Lotta comunista

Oggi ho comprato “Lotta comunista”. Sì, esiste ancora. I contenuti sono aggiornati alle dispute tra Marx, Engels e Lassalle, ma fa niente. Mi ha fatto simpatia il bravo ragazzo in camicia bianca alla fermata del tram. Mi sono ricordato i vecchi tempi della Statale, roccaforte della sinistra fighetta di Milano, dove sviluppai gli anticorpi contro tutto quel fighettume. Gli ho pure dato 2,50 per l’autofinanziamento. Mi sono sentito come Batman che va a trovare Joker nel reparto malati terminali.

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Berlusconiani Anonimi (ovvero: ma perché, invece di buttarla in politica, la si butta sul personale?)

-Ciao, sono Gerardo.

-Ciao, Gerardo. Alzati pure in piedi, in modo che ti vedano tutti.

-Ok. Beh, a dir la verità non è proprio il mio vero nome, ma per ora preferisco così, se per voi va bene.

-Nessun problema. Che ti è successo, Gerardo?

-L’altro giorno stavo parlando di politica con una persona che ritenevo un amico, ma è stato piuttosto sgradevole…

-Sgradevole quanto? Tipo una zanzara nell’orecchio?

-Direi più le balle nel frullatore.

-Ahia.

-Comunque non è stato tanto per i contenuti o per i toni, ma perché lui l’ha buttata sul personale, con un giudizio morale pesante su di me.

-Come si chiama?

-Chiamiamolo Igor, per ora. Io lo consideravo diverso dalla masnada di fanatici dissennati che affollano la rete, il cui unico scopo è l’insulto gratuito. E invece… Certo, non mi ha dato del ladro, del corrotto o del mafioso, ma ha detto che sono una persona senza princìpi, senza dignità e senza onore.

-Ma dai. E perché?

-Perché la penso diversamente da lui sulla politica.

-Ma tipo?

-Le mie ragioni politiche e storiche gliele ho spiegate non una ma mille volte. Posso capire che non le condivida, ci mancherebbe altro. Ma mi aspetto quantomeno il livello minimo, e cioè la parità morale tra me e lui.

-Giusto, la parità morale è il minimo.

-Insomma, quando parlo di parità morale intendo che io ho le mie idee e lui le sue. E di quello dovremmo parlare, giusto?

-Giusto.

-A me possono far cagare le sue idee, a lui le mie. Giusto?

-Giusto.

-Ma non c’è alcun bisogno di tirare in ballo la dignità e l’onore.

-No.

-Infatti, io risalgo sempre alle radici politiche delle sue idee.

-E quali sono?

-Sono idee giacobine e azioniste, in salsa progressista, vagamente protestante e decisamente apocalittica, con un bello strato di “questione morale”, il tutto spruzzato con abbondante “romanzo criminale”. Lui, invece, non accetta che le mie idee politiche siano davvero idee. Io, secondo lui, sarei praticamente teleguidato, tipo Ambra Angiolini.

-Pesante.

-E non è tutto. Non accetta nemmeno la mia visione della storia degli ultimi sessant’anni. Anzi, peggio, ritiene del tutto inutile parlarne. Motivo: la storia ognuno se la può rigirare come vuole. Perfetto, questa è la sua idea. Ma io, invece, credo che la storia serva a farsi un’idea complessiva delle cose.

-A noi sembra sensato. C’è altro che vuoi dirci?

-Oltre ad avere delle mie idee sulla storia, in politica sono conservatore e liberale, e come religione, cattolico. Da tutto questo nasce una mia idea di fondo, e questa idea è alla base del mio giudizio sulla politica, sui media, sulla magistratura, sui sindacati, sulle burocrazie. E va oltre i singoli nomi, i singoli cognomi, il gossip giudiziario, e naturalmente sta alla base anche del mio voto.

-Chiaro. E tu ci tieni, a questa tua idea di fondo.

-Abbastanza.

-Ma hai mai pensato che, invece, a lui non interessi, o che non la capisca?

-Come fa a non interessargli? È così intelligente.

-Lui?

-No, l’idea!

-Sai, Gerardo, la gente ha molte cose a cui pensare, che le interessano molto di più delle tue idee. Tu magari ci hai pensato a lungo, te la sei meditata per bene, ma forse lui non ha voglia, o, come dicono gli insegnanti, non ha gli strumenti.

-Ma almeno riconoscerla come idea…

-Sì, sarebbe molto carino, ma non puoi obbligare nessuno. Non è che tutti hanno i tuoi stessi interessi e le tue stesse capacità.

-Anche questo è vero. Ma perché tirare in ballo la dignità e l’onore?

-Beh, l’hai detto tu stesso, quando hai nominato giacobini e azionisti.

-Ahhh, ho capito. Il vero interesse dei giacobini e degli azionisti non è la politica, ma la morale. La politica è solo un pretesto per chiamare il popolo alla “riscossa morale”.

-E dunque, che altro ti puoi aspettare, da loro, se non quello?

-E così io, per loro, rappresento solo un ostacolo sulla via dell’insediamento della Virtù a Palazzo Chigi.

-Sì. Sai, Gerardo, bisogna sempre capire bene chi si ha davanti.

-Mi sembra un ottimo consiglio, da ora in poi cercherò di capire sempre chi ho davanti. Che altro dire, grazie, mi siete stati molto d’aiuto, e sono felice che mi abbiate accettato nei Berlusconiani Anonimi.

-Hai detto Berlusconiani?

-Sì, perché?

-I Berlusconiani sono tra un’ora, noi siamo i Cattolici Anonimi.

-Ops, scusate allora. Ciao a tutti, e grazie per l’ascolto.

-Ciao Gerardo.

Il bello e il brutto

Ieri sera il mio ex professore di filosofia Stefano Zecchi ha parlato della sua idea di bellezza a un incontro pubblico (qui). Tra le cose dette, una in particolare mi ha colpito. Al suo figlioletto che gli chiedeva che mestiere facesse, lui ha risposto così: “Dico che cosa è bello e che cosa è brutto.” Il figlio, meravigliato, ha chiesto: “Ma allora tu sai tutto quello che è bello e tutto quello che è brutto?” E lui, per non tradire le aspettative create, ha dovuto rispondere di sì. Il figlio ne è stato immensamente rassicurato. Anche a me rassicura, che ci sia qualcuno che sappia cosa è bello e cosa è brutto, e che non si fermi alla sciocca affermazione “Non è bello ciò che è bello, è bello ciò che piace.” Lo trovo anche coraggioso, in un’epoca sostanzialmente indifferente al bello, se non, appunto, nella sua forma più piatta, anestetizzata, puramente soggettiva. La bellezza, invece, come portatrice di significato, di conoscenza, di valore. E il suo contrario, il brutto, come assenza di significato, negazione del valore della vita. E’ anche per questo che, ai tempi, ho voluto laurearmi con lui.

Una chiesa che sembra una chiesa

L’altra sera guardavo su Rai Storia (credo) un documentario sull’Eur, il noto quartiere di Roma. Al di là dei dettagli sulla sua storia, sullo stile etc, mi hanno colpito alcuni aspetti più generali.

Primo: aveva uno stile. Sembra scontato, dirlo, ma colpisce me, che sono nato in un’epoca senza stile. Che un intero quartiere possa avere un unico stile – idea monumentale – è un’idea che non ci appartiene più. Ma anche l’idea che ogni nuovo stile debba essere in continuità con quelli già esistenti – idea di puro buon gusto – non ci appartiene più. Insomma, è l’idea stessa dello stile, che non ci appartiene più.

Secondo, questo stile rappresentava plasticamente le idee del regime fascista. Questa era la sua grandezza e, insieme, il suo limite. Grandezza perché, qualunque cosa si pensi di quello stile e di quel regime, l’idea che uno stile possa esprimere qualcosa di più che l’ombelico dell’architetto era in linea con la tradizione dell’occidente, tradizione che solo un branco di rivoluzionari della politica, della cultura e soprattutto della domenica, può pensare di buttare nel cesso tutta in blocco, in nome del “progresso” e dell'”antifascismo”, ma in barba al principio naturale della “conservazione”. Limite, perché, nello specifico, incarnava l’idea dello stato come luogo supremo dell’identità di un popolo.

Terzo. Il progetto fu ideato e avviato dal regime fascista, ma gli edifici furono completati nel dopoguerra. Ciò significa che, a dispetto delle favolette che ci hanno raccontato a scuola i professori antifascisti, in realtà tra il prima e il dopo, tra il regime e la repubblica, c’è stata una certa continuità. In fin dei conti, morti a parte, nel 1948 le persone erano ancora quelle, i progetti nel cassetto erano quelli. L’antifascismo “duro e puro” doveva ancora essere inventato.

Quarto. La chiesa di San Pietro e Paolo fu completata circa nel 1955. E’ una chiesa che appena la vedi pensi toh, una chiesa (qui). Nel giro di pochi anni, invece, cominciarono a essere costruite chiese che quando le vedi pensi che siano palestre. Non dico tanto, ma a volte basta una croce, un altare, una cupola.

P.S.: Questo post, pur non parlando di politica attuale, esce durante la campagna elettorale, quindi l’autore avverte l’esigenza morale di conferirgli l’autorevolezza che merita, ricordando al lettore che lui è un europeista convinto, non un populista.

Tornare al catechismo

Adoro i “liberi pensatori”. Cervelli fini, razza superiore, che amano prodigarsi per insegnare la “vera” fede ai credenti. Notare che loro non credono in niente, per carità, ma vengono a dirti in cosa devi credere tu. Che generosità! Sull’esempio dei loro avi illuministi, cercano di instillare la loro dottrina, il dubbio universale, nel gregge ignorante e asservito alla Chiesa. Una delle fisse di questa bella gente è considerare un segno della “vera” fede il dare del “perverso” a Dio. Ora, io non sono un teologo, ma “Sommo Bene” e “perverso” non è che sono proprio sinonimi. Tranne, forse, per quelli di Repubblica, giornale molto avanti anche in questo settore del ti-insegno-io-la-vera-fede (qui). A questa sconcezza, mi sento di rispondere in milanese: ma và a ciapà i ràtt!! Traduzione: vai a dar la caccia ai topi, se proprio vuoi renderti utile. E, già che ci sei, un bel ripassino al catechismo non ti farebbe male.