Il reato di negazionismo e l’idolatria della legge

Dall’altro giorno, il “negazionismo” è reato. Cioè, chi nega la Shoah può essere portato in tribunale. Per me, è controproducente ed è il frutto di un vizio: l’idolatria della legge. Linko un articolo di zamax su giornalettismo, che condivido (qui), e copincollo il mio commento:

“Una buona educazione deve insegnare a tenere il giusto rapporto nei confronti delle leggi dello stato. Che è il rispetto, non l’idolatria. Aver voluto a tutti i costi che il negazionismo diventasse reato è un segno di idolatria. La stessa idolatria, in nuce, che fece sì che lo sterminio degli ebrei non fosse effettuato contro la legge, ma addirittura proprio per legge.”

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Un catechista al Corriere e un esorcista a Repubblica, presto!

Per il Corriere della Sera, il Papa “apre” ai divorziati e agli omosessuali. Come se fino a ieri, invece, la Chiesa gli “chiudesse” la porta in faccia, o li scacciasse con orrore dal consesso umano. Per Repubblica, il Papa “sconvolge la posizione tradizionale della Chiesa”. Ma per favore! La Chiesa ha sempre parlato di “peccato” distinguendolo dal “peccatore”. Ciò che va odiato è il “peccato”, non certo il “peccatore”. Dio non lo odia, anzi, gli tiene sempre la porta aperta, anche se, compiendo il “peccato”, si è allontanato. E se Dio non lo odia, perché dovrebbero farlo i suoi rappresentanti terreni? Piuttosto, la Chiesa ha un altro compito: continuare a invitarlo alla conversione e concedergli il “perdono”, qualora si penta. Come si vede, non c’è bisogno di scomodare San Tommaso, per capire questi concetti semplici, banali. Ma allora, perché quelli del Corriere e di Repubblica, le cime del giornalismo italiano, non li capiscono? C’è solo una risposta: non li vogliono capire. Il buon Francesco ha fatto di tutto, ha anche risposto alle domandine di Scalfari, pur sapendo di essere solo un umile “dipendente”, mentre Scalfari meriterebbe di interloquire a tu per tu con il “principale”, ma non c’è niente da fare: la stampa nasce con la vista corta, cortissima, e con il peccato originale di riuscire a vedere solo ciò che vuole vedere (e lasciamo pure perdere il sensazionalismo). Per esempio, gli risulta impossibile vedere concetti come “peccato”, “pentimento”, “perdono”, perché non vanno di moda, tra i progressisti: né tra quelli della sinistra anti-clericale e snob di Repubblica, né tra quelli dei salotti centristi del Corriere. Ma nella Chiesa, invece, si portano eccome. E dire che glielo avevo già ricordato, dopo la famosa intervista di Francesco sull’aereo, ma evidentemente non mi hanno letto (qui). Ancora oggi, quelli sanno vedere solo “rivoluzioni” e “sconvolgimenti” (qui) e (qui), in realtà inesistenti. Che il Papa, come ulteriore atto di misericordia, gli mandi un catechista e un esorcista, magari l’Esorciccio!

“Solo un uovo di Pasqua”

Donna intervistata dal tg: “Quest’anno c’è la crisi, quindi solo un uovo di Pasqua.” E io mi chiedo: ma vuoi vedere che dove non è arrivato Mario Monti – che fu trasformato dalla propaganda di regime dei giornaloni in apostolo della sobrietà -; dove non arriverebbe mai nemmeno Papa Francesco – perché bello è bello, avere un Papa che dorme nell’ostello, ma signora mia, il bambino chiede l’uovo, non vede che piange, che sarà mai un uovo in più, ne abbiamo già presi nove!! -; insomma, vuoi vedere che quella sobrietà che ai nostri padri aveva dato un po’ l’indigenza millenaria, un po’ il cristianesimo vecchio stampo, un po’ la guerra, un po’ i sani schiaffoni di papà, a noi ce la farà riscoprire questa infausta e provvidenziale crisi?

Calma e sangue freddo

Uno sente di tutti questi atti di violenza, contro se stessi o contro gli altri: imprenditori che si suicidano, bombe e sequestri di persona in Equitalia, amministratore delegato ferito a colpi di pistola. Che sta succedendo? Naturalmente non ho la risposta, ma sono convinto di una cosa: il discorso pubblico va preso con le molle.

Il discorso pubblico, specie sui media, ma non solo, sembra essere costruito per fomentare la rabbia, l’angoscia, la frustrazione, il senso di ingiustizia, e indirizzarli contro il colpevole di turno. Con toni più o meno accesi, certo, ma è come se esso fosse un gigantesco dito che ha bisogno di essere costantemente puntato ora contro l’uno ora contro l’altro. C’è il disagio? Il colpevole è Tizio. C’è l’iniquità? Il colpevole è Caio. C’è l’ingiustizia? Il colpevole è Sempronio.

Tutti noi, credo, nella vita, abbiamo sperimentato che, per combattere l’angoscia o la frustrazione, la cosa migliore è chiarire, sviscerare, mettere in luce i diversi aspetti di una questione. E, dopo, pensare a una soluzione ragionevole. Le emozioni devono scendere a patti con la ragione, che le smorza e le incanala in modo costruttivo. Perfino l’odio e la rabbia. I media, entro certi limiti, potrebbero fare così. Invece, fanno quasi sempre il contrario: innescano l’emotività, invece della ragione. E più l’emotività sale, più cresce il rischio di violenza.

Calma e sangue freddo, ragazzi. Calma e sangue freddo.

Salviamo l'antipolitica dall'estinzione! / 2

Dopo il primo (qui), ecco il secondo e ultimo capitolo del manuale di istruzioni per salvaguardare le specie di antipolitica a rischio estinzione dopo l'abbandono di Silvio.

“Casta Meretrix”
Mission: Fornire un capro espiatorio alla belva detta “buona borghesia illuminata”.
Orto botanico: Corriere della Sera, la Stampa, Mentana.
Rovesciando il senso della definizione della Chiesa, la politica in quanto “casta” viene descritta come "meretrix": il gran bordello dove si raccoglie ogni vizio, pubblico e privato. Un ritratto infame, in cui la belva borghese e illuminata può specchiarsi ogni mattina, mentre divora avidamente quintali di libri farciti di dati e di intercettazioni pornografiche. Questa specie tratta ogni minimo cedimento del terreno e ogni pioggerella primaverile come catastrofi bibliche irreversibili. Viceversa, saluta come messia inviati dal cielo i freddi burocrati, i miracolosi tecnici e i soliti giovanotti figli di papà, di magistrati, di avvocati e di banchieri: popoli viola, Indignados e compagnia cantante. Tutto con il dovuto grado di compunzione, di entusiasmo e di giovanilismo, nel penoso tentativo di non rimanere indietro rispetto alla specie “Cyber-Salvezza” (vedi capitolo 1). Pianta pret a porter, perfetta sotto il braccio di tutti: precari e finanzieri, postali e banchieri, omini deboli e poteri forti. Coltiva imprenditori e/o presidenti di confindustria di ceppo non brianzolo, che a loro volta coltivino ambizioni politiche.

"Manetta Salvatrix"
Mission: La società deve essere riformata per via politica, ma prima la politica deve essere riformata per via giudiziaria.
Giardinieri di lungo corso: Di Pietro, Zagrebelsky, Lerner, Santoro, Travaglio, Ingroia, Scalfari, Mauro. Orti: Repubblica, Fatto, Infedele.
Fertilizzante consigliato: Mani Pulite. Spargere i semi del sospetto universale in auditori, adunate, cortei, trasmissioni tv, con sprezzante indignazione, sdegno, odio personale, sinceri o simulati. Da innestare sul tronco macilento dell’azionismo, dell’anti-capitalismo, dell'antimafia e del falso mito del Partigiano Rosso (vedi "Bella politica" nel cap.1). No petrolieri americani, sì finanzieri svizzeri. No OGM, sì eugenetica. Sì sì sì fonti alternative purchessia (vedi in capitolo 1: "Non ti scordar di Lenin"). Cantare ogni mattina e ogni sera “O bella ciao” in coro con i magistrati combattenti e con i pentiti accondiscendenti, per conferire alla linfa profondamente squadrista una pigmentazione sinceramente democratica.
 
“Ampolla Coeltica”
Mission: Riportare al nord i soldi del nord.
Piantumazione: il Bossi da Gemonio.
Luogo d’origine: la foce del Po. Si esprime sempre a muso e a pisello duro. Specie colorita e folcloristica, da nutrire con baracconate periodiche, corna vichinghe, cornamuse celtiche, rituali ancestrali. Promette a vanvera la secessione, porta a casa il federalismo, ma rischia di rovinare tutto allineandosi con Pd e Cgil. Possibilmente, eviti di far cadere il governo sulle pensioni, come quindici anni fa.
 
“Rivoluzione Liberalis”
Mission: Introdurre il liberalismo in un paese para-socialista, governato dalla concertazione.
Giardiniere leader: Silvio Berlusconi.
Da proporsi come specie alternativa sia alla vecchia “politica politicante” sia a molte specie di antipolitica. Le quali, infatti, fanno quadrato per espellerla a tutti i costi dalla loro foresta pietrificata. E' colorita, vitale, ottimista, creativa. Indulge in eccessi "riproduttivi" maschio con femmina, ed è megalomane. E' capace di farsi capire direttamente dalla gente, di saltare le vecchie mediazioni, attirare voti a milioni e insulti a miliardi. Fin dal vivaio, è priva di "etichetta", e questa sua vena anarcoide e anticonformista provoca la stizza delle piante più vetuste e più conservatrici, come Querce e Ulivi, più giuristi e banchieri amici loro. E, naturalmente, dei loro giornali prezzolati, commentatori prezzolati e presentatori prezzolati. E' utile a smascherare i finti riformatori. Da mostrare con parsimonia agli ospiti stranieri, che tanto non ci capiranno nulla. Rimane invischiata nei veti incrociati di burocrazie vegetali e nell’inestirpabile parassitismo sociale (o socialista). Sopporta con sempre meno pazienza certi colpi di mannaia giudiziaria che spaccherebbero la corteccia e i coglioni alla sequoia più resistente. Si fa beffe dei manifesti senza costrutto da parte di imprenditori rampanti e rampicanti sociali di ogni tipo. I suoi buoni frutti si vedranno tra qualche tempo, e presto si arriverà a rimpiangerla. Per rifiorire, oggi ha bisogno di decisioni impopolari di segno liberale, invise perfino al sottobosco amico.
(2.Fine)
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No Tav: violenza per tutta la famiglia

Domenica 23, tutti alla festosa aggressione per famiglie al cantiere della Tav. Presentarsi muniti di cesoie e bambini. Cesoie, belle grosse e ben affilate, per tagliare le reti del cantiere, come doverosa risposta ai tagli sui beni e servizi pubblici. Bambini, per farli assistere al tutto, dall'area appositamente attrezzata, al fine di educarli all'amore per la politica autentica, e per un futuro davvero democratico. Portare anche maschere antigas, bende, caschi, ma mi raccomando usarli solo se gli sbirri ci aggrediscono, eh. Se invece, come ci aspettiamo, gli sbirri ci accompagneranno dentro con la massima cortesia "Prego, prego, accomodatevi pure e sfasciate tutto con comodo. Preferite che ci giriamo dall'altra parte o che, già che ci siamo, vi diamo una mano anche noi?", allora non usarli. Verranno buoni per la prossima volta. Si raccomanda, soprattutto, di conservare lo spirito della riunione di ieri sera: allegria, gioia e ironia. Astenersi politici, guastafeste e musoni.

Update h. 14.46. Mi ero scordato di mettere il link alla radio che diffonde allegria e violenza (qui).

Los Pecorones. In piazza come in redazione

Per la meglio intellettualità italiana, l'Italia è sempre, ogni santo giorno da anni e anni, sull'orlo di uno sconvolgimento epocale. Sia in positivo, sia in negativo. Non esiste gradualità, prudenza, cauto ottimismo. E' tutto o bianco o nero, o apoteosi o catastrofe. E' sempre l'ultima chance prima del collasso, del baratro, dell'abisso, dell'apocalisse. Oppure, al contrario, ecco arrivare il salvatore, il messia, l'uomo del destino. Un modo di pensare che si abbandona all'emotività, all'istinto del gruppo, alle mode del momento, invece che al pensiero individuale, lento e prudente. Una mentalità che oggi viene accreditata come "sinceramente democratica", ma che in realtà è perfetta per preparare la strada all'autoritarismo e al totalitarismo, perché promette ciò che nella politica liberal-democratica, così come nella vita, non esiste: il cambiamento radicale e istantaneo. La rivoluzione.
Questa infausta mentalità si declina in modi diversi. In politica, c'è chi si propone di "salvare l'Italia" (e perché non il mondo?), come il Pd o gli imprenditori alla Marcegaglia-Montezemolo-Della Valle. C'è chi marcia da decenni verso il Sol dell'Avvenire, e oggi che sente odore di sangue si ributta nella mischia, come la sinistra radicale. C'è lo squadrista della legalità, Antonio di Pietro. C'è chi la butta sul folclore pagano di ampolle miracolistiche, come la Lega. C'è chi, invece, tenta di mitigare questo istinto sempre latente, da cui nessun italiano può dirsi davvero immune, lanciandosi su una strada nuova, di stampo conservatore, che Berlusconi ha tracciato e che oggi si chiama Partito Popolare Europeo.
Ma, soprattutto, come dicevo, ci sono gli intellettuali in blocco, a parte pochissime eccezioni. Gli intellettuali sono quelli che ci credono di più, e che, a differenza dei politici, non hanno nemmeno la scusante del cinismo a fini elettorali. Costoro oggi sono tutti lì, come un sol uomo, a coccolare e a vezzeggiare gli ultimi salvatori della patria e del mondo, gli Indignados. Uno come Santoro arriva a parteggiare esplicitamente con i violenti, ma lasciamolo perdere. Gli altri si tengono a distanza dai violenti, ma c'è chi dice che sotto sotto parteggino per loro. Io questo non lo so, non sono il loro analista. Mi limito a leggere quello che scrivono, e a rifletterci sopra. E talvolta traduco le loro parole in immagini. Per esempio, oggi ho letto uno di loro e mi è nata nel cervello l'idea che l'intellettuale italiano sia una specie di "rivoluzionario crepuscolare", eternamente sospeso tra l'infatuazione per il vitalismo tropicale di Che Guevara e la decadenza tardo-sabauda di Guido Gozzano.
I più acuti fra voi avranno già riconosciuto Massimo Gramellini, autore non a caso del crepuscolare Che tempo che fa e delle pillolette lassative del mattino sulla Stampa, aiutino gastroenterico per rivoluzionari in pensione. Oggi parte con un proditorio, cheguevariano "Mi ribello", e poi evoca una "generazione degli Indignati" che esiste solo nella sua mente. Ennesima riproposizione di mille altre presunte "generazioni" che in questi anni dovevano salvare l'Italia e il mondo, e invece sono durate lo spazio di una notte. Tutte copie sbiadite, nostalgiche, di una speciale "generazione", il Sessantotto, di cui l'autore si dispiace di non fare parte, quella che doveva spaccare il mondo, e che invece finì in una scorreggina. Piccola, eh, ma assai cupa e assai funesta, come sanno essere solo quelle che spara il nonno dopo un'indigestione di bagnacauda.
Poi evoca il gran nemico di oggi e di allora, i "benpensanti", e sogghigna sull'ormai famoso "Er Pelliccia". Notare che in questo modo esorcizza la violenza del ragazzo e la rimuove, perché non collima con la sua immagine idealizzata. No, per giove, costui non deve assolutamente diventare il simbolo di questa nobile "generazione". Infatti, "Non sono proprio tutti così, i ventenni di oggi." Notate, anche qui, che questa difesa d'ufficio è del tutto inutile e fuori luogo, perché sappiamo tutti benissimo che i giovani non sono tutti né come quello sfigato violento, né come i pacifici pecoroni che sfilano ormai ogni venerdì per qualche nobile causa, senza violenza, sì, ma anche senza idee. Sono solo gli intellettuali alla moda, e i politici di sinistra, ad essere cascati nella bufala propalata dagli Indignados stessi, di essere il 99%.
Va beh, non vi annoio oltre. Segnalo solo che, involontariamente, Gramellini dà una definizione perfetta di buona parte dei Pecorones, pardon, Indignados: "belloccio, bamboccio, lavativo, ignorante." E anche della classe intellettuale italiana: "bla bla giovanilista" e "una società fondata sull'emotività delle immagini, invece che sulla profondità dei gesti e delle parole."
Pecorones in piazza, pecorones in redazione. E il cerchio si chiude. Pardon, el cerchios si chiudes!