Berlusconi assiste i coetanei: nuovo capitolo del grande romanzo popolare

Che cos’è Berlusconi veramente? Un grande romanzo popolare. I suoi odiatori di professione hanno fatto di tutto per trasformarlo in un romanzo criminale, ma non ce l’hanno fatta. La loro cortina fumogena svanirà presto, insieme a tutte le balle, le calunnie e le infamie che gli hanno tirato addosso in quantità incredibile. Incredibile come la sua vita, nel disegnare la quale Dio sembra essersi ispirato a qualche bella favola orientale. Chi altri potete immaginare a suonare sulle navi, creare imperi finanziari e mediatici, presiedere partiti e governi, subire sconfitte, preparare vittorie, incassare sentenze di morte politica avventate, risollevarsi da errori propri e altrui, pagare multe fantamilionarie, ricevere onorificenze dalle mani del presidente degli Stati Uniti d’America, organizzare feste allegre e scollacciate, raccontare barzellette ai capi di stato, rispondere in tribunale ad accuse surreali, sanguinare sulla piazza e risorgere su un predellino? E tutto sempre con lo stesso ottimismo, con lo stesso sorriso fiducioso stampato sulla faccia. La stessa inventiva inesauribile, lo stesso realismo lucido, la stessa capacità di mediare, la stessa incapacità di serbare rancore, la stessa spregiudicatezza e la stessa prudenza: caratteristiche opposte, che in altri uomini sarebbero inconciliabili, ma che invece formano il suo carattere e il suo destino. Sì, perché, come sempre, questo ennesimo capitolo non lo scriverà da solo, ma a quattro mani con il destino, che ancora una volta gli si manifesta sotto forma di giudici. Che cosa scriverà? Come ci sorprenderà? Impossibile dirlo a priori, proprio come nei grandi romanzi popolari. Io però, a bocce ferme, sono d’accordo con Giuliano Ferrara: per gli anziani ospiti della casa di cura “Sacra Famiglia” sarà una fortuna. Tra un catetere, una dentiera e un pannolone, avranno le attenzioni di un loro coetaneo che non si arrende mai, e anzi sfoggia un ottimismo inossidabile. E chissà che questo non torni buono anche alla sua immagine e, perché no, ai futuri esiti elettorali della destra, a scorno di quei rosiconi dei suoi nemici giurati.

Ferrara (qui), Radio Elefante (qui).

Gli intellettuali più snob del mondo

Gli intellettuali italiani hanno tutti la puzza sotto il naso. Certo, probabilmente anche molti intellettuali stranieri ce l’hanno, ma da noi di più. Lo snobismo è conditio sine qua non: o ce l’hai o non sei un vero intellettuale. Questo snobismo agisce come un presidio occhiuto delle aree “sacre”.

È prima di tutto controllo della lingua. Concetti come “scrittore” o “letteratura” devono essere vigilati molto attentamente dai sacri Guardiani. Guai se vi accedesse un comune mortale!

Questo atteggiamento ridicolo meriterebbe una sana pernacchia via satira, se da noi la satira non fosse totalmente e volontariamente sottomessa agli intellettuali snob. Intendo quella satira che fa battute e battute su Fabio Volo scrittore, ah ah che ridere, Fabio Volo scrittore, ah ah, ma non ha il coraggio di tirare mai in ballo i mostri sacri, come il noiosissimo Magris, il prolisso Eco eccetera.

Sia chiaro, una graduatoria di valore è giusto e naturale che esista, ma chi pubblica è uno scrittore. Punto. E chi è scrittore entra di fatto nella letteratura. Punto. La letteratura è una cosa viva, come vivi sono gli scrittori, anche quelli morti. Il resto sono seghe di segaioli snob.

Purtroppo, tra gli effetti deleteri di questo snobismo c’è la sudditanza. Della satira, ma non solo. Anche degli scrittori stessi, che soffrono se non gli viene riconosciuto il rango di “vero scrittore”, nemmeno alla milionesima copia venduta. Anzi, lì si rinforza il sospetto dei Guardiani.

È esattamente come il “cinema d’autore”, che viene spacciato come l’unico “vero cinema”. Da questo penoso equivoco nascono sterili diatribe su che cosa è cinema e cosa non lo è. Transformers non è cinema, i mattonazzi neorealisti sì. Vacanze di Natale non è cinema, Sorrentino sì. Ma quando mai! Anche il cinema, come la letteratura, è una cosa viva.

Si potrebbe, poi, stilare anche una bella classifica dello snobismo, di cui porto un ottimo esempio: Curzio Maltese, che riunisce tutto in una sola frase, “Volo non è letteratura, Zalone non è cinema” (qui). Un esempio di chi invece è sulla via giusta è tale Filloley, segnalato da Christian Rocca (qui).

(Ah, per la cronaca: non ho visto Masterpiece, ho letto l’articolo di Volo ma non i suoi libri, e ho letto solo un pezzo dell’articolo di Curzio Maltese, prima di stracciare la Repubblica.)

Katy vs Miley. Musica batte trasgressione

Recentemente mi ha colpito la trasformazione radicale dell’immagine di una cantante americana, Miley Cirus, da brava ragazza a ragazza trasgressiva. Da volto della Disney al quasi porno. Mi ha fatto un po’ di tristezza pensare alla riunione in cui lei, il suo agente e i dirigenti della sua etichetta discografica hanno deciso che non avrebbe più leccato innocenti coni gelato multicolori, vestita come una scolaretta tutta casa e chiesa, ma un ambiguo martello di ferro, in biancheria bianca, tra moine arrapanti, come fa nel suo ultimo videoclip (qui). A me, comunque, piace molto di più un’altra cantante americana, Katy Perry, che invece la butta sulla freschezza, sulla simpatia e sul divertimento. Questo è il suo ultimo video (qui).

ACAB. L’epica più stronza della storia

Se uno fa un film e lo intitola ACAB, cioè All Cops Are Bastards, cioè “tutti i poliziotti sono bastardi”; se cavalca quell’epica da stronzi che fa un torto morale e letterario al creatore di Moby Dick e al celebere capitano nemico mortale della balena bianca; se in conferenza stampa mette le mani avanti e dice che il suo film, per carità, “non intende mettere sul banco degli imputati la polizia” (e questa excusatio non petita non ci insospettisce, nooo); se i suoi poliziotti sono “di estrazione fascista”; se la sua è una “società malata” e se il suo è un “sistema impazzito”; se poi è capace di fare incazzare perfino quelli a cui vorrebbe lisciare il pelo, quelli che amano coltivarsi giorno dopo giorno il loro odio universale e istigarsi già da soli alla guerriglia urbana, senza bisogno di farci sopra un film; e se questi bellimbusti vanno alla presentazione del film, come è successo, armati e incazzati come piace al regista, ma questa volta ce l’hanno proprio con lui, perché si sentono scippati del copyright sull’odio; insomma, se a questo punto il regista si caga addosso, che fa? Chiama la polizia? Il rischio è che trovi occupato. Perché bastardi sicuramente sì, ma fessi magari no.

La Valchiria senza la mia Valchiria

valchiria_manifesto_296_360Venerdì mattina, allarmato per l'estinzione progressiva di tutti i biglietti online, anche quelli a prezzi irragionevoli, approfitto del giorno di ferie e mi precipito alla biglietteria della Scala. Chiedo biglietti per le prossime date, scuotono la testa. Mi allarmo ancora di più. Mi offrono l'ultimo biglietto di galleria per la sera stessa: 38 euro. Mia moglie è impegnata, e poi non ci teneva troppo. Lo prendo. Compro il libretto, mi chiudo nella bella biblioteca braidense, come ai tempi dell'università, quando dopo gli esami andavo a leggere libri di e su gli artisti del Novecento. Fa un po' freddino, là dentro, ma pazienza. Mi divoro il libretto e alle cinque e mezza sono a teatro. Raggiungo il mio posto: seconda fila, con colonna davanti. Acc… La prima fila è libera. Che faccio, ci provo? Poi se arrivano i legittimi proprietari mi sposto… manco faccio in tempo a pensarlo, che arrivano padre e figlio e si siedono. Il figlio non sembra convintissimo, forse non sono nemmeno loro i legittimi proprietari. Va beh. Di fianco a me c'è una coppia di anziani spagnoli. Lei a metà del primo atto è già appisolata. Saltano netto il secondo atto, così io posso spostarmi un po' di lato e vedere meglio. Per il terzo ritornano. Quindi l'atto più esaltante e nello stesso tempo più delicato me lo vedo da dietro la colonna. Comunque Richard Wagner è un mago. La sua idea di arte totale, che fonde musica, parola, azione; la bellezza della musica (mi è toccato pure applaudire l'ipocrita Barenboim!!); la profondità inesauribile del mito… Quasi quasi ci torno pure con la mia dolce mogliettina.

11 settembre. "Maestri di bellezza contro maestri del sospetto e maestri del terrore"

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San Cristoforo sul Naviglio, dove ogni anno si celebra una messa per le vittime

Sabato pomeriggio sono andato a una messa per le vittime dell'11 settembre in una bellissima chiesa sul naviglio Grande di Milano, a due passi dalla Canottieri Olona, dedicata a San Cristoforo (qui la leggenda). Pare che la chiesa insista sul basamento di un antico tempio pagano dedicato a Ercole. Scelta non casuale. In quel luogo di traffici e commerci fluviali, infatti, lo spirito cristiano sostituì Ercole, l'eroe pagano delle 12 fatiche che tra le altre cose dovette attraversare un fiume con la moglie Deianira, con San Cristoforo, il gigante che traghettò Cristo al di là di un altro fiume.
La messa è stata voluta dal Consiglio di Zona 6. L'ho scoperta per caso grazie alle affissioni in metropolitana. Ospite, coro Syntagma (qui). Il prete, di cui non conosco il nome, prima di iniziare ne ha dato una definizione memorabile, che fa intuire anche lo stile della successiva omelia: "Maestri di bellezza contro i maestri del sospetto e i maestri del terrore".
Punti focali dell'omelia:
1. La concezione del peccato originale, che lo spirito dei tempi ha preteso di eliminare in nome di un presunto miglioramento dell'uomo. Salvo poi trovarsi spiazzato dal feroce attacco dell'11 settembre.
2. La fede nella vita eterna come unica vera speranza.
San Cristoforo, forzuto protettore dei traffici e dei commerci, dacci la forza di contrastare chi ci ha attaccato distruggendo il World Trade Center (Centro per il Commercio Globale). Scelta non casuale.

La leggenda dei 36 giusti

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Giotto, Giustizia

Secondo una leggenda ebraica, il mondo si regge sulle spalle di 36 giusti la cui identità nessuno conosce. Solo grazie a loro, generazione dopo generazione, Dio risparmia al mondo la punizione per gli innumerevoli peccati commessi dagli uomini: la distruzione.
Non so né dove né quando ho sentito questa storia per la prima volta, ma mi è subito sembrato di conoscerla da sempre. Attorno a quell’immagine così ricca e affascinante sono confluiti spontaneamente pensieri prima dispersi qua e là nella mia testa.

La storia prende spunto dal passo dell’Antico Testamento in cui Dio scende a patti con Abramo promettendogli che non distruggerà Sodoma e Gomorra a condizione vi si trovino dieci giusti (era la prima lettura l’altra domenica, Genesi 18,20-32). L’episodio è interessante perché è uno dei pochissimi in cui la giustizia divina viene messa in discussione. Tra Abramo e Dio avviene una trattativa sul numero minimo dei giusti. Abramo ottiene una fortissima riduzione, ma sappiamo che fine abbiano poi fatto le due città. Come nel diluvio universale, il creatore ha esercitato una sua prerogativa: la possibilità di annichilire il creato.
Al contrario, nella leggenda si parte dal dato di fatto che il mondo continua ad esistere e si dà la spiegazione del perché. È come se si rispondesse alla domanda: perché Dio, malgrado tutto il male commesso dagli uomini, non ha ancora distrutto il mondo? In questo quadro, la giustizia assume un’importanza cruciale. Su di essa si gioca la sopravvivenza stessa dell’uomo.

Per comprendere meglio quale idea di giustizia pervada la leggenda, guardiamola più da vicino. Su un piatto della bilancia vediamo quantità incalcolabili di uomini, ciascuno portatore di una quantità incalcolabile di peccati; sull’altro piatto solo i trentasei giusti. Eppure la leggenda ci dice che quei trentasei sono sufficienti a spostare l’ago e a far cambiare idea al giudice supremo! Di fronte a questa scena, il nostro sentimento è duplice. Da una parte, viene offeso il nostro senso istintivo della giustizia, che ci porta a misuraree a confrontare tra loro le quantità: ad ogni peccato dovrebbe corrispondere una certa pena, ad ogni peccatore dovrebbe corrispondere un giusto. La leggenda, però, sembra suggerire che c’è un altro modo di guardare alla faccenda. Dio, infatti, malgrado l’evidente sproporzione quantitativa, risparmia il mondo. Quindi, o Dio è ingiusto o siamo noi che dobbiamo cambiare prospettiva. Posti di fronte a questo, ecco che comincia a risuonare dentro di noi un’altra idea di giustizia, più ampia e più profonda. La leggenda ci mette sulla giusta strada tramite la sua cifra dominante: l’incommensurabilità. Incommensurabile è, innanzitutto, l’infinita potenza di Dio rispetto all’infima condizione dell’uomo. Infima sia per quanto riguarda la potenza, sia la moralità. Ma l’incommensurabilità domina anche all’interno dell’ambito umano, dove non esiste rapporto tra l’esiguo numero dei giusti e l’incalcolabile numero dei peccatori. Questa incommensurabilità (cioè: non misurabilità) può essere letta come un invito ad abbandonare la misurazione per concentrarci su altro. Ma cos’è che può riportare la bilancia in equilibrio? L’unica possibilità è che ciascuno dei giusti possieda un peso specifico moraleenormemente superiore a quello degli altri uomini. Un peso specifico, appunto, incommensurabile. Avviene, così, uno spostamento di significato. Non è nella quantità, che va cercato il vero significato della giustizia, bensì nella qualità.

A questo punto si apre un’altra questione: chi sono questi uomini giusti?

La leggenda non fornisce i nomi. L’anonimato rende, in un certo senso, più accettabile il tutto. Infatti, il giusto deve possedere un’aura speciale difficilmente conciliabile con la prosaicità di un nome e un cognome. Una traccia di questo stesso tema la ritroviamo anche nei supereroi dei fumetti, la cui vera identità deve rimanere ignota agli altri. Oppure, per converso, si pensi alle cause di santificazione di uomini vicini a noi nel tempo, uomini su cui sono circolate molte più informazioni rispetto agli antichi: non è forse vero che ci riesce molto più difficile accomunare questi uomini a quei santi di cui abbiamo visto solo le reliquie o antiche raffigurazioni?

Lasciando irrisolta la domanda sull’identità, l’anonimato ha anche un’altra funzione. Ci porta a farci un’altra domanda: chi è l’uomo giusto? Quali sono le sue caratteristiche? A quale classe sociale appartiene, a quale sesso, a quale religione, a quale nazione? Anche questa domanda rimane senza risposta, ma indirettamente stimola una quantità di riflessioni. Non essendoci nome e cognome, nazione, religione, sesso, l’uomo giusto potrebbe essere uno qualunque dei miliardi di esseri umani oggi viventi, anche qualcuno di molto vicino a noi. Forse noi stessi? Non essendoci nemmeno l’indicazione di un ruolo sociale, ci viene detto che non c’è carica pubblica, istituzione o censo che possa garantire automaticamente la rettitudine della persona. Il giudice al pari dell’imputato, il ricco al pari del povero, il bianco al pari del nero, il cristiano al pari del musulmano: nessuno è automaticamente né giusto né ingiusto. Si può anche dire che, sempre indirettamente, la leggenda mostri un certo grado di scetticismo verso le istituzioni, perché è evidente che una qualsiasi tra le istituzioni preposte alla giustizia in uno qualsiasi dei paesi del mondo conti un numero di cariche ben superiore a trentasei. Questo scetticismo nelle istituzioni umane, tuttavia, è funzionale all’indicazione di un ordine gerarchicamente superiore, tanto grande da comprendere al suo internola stessa esistenza del mondo. Qui si parla di una giustizia di tipo diverso dalla corretta applicazione delle leggi umane. L’appellativo di “giusto” rimanda evidentemente a un ordine superiore.

C’è poi l’indicazione che ogni generazione possiede un identico numero di giusti. Letto con gli occhi di oggi, questo messaggio universale sfida l’idea di progresso, idea moderna che prevede il costante miglioramento dell’uomo anche dal punto di vista morale, un’evoluzione della specie anche per quanto riguarda la coscienza. Nello stesso tempo, va contro il falso mito dell’età dell’oro, intesa come realtà migliore ma ormai non più attingibile – “Una volta sì che c’era la giustizia! La giustizia è morta!”. Dunque, niente progresso e niente età dell’oro. Eppure non si può dire che sia una visione rinunciataria, perché lascia aperta la porta alla speranza. Infatti, ci dice che gli uomini giusti continuano a esistere e che il mondo sta in piedi grazie a loro. Dunque anche noi possiamo avere esperienza della giustizia. E chi di noi può dire di non averla mai provata, cioè di non essere mai venuto a tiro di un giusto?

In definitiva, c’è la presa d’atto realistica di un mondo pervaso dal male, ma c’è anche lo slancio utopi
co laddove si riconosce che il bene continua a lasciare una traccia salvifica. La giustizia sulla terra è un’esperienza tra le più rare, ma non è impossibile. Può ben accadere che non si ottenga giustizia nei tribunali o nel lavoro o a casa propria, ma qualcuno da cui la potresti ottenere, magari anche domani, c’è. L’influsso di questi uomini sul mondo è tanto nascosto quanto decisivo. Gli atti di giustizia, pur essendo numericamente esigui, avvengono di continuo e sono la cosa più importante di tutte.

Ps. Segnalo una bella iniziativa dello Stato di Israele legata a questa leggenda (qui).