto vecchio come il cucco, nella politica italiana. Grillo è solo l’ultimo arrivato. Prima di lui fu Di Pietro. E prima di Di Pietro, fu il Pci di lotta e di governo. Ovviamente non contro Berlusconi, ma contro Craxi e la Dc. Sì, ragazzi miei, in Italia solo Giuliano Ferrara e Massimo Zamarion (tipo (qui)) hanno il coraggio di dirlo, ma la verità è che questo furore cieco contro la politica, tutta la politica, è l’approdo storico della “questione morale” di Enrico Berlinguer, via mani pulite. Moralismo e populismo insieme, allo stato puro. Disponibile in 2 versioni. Versione becera: ricattare urlando a squarciagola, come fa Grillo e il fu Di Pietro; versione politically correct: ricattare in bello stile, con tanto di citazioni colte, dalla tribuna dei giornaloni con in testa Repubblica, poi Corriere e codazzo di media compiacenti. Apparentemente, la seconda versione si appella alla “buona politica” e si dichiara solo contro Berlusconi, ma, gratta gratta, non è così. Entrambe le versioni finiscono per rinunciare alla politica e si danno anima e corpo al moralismo e all’ideologia del nuovo, della costituzione, della legalità.

Legalità che, oggi, fa rima con Rodotà, o, come scandisce la famosa piazza: “Ro-do-tà Ro-do-tà Ro-do-tà!!” Un arzillo giovincello con 4 legislature alle spalle. Grottesco, per chi ha sempre idolatrato la gioventù e l’essere fuori dalla politica. Eppure, c’è una fetta d’Italia, colta e raffinata, trenta-quarantenni, imprenditori e insegnanti, laureati, informati e informatizzati, che non vede la palese autocontraddizione. Perché? Perché ai loro occhi nulla conta di più del suo essere antiberlusconiano, e per di più approvato da Grillo (vedi zamax (qui)).

In realtà, la vera, unica “buona politica”, per le sinistre di tutta Europa, è l’opzione socialdemocratica. Opzione che fu deliberatamente scartata dal Pd fin dall’origine, e che ancora oggi viene esplicitamente ripudiata dalla presidentessa uscente Rosy Bindi e anche da Matteo Renzi, il “liberal” blairiano che già si vede come futuro segretario. Il quasi ex segretario Bersani, sul tema, ha sempre glissato, lasciando il “lavoro sporco” a Stefano Fassina. Pensateci: solo in Italia accade che il maggiore partito di sinistra consideri l’opzione socialdemocratica come un ferro vecchio del Novecento, o come un tema che “divide” il partito. Pazzesco. E poi ci vengono a dire che l’anomalia è Berlusconi. E nel frattempo cadono tutti, vecchi e giovani, uno dopo l’altro, vittime di se stessi, e cioè di ciò che reputano essere i loro punti di forza: antiberlusconismo, questione morale e “nuovismo”. Contenti loro…

Un’ultima nota su quella fetta della generazione dei trenta-quarantenni, a cui accennavo sopra. Stanno quasi tutti a sinistra, consapevolmente o meno, compresi quelli che si sono fatti abbindolare dalla bubbola del “grande centro” di Monti. Sono politicamente allo sbando, perché sono cresciuti schifando non solo Berlusconi, ma anche la mediazione stessa, incarnata dai partiti. Alcuni vagheggiano la “democrazia diretta” di Grillo, altri la “rottamazione” di Renzi, altri ancora hanno votato Bersani ma sperando che si comportasse come Grillo. Politicamente, è la stessa cosa: anti-politica, anti-democrazia. E’ ciò che, nella realtà degli anni 2000, non si può certo chiamare fascismo ma, come dice Silvio, “fascismo buffo”.

Una boccata d’aria fetida

Oh, eterna musa, concedimi per un’ora – un’ora sola! – l’eloquenza di un Carducci o di un d’Annunzio, così che io possa celebrare adeguatamente ciò che il segretario del Pd Bersani ha già definito una “boccata d’aria fresca”. E che tutti i media all’unisono salutano con sollievo e simpatia: Il rinnovamento! La svolta! La novità! Ah, quali parolette garrule et fresche, odo stormir nel parlamento! Certo, se fosse stata eletta quella vecchia carampana della Finocchiaro, alla 320esima legislatura, avrebbe certamente ripetuto la solita lugubre cantilena della “costituzione più bella del mondo”, che ci ammorba da anni, e magari pure una demagogica vicinanza ai “precari” e agli “esodati”. Invece, la giovanissima Laura Boldrini è ascesa al fatal soglio così: “La nostra è la costituzione più bella del mondo, e io porto qui la voce dei precari e degli esodati!” Oh, sillabe alate! Ah, virginal candore della novizia! E se fosse stato eletto quel furbastro di Franceschini, alla sua 320esima legislatura, avrebbe sicuramente appesantito il clima, ripetendo a memoria qualche vecchia cialtronata della sinistra. E invece, ecco le prime parole dell’ex procuratore antimafia Pietro Grasso: “Avvierò una commissione d’inchiesta su tutte le stragi irrisolte!” Oh, gioventù ribelle e avventurosa! Ah, freschezza inedita!

Giovani PdL, il concetto “formattare” mi fa venire l’orticaria

Domanda ai giovani del PdL: ma dovete proprio usare il concetto “formattare” (qui)? A me fa venire l’orticaria. E’ della stessa famiglia di “rottamare”, “resettare”, “azzerare”, la stessa famiglia da cui prendono le mosse gli “Annozero”, i “Piazzapulita”, insomma, tutto il caravanserraglio di giacobini, grillini, messianici e giovani Pd in vena di sfasciare, invece di costruire. Non ha nulla di conservatore, di liberale, di cattolico, di moderato. Non è il modo giusto di proseguire sulla strada del mitico Fondatore. Io, che ho votato Silvio, oggi non mi ritrovo nel vostro orribile “formattare”, quindi come farò a votarvi?

(Pubblicata tra le lettere al direttore sul Foglio cartaceo di oggi, 26/5/2012)

Se non vai in bici, sei uno stronzo

Ah, quanto mi piace questa ideologia dei ciclisti: da Milano a Londra, da Parigi a New York, un’unica orda di fanatici – stavo per scrivere “fascio di balilla” -, fissati con la forma fisica, l’inquinamento e la sicurezza. Tre piccioni con una fava. A Milano, ricordo che il candidato Pisapia stabilì come priorità assoluta di riconvertire tutte le strade in piste ciclabili, tangenziale compresa. Ovunque e sempre: hasta la ciclabile! E in scia dietro di lui, su facebook, tutti i fighetta milanesi, degni eredi dei sessantottini già diventati banchieri e cagamilioni di ogni risma. Ma ecco un articolo accorato di oggi, che celebra i fanatici in occasione del grande raduno in cui faranno sentire le loro ragioni, con commento del solito becero vincenzillo:

«La civiltà ha un limite: 30 km/h», gli va a ruota Simone Dini, 28 anni, copywriter, 25 km di bici al giorno sempre per le strade milanesi.

Appena 25 km? Se si trova un lavoro a Sanremo, può farsi la Milano-Sanremo ogni mattina. Vuoi mettere?

«Nelle città non c’è più spazio: saremo a Roma per chiedere di darne un po’ più a ciclisti e pedoni e un po’ meno alle auto».

A Roma? Ma non era di Milano? E la Milano di Pisapia non doveva essere la città a misura di ciclista?

Beppe Piras, 39 anni, architetto e padre della Ciclofficina Abc, per la sua Torino…

Sua? Beh, certo, a sentirli parlare ti viene il dubbio che la città sia effettivamente di loro esclusiva proprietà.

…vorrebbe «incroci ciclo-pedonali protetti e un commissario ad hoc»…

Ma tipo che basta un commissario per tutto il mondo, o uno per nazione, uno per città, uno per ogni incrocio?

…e per tutti «il riconoscimento delle bici come mezzo di trasporto».

E il ciclista come specie protetta dal WWF, no?

Anche Giselle Martino, 30 anni, attrice che vive a Roma, ne fa una questione culturale.

E perché non una “questione morale”?

Lei ha iniziato a pedalare nella città più a rischio quando ha conosciuto Eva. «Poi Eva è stata uccisa da un taxi – racconta -.

Ma tipo Taxi Driver?

Lì ho iniziato ad avere paura: delle auto in doppia fila, di quelle che ti sfrecciano accanto o ti incalzano da dietro. Dei pullman. Poi però sono tornata in sella perché la bici è più veloce».

Più veloce? Ma allora serve immediatamente un limite di velocità anche per la bici!!

Michelangelo Almenti, 39 anni, dipendente pubblico, la usa anche per portare i bimbi all’asilo.

Saranno felici, i pargoli, di viaggiare su un mezzo così sicuro.

La sua priorità: «Vietare l’ingresso ai mezzi pesanti, pullman inclusi».

Da oggi, le merci le trasportiamo in monopattino; il trasporto pubblico viene sostituito da mini-maratone che si snodano lungo gli attuali percorsi; gli anziani turisti in gita marceranno tra musei e monumenti a tappe forzate, con defibrillatore a tracolla.

Va oltre Valerio Parigi, 50 anni, informatico che rappresenta la saldatura tra movimento e Federazione degli amici della bicicletta (Fiab).

L’anello mancante.

Lui che pendola tra Firenze e il Nord Europa vorrebbe una città ciclabile a livello di quelle Ue: «Come? Piste ciclabili continuative…

Ma continuative come? Tipo una pista ciclabile unica, da Capo Nord a Lampedusa, e da Lisbona a Varsavia, passando per Londra e Atene?

…ma soprattutto aree di moderazione del traffico»

E certo, perché il commissario, lì all’incrocio, si sentiva un po’ solo: ma gli farà compagnia il moderatore del traffico!

In Israele piovono razzi

Più che la trita retorica sulla shoah, i campi di concentramento, i forni crematori etc, a me interessa la condizione attuale degli ebrei sotto attacco. Ok, ai media occidentali non frega niente. Ok, sono ebrei vivi e vegeti, e quindi molto scomodi, non ebrei morti e stramorti, e dunque molto comodi. I loro video sono amatoriali, non patinati come Schindler’s list. Sono girati ad Ashkelon, non ad Auschwitz. Oggi, non negli anni ’40. E i nemici sono gli uomini verdi di Hamas, non l’uomo nero Hitler. Ma da questi video si vede bene come, nei ragazzi israeliani, la paura e l’angoscia si intreccino con l’allegria e la spavalderia. Come nei ragazzi di tutte le epoche, da Davide o Achille in poi. E si vede bene che, grazie a Dio, sta funzionando bene l’Iron Dome, la “cupola di ferro” che protegge Israele dai missili lanciati dai palestinesi dalla striscia di Gaza. Razzi veri su ragazzi veri. Dal blog di Giulio Meotti, segnalo in particolare il secondo video (qui).