Matrimoni gay: vietato essere contrari

Posso tollerare qualunque opinione, purché coincida con la mia. Così potremmo riassumere l’idea di tolleranza del bel mondo progressista che, in nome della tolleranza, è attivo da anni su diverse battaglie civili. C’era anche quella campagna pubblicitaria, recentemente, che diceva, più o meno: “Ti interessa se il medico che ti salva la vita è omosessuale o no? Se ti interessa, sei uno stronzo intollerante omofobo.” Ebbene, questi professori di tolleranza, cosa fanno con chi ha idee diverse dalle loro? Un bell’esempio è ciò che è successo all’amministratore di Mozilla, un affare elettronico per la navigazione sul web. Tempo fa aveva dato il suo sostegno allo schieramento contro il matrimonio gay. In seguito è stato nominato ad di Mozilla, e allora i progressisti si sono scatenati. Pare che la presidente, all’inizio, lo abbia difeso, ma a un certo punto qualcuno ha minacciato di non usare più Mozilla, e quindi la società ha cambiato idea. A questo punto, diversamente dal nostro Guido Barilla che si è rimangiato tutto, del tipo “ho tanti amici gay e sono molto più sensibili di noi”, il tizio si è dimesso (qui). Notare che il discorso di chi lo ha contestato è l’esatto contrario del messaggio dello spot: “Mi interessa se l’ad del mio aggeggio elettronico è pro o contro i matrimoni gay? Certo che mi interessa, e, se non la pensa come me, lo faccio cacciare. Perché non lo tollero. Ma in nome della tolleranza, eh.” Controprova: avete mai sentito di qualcuno che si è dovuto dimettere perché è a favore dei matrimoni gay?

“Dacci oggi il nostro amore quotidiano”

Sabato scorso sull’Osservatore Romano c’era il racconto dell’incontro del Papa con i fidanzati in piazza San Pietro (qui). Bello tutto, in particolare questo passaggio:

In questo cammino è importante, è necessaria la preghiera, sempre. Lui per lei, lei per lui e tutti e due insieme. Chiedete a Gesù di moltiplicare il vostro amore. Nella preghiera del Padre Nostro noi diciamo: “Dacci oggi il nostro pane quotidiano”. Gli sposi possono imparare a pregare anche così: “Signore, dacci oggi il nostro amore quotidiano”, perché l’amore quotidiano degli sposi è il pane, il vero pane dell’anima, quello che li sostiene per andare avanti.

Sentenza “epocale”, la mattina dopo

Di epocale, ovviamente, non c’è assolutamente nulla. Che differenza volete che faccia questa piccola goccia, nel mare magnum della demonizzazione? Epocale è solo lo sforzo della sinistra e di tutte le sue tenaci ramificazioni: più di 50 processi, migliaia di trasmissioni tv e radio, decine di migliaia di editoriali, milioni di ospitate, miliardi di giuristi, cantanti, banchieri, attori, magistrati, presentatori, scrittori, comici, premi nobel, nani e ballerine. Tutto per una sola, misera condanna definitiva. Senza contare che ieri è crollato anche il falso mito del Berlusconi che si autoassolve con le leggi ad personam. Effetti collaterali, che col tempo avranno a loro volta i loro begli effetti. Per il resto, tutto secondo le aspettative: i “migliori” di cui sopra sono già tutti lì che festeggiano a reti unificate, compresi i social media. Lasciamoli sfogare, celebrare con la consueta misura e lungimiranza la sconfitta della mafia, della corruzione, dell’evasione fiscale, della burocrazia, congratularsi vicendevolmente per il loro alto senso delle istituzioni e la loro magnanimità. Quanto a Berlusconi, nel videomessaggio è apparso colpito duramente, ma non vinto e non umiliato. Anzi, ruggente e determinato. Giuliano Ferrara lo ha chiamato giustamente “prigioniero libero” (qui). Ma come dice giustamente zamax, ciò che sta venendo sempre più a galla è la cosa più importante di tutte: la grande mistificazione operata dalla sinistra, di cui Berlusconi è solo l’ultimo bersaglio (qui). Ieri, riferendomi all’interdizione, scrivevo: “Ma se invece, la butto lì, questa misura finisse per ritorcersi contro le intenzioni dei nostri zelanti applicatori della legge e contro le mire dei loro fan de sinistra?” Oggi che l’interdizione non c’è ancora, estendo la stessa considerazione alla condanna. Giustizia sarà fatta.

Il matrimonio postmoderno

Ieri, tardo pomeriggio, capito su uno di quei programmi fatti di chiacchiere. Il conduttore dice a Katherine Spaak:

Katherine, tu tieni molto al matrimonio, sei stata sposata 3 volte…

Lo dice come se dicesse una cosa risaputa, una mera informazione, si capisce benissimo che la sua non è una battuta, e infatti nessuno ride e la discussione va avanti come se nulla fosse. A me, invece, sembra una battuta, e anche molto bella. Anzi, mi sembra di ricordare che qualcuno l’abbia già fatta, questa battuta, non so se Woody Allen o Liz Taylor, o Woody Allen rferendosi a Liz Taylor, o chissà chi, ma la battuta era praticamente identica: è una che ci tiene talmente tanto al matrimonio, che si è sposata quindici volte. Ok, era solo un programma di chiacchiere, ma provate a portare tutto indietro nel tempo, diciamo a venti o trent’anni fa. Sarebbe stato così “normale”, così “ovvio” pensare che una che si sposa 3 volte sia una che tiene tanto al matrimonio? Anche se a quei tempi ero piccolo, io dico di no. E non lo è nemmeno oggi. Ma forse sono io che sono un uomo d’altri tempi.

“Solo un uovo di Pasqua”

Donna intervistata dal tg: “Quest’anno c’è la crisi, quindi solo un uovo di Pasqua.” E io mi chiedo: ma vuoi vedere che dove non è arrivato Mario Monti – che fu trasformato dalla propaganda di regime dei giornaloni in apostolo della sobrietà -; dove non arriverebbe mai nemmeno Papa Francesco – perché bello è bello, avere un Papa che dorme nell’ostello, ma signora mia, il bambino chiede l’uovo, non vede che piange, che sarà mai un uovo in più, ne abbiamo già presi nove!! -; insomma, vuoi vedere che quella sobrietà che ai nostri padri aveva dato un po’ l’indigenza millenaria, un po’ il cristianesimo vecchio stampo, un po’ la guerra, un po’ i sani schiaffoni di papà, a noi ce la farà riscoprire questa infausta e provvidenziale crisi?

No Tav: violenza per tutta la famiglia

Domenica 23, tutti alla festosa aggressione per famiglie al cantiere della Tav. Presentarsi muniti di cesoie e bambini. Cesoie, belle grosse e ben affilate, per tagliare le reti del cantiere, come doverosa risposta ai tagli sui beni e servizi pubblici. Bambini, per farli assistere al tutto, dall'area appositamente attrezzata, al fine di educarli all'amore per la politica autentica, e per un futuro davvero democratico. Portare anche maschere antigas, bende, caschi, ma mi raccomando usarli solo se gli sbirri ci aggrediscono, eh. Se invece, come ci aspettiamo, gli sbirri ci accompagneranno dentro con la massima cortesia "Prego, prego, accomodatevi pure e sfasciate tutto con comodo. Preferite che ci giriamo dall'altra parte o che, già che ci siamo, vi diamo una mano anche noi?", allora non usarli. Verranno buoni per la prossima volta. Si raccomanda, soprattutto, di conservare lo spirito della riunione di ieri sera: allegria, gioia e ironia. Astenersi politici, guastafeste e musoni.

Update h. 14.46. Mi ero scordato di mettere il link alla radio che diffonde allegria e violenza (qui).

Los Pecorones. In piazza come in redazione

Per la meglio intellettualità italiana, l'Italia è sempre, ogni santo giorno da anni e anni, sull'orlo di uno sconvolgimento epocale. Sia in positivo, sia in negativo. Non esiste gradualità, prudenza, cauto ottimismo. E' tutto o bianco o nero, o apoteosi o catastrofe. E' sempre l'ultima chance prima del collasso, del baratro, dell'abisso, dell'apocalisse. Oppure, al contrario, ecco arrivare il salvatore, il messia, l'uomo del destino. Un modo di pensare che si abbandona all'emotività, all'istinto del gruppo, alle mode del momento, invece che al pensiero individuale, lento e prudente. Una mentalità che oggi viene accreditata come "sinceramente democratica", ma che in realtà è perfetta per preparare la strada all'autoritarismo e al totalitarismo, perché promette ciò che nella politica liberal-democratica, così come nella vita, non esiste: il cambiamento radicale e istantaneo. La rivoluzione.
Questa infausta mentalità si declina in modi diversi. In politica, c'è chi si propone di "salvare l'Italia" (e perché non il mondo?), come il Pd o gli imprenditori alla Marcegaglia-Montezemolo-Della Valle. C'è chi marcia da decenni verso il Sol dell'Avvenire, e oggi che sente odore di sangue si ributta nella mischia, come la sinistra radicale. C'è lo squadrista della legalità, Antonio di Pietro. C'è chi la butta sul folclore pagano di ampolle miracolistiche, come la Lega. C'è chi, invece, tenta di mitigare questo istinto sempre latente, da cui nessun italiano può dirsi davvero immune, lanciandosi su una strada nuova, di stampo conservatore, che Berlusconi ha tracciato e che oggi si chiama Partito Popolare Europeo.
Ma, soprattutto, come dicevo, ci sono gli intellettuali in blocco, a parte pochissime eccezioni. Gli intellettuali sono quelli che ci credono di più, e che, a differenza dei politici, non hanno nemmeno la scusante del cinismo a fini elettorali. Costoro oggi sono tutti lì, come un sol uomo, a coccolare e a vezzeggiare gli ultimi salvatori della patria e del mondo, gli Indignados. Uno come Santoro arriva a parteggiare esplicitamente con i violenti, ma lasciamolo perdere. Gli altri si tengono a distanza dai violenti, ma c'è chi dice che sotto sotto parteggino per loro. Io questo non lo so, non sono il loro analista. Mi limito a leggere quello che scrivono, e a rifletterci sopra. E talvolta traduco le loro parole in immagini. Per esempio, oggi ho letto uno di loro e mi è nata nel cervello l'idea che l'intellettuale italiano sia una specie di "rivoluzionario crepuscolare", eternamente sospeso tra l'infatuazione per il vitalismo tropicale di Che Guevara e la decadenza tardo-sabauda di Guido Gozzano.
I più acuti fra voi avranno già riconosciuto Massimo Gramellini, autore non a caso del crepuscolare Che tempo che fa e delle pillolette lassative del mattino sulla Stampa, aiutino gastroenterico per rivoluzionari in pensione. Oggi parte con un proditorio, cheguevariano "Mi ribello", e poi evoca una "generazione degli Indignati" che esiste solo nella sua mente. Ennesima riproposizione di mille altre presunte "generazioni" che in questi anni dovevano salvare l'Italia e il mondo, e invece sono durate lo spazio di una notte. Tutte copie sbiadite, nostalgiche, di una speciale "generazione", il Sessantotto, di cui l'autore si dispiace di non fare parte, quella che doveva spaccare il mondo, e che invece finì in una scorreggina. Piccola, eh, ma assai cupa e assai funesta, come sanno essere solo quelle che spara il nonno dopo un'indigestione di bagnacauda.
Poi evoca il gran nemico di oggi e di allora, i "benpensanti", e sogghigna sull'ormai famoso "Er Pelliccia". Notare che in questo modo esorcizza la violenza del ragazzo e la rimuove, perché non collima con la sua immagine idealizzata. No, per giove, costui non deve assolutamente diventare il simbolo di questa nobile "generazione". Infatti, "Non sono proprio tutti così, i ventenni di oggi." Notate, anche qui, che questa difesa d'ufficio è del tutto inutile e fuori luogo, perché sappiamo tutti benissimo che i giovani non sono tutti né come quello sfigato violento, né come i pacifici pecoroni che sfilano ormai ogni venerdì per qualche nobile causa, senza violenza, sì, ma anche senza idee. Sono solo gli intellettuali alla moda, e i politici di sinistra, ad essere cascati nella bufala propalata dagli Indignados stessi, di essere il 99%.
Va beh, non vi annoio oltre. Segnalo solo che, involontariamente, Gramellini dà una definizione perfetta di buona parte dei Pecorones, pardon, Indignados: "belloccio, bamboccio, lavativo, ignorante." E anche della classe intellettuale italiana: "bla bla giovanilista" e "una società fondata sull'emotività delle immagini, invece che sulla profondità dei gesti e delle parole."
Pecorones in piazza, pecorones in redazione. E il cerchio si chiude. Pardon, el cerchios si chiudes! 

Se il vero padre è lo Stato

Da osservatore esterno – in quanto non ho figli – ho sempre pensato che un bello schiaffone ben assestato, quando ci vuole, ci vuole. E fa molto bene al bambino. In Svezia, invece, pare che lo Stato punisca con la reclusione chi applica questo salutare principio, almeno in pubblico. Eppure, non è che i figli cessino magicamente di essere capricciosi o screanzati, solo perché sono in pubblico. E nemmeno cessano di essere figli del loro padre, quando sono in pubblico. Condannare il padre per "maltrattamento sui minori" significa, invece, considerare il bambino non come suo figlio, ma come un qualsiasi "minore" che passava di lì per caso, e lui come un tizio che altrettanto casualmente abbia sfogato su di lui la sua cattiveria. Significa suggerire che, in fondo, il vero padre di tutti i bambini, l'unico che può decidere della loro educazione, è lo Stato. La famiglia viene dopo, perché è un ferro vecchio da abolire. Come se, in fondo, prima di essere figli di nostro padre, fossimo tutti figli dello Stato. Brrr… al solo pensiero un brivido mi corre lungo la schiena. Eppure è questa la direzione a cui tende l'ideologia del progresso, i cui sostenitori, non a caso, considerano la Svezia a prescindere 1000 anni avanti rispetto a noi beceri italioti. Bella roba, sta Svezia. (Vedi i commenti dei lettori illuminati (qui) e la psicologa brava e bella (qui)).

Il papà buono

Essendo ancora troppo presto per un vero bilancio storico e politico, il mio interesse per Silvio Berlusconi attualmente si concentra sul lato simbolico della sua figura. Ultimamente, lo si vede più che altro tacere imbronciato, e quando parla si stenta a riconoscerlo, tanta è la serietà e il malumore. Ed ecco che, piano piano, gazie a questa immagine si rende sempre più evidente tutta la falsità, la malafede, la cattiveria, del ritratto che ha dominato in questi anni sui giornaloni e nei programmoni di approfondimento, ma non nelle urne, per fortuna. Quel ritratto che lo ha voluto vedere a tutti i costi come un dittatore spietato, una persona orribile, il nuovo Mussolini, il Male Assoluto etc. E invece, guardatelo: il suo vi sembra un atteggiamento da dittatore, da mostro, da prevaricatore? Un vero dittatore starebbe mandando gli squadristi sotto casa dei magistrati, o si starebbe divorando tutto, ricchezze e figli, dissipando, sfasciando, incendiando ogni cosa in un'ultima notte di bagordi e cupio dissolvi. Tipo: il mondo è mio, lo stato sono io, io sono l'alfa e l'omega. Invece, niente di tutto questo.
E siccome chi ha diffuso quel ritratto era in malafede, ma non del tutto stupido, ecco che qualcuno comincia già a cambiare atteggiamento verso di lui. Di Pietro parla con lui e smette di dargli del dittatore, il giornalone Repubblica a proposito della Val di Susa fa i distinguo da Grillo, e dice che l'Italia non è una dittatura (anche Santoro, mentre tratta con La7, sventola il vecchio contratto di Mediaset come esempio di libertà di espressione, ma il suo è un caso diverso: puro opportunismo). Sono solo piccoli segni, certo, ma segnalano un cambiamento. Permettono di vedere finalmente anche ai ciechi e ai sordi volontari che quel ritratto era pura fiction. Era solo una delle parti della commedia: il vecchio parruccone che si finge giovane rivoluzionario. E' questa, la parte che il grande circo dell'informazione italiana si è assunta con gioia per anni. Risultato: i sedicenti veri progressisti hanno rifiutato in blocco il fenomeno politico più moderno del dopoguera, e si sono adeguati con gioia al mantenimento del vecchio, coltivando alla grande il più vile conformismo.
Come dicevo, toccherà agli storici rendere giustizia al berlusca, perché il tempo è gentiluomo. Intanto, un piccolo appuntino a futura memoria. Silvio Berlusconi, come imprenditore ha fatto i suoi sporchi interessi, come ogni imprenditore sano di mente, ma ha fatto anche la felicità di decine di migliaia di persone: i dipendenti delle sue aziende e quelle del loro indotto. Come politico, invece, è stato fin troppo buono. E questo è stato forse il suo errore più grosso. E anche per questo, oggi, siamo nelle canne con i conti pubblici. Infatti, non ha mai fatto ciò che sarebbe stato necessario fare per il bene dell'Italia: dare un calcio nel culo ai fannulloni, tagliare senza pietà le spese morte e le tasse, smaciullare gli ordini professionali, le corporazioni feudali. Ricordiamocelo, perché sarà scritto nei libri di storia: non ha licenziato nemmeno un dipendente pubblico, dico uno, a differenza di ciò che è successo in Inghilterra e in Spagna in questi stessi anni.
Così come non è stato affatto il nuovo Mussolini, non è stato nemmeno la nostra Thatcher o il nostro De Gaulle (intesi come riformisti duri e puri). E oggi tace e medita, e guarda con benevolenza il fido Angelino – che Dio lo abbia in gloria – che prova a porre le basi per il futuro del PDL, il primo e unico partito moderno dell'Italia repubblicana. In definitiva, nella grande famiglia italiana, Berlusconi è stato ciò che ha sempre voluto essere anche nella sua azienda e nel Milan: il papà buono. Quello che non ti toglie la paghetta nemmeno se vieni bocciato trenta volte di fila. Perché somiglia molto, troppo, alla mamma.

La sottile Linea Verde

Per capire certi fenomeni, non servono dotte analisi. Basta saper guardare. Anche guardare la tv. E la cultura non fa eccezione. Per capire che aria tira in quel mondo, per nasare il vento più forte, non serve andare a un noioso convegno universitario, tra le elite intellettuali. Basta guardare uno di quei programmi della domenica, tipo Linea Verde.
L'inviata, una bella donna entusiasta, è in una fattoria ungherese, circondata da simpatici buffoni in costume tradizionale, che le mostrano il vino e gli insaccati. L'inviata strabilia: "Oh, ma che antiche e nobili tradizioni!" In questo, è la perfetta interprete della cultura progressista, che può tollerare solo le tradizioni ormai divenute folklore, in particolare quelle culinarie. Insomma, quelle innocue. Per tutte le altre, quelle ancora vive e vegete, e quindi pericolose per i dogmi progressisti, scatta l'intolleranza, cala il pesante martello progressista. La famiglia naturale, la chiesa, il Natale: Bleah! Puah! Robaccia da retrogradi reazionari! Ma quanto sei indietro!
A questo proposito, non fatevi ingannare: quando i progressisti dicono "allargare gli orizzonti", "allargare la famiglia" etc., sono solo false metafore. Infatti, l'orizzonte è l'orizzonte, è già un simbolo di infinito. Così come la famiglia è la famiglia, simbolo dell'eterno. Se li "allarghi" secondo il dettato progressista, li distruggi.
Ma dicevamo dei vini. L'inviata entusiasta  parla anche di Tocai, il vino che fino a pochi mesi fa veniva prodotto anche in Friuli, nel nostro Friuli. Ora, invece, grazie a una sentenza europea, lo possono produrre solo lì in Ungheria, con quel nome. Ebbene, invece di dirgli "Cari ungheresi, come la mettiamo con il Tocai?", l'inviata esclama, tutta eccitata: "Grazie, nobili plebi ungheresi in costume, per averci insegnato che cos'è la tradizione e che cos'è il patriottismo!"
Morale: da noi, le tradizioni sono buone solo quando sono morte, e il patriottismo è buono solo quando è il patriottismo degli altri (o quando lo si vuole rinfacciare alla Lega). E allora, viva viva il patriottico insaccato ungherese!!