La Tunisia e i fanatici dei diritti umani

I rivolgimenti politici dei paesi dell’Africa mediterranea sono un’occasione di osservazione molto interessante, per chi è interessato a capire la nostra cultura. Sì, la nostra, oltre che la loro. Perché la via dell’islam verso la libertà si intreccia inevitabilmente con la via già tracciata dall’occidente. Uno dei fenomeni da osservare è la loro politica, con le nascenti costituzioni. Per esempio, quando parlano di “discriminazione”, loro provano a essere semplici e giusti, creando le basi per il rispetto dell’individuo e dei suoi diritti elementari, ma ecco che intervengono lo stesso i nostri fanatici dei diritti umani, tipo Amnesty International, a rovinare tutto. Giuste le osservazioni di zamax sulla Tunisia (qui).

Amnesty, come la mettiamo con il terrorismo islamico?

Giulio Meotti sul Foglio segnala un libro interessante contro le reticenze (per non dire altro) di Amnesty International a proposito di terrorismo islamico (qui). In particolare, su come l’argomento “discriminazione” venga usato in quegli ambienti tanto ma taaanto umanitari, contro ogni buon senso:

“Raccomandammo l’organizzazione di commemorare l’anniversario dell’11 settembre. Il board di Amnesty rifiutò la proposta, perché un evento simile avrebbe contribuito a discriminare i musulmani. Allora pensai a mio cugino Ahcene, un soldato contadino e illetterato, ucciso nel 1994 dai terroristi di fronte ai figli”.

I chiacchieroni e le guerre civili

In Egitto, centinaia di morti. In occidente, chiacchiere da salotto. In Egitto, quella che si comincia a profilare come una guerra civile. In occidente, sempre e solo chiacchiere. I nostri media mi appaiono sempre di più come un grande salotto “liberal”, pieno di giornalisti, opinionisti e governanti civettuoli e irresponsabili, quando non interessati. Tutta questa bella gente, ai tempi di quella che chiamarono trionfalisticamente “primavera araba”, facevano a gara a chi disprezzava di più i dittatori come Mubarak, e a chi si schierava con più convinzione a fianco dei giovani democratici twittanti, la famosa “piazza”. Nessuno di loro, mai, volle prendere in considerazione le conseguenze. Né l’esistenza degli altri milioni e milioni di arabi che non erano in piazza. Niente realismo, solo isterismo. Per loro, la prima e unica urgenza nel mondo arabo è avere la democrazia “tutto e subito”, una cosa che non esiste se non nelle loro menti bacate ed esaltate. Facile farsi belli ostentando il proprio tesserino di veri democratici, tanto poi le conseguenze le subiscono gli egiziani. Il migliore tra gli italiani, manco a dirlo, fu il solito Gad Lerner, che lamentò che in Italia siamo troppo addormentati per avere una piazza così giovane, così democratica e così twittante. Ebbene, qualche settimana fa, i nostri geni hanno appoggiato senza se e senza ma anche il golpe dei militari, illudendosi ancora una volta che avrebbe portato magicamente la democrazia, la vera democrazia, in Egitto. Oggi si vedono i risultati. Come dite, sto facendo di tutta l’erba un fascio? Avete ragione, sto dimenticando l’unico che ha detto cose ben diverse. Chi? Silvio Berlusconi. Zamax ricorda giustamente la sua cazzutaggine, nell’augurarsi prudenza, gradualità e rispetto per tutti (qui).

“Ci sono gli uomini: come il Pregiudicato, ad esempio, l’unico statista occidentale a non essersi fatto travolgere dall’opportunismo, dal voltagabbanismo, dall’isterismo e dalla mancanza di buon senso quando in Egitto scoppiò la primavera araba. All’inizio di febbraio 2011 Al Tappone era a Bruxelles per il Consiglio Europeo: «Mi auguro», disse, «che in Egitto ci possa essere una continuità di governo. Il presidente Hosni Mubarak ha già annunciato che né lui né i suoi figli si presenteranno alle prossime elezioni e confido, come tutti gli occidentali, che ci possa essere una transizione verso un regime più democratico senza rotture con un presidente come Mubarak che è sempre stato considerato l’uomo più saggio e un punto di riferimento preciso per tutto il Medio Oriente. L’Egitto è un Paese di 80 milioni di abitanti, povero, dove il 40% delle persone vive al di sotto della soglia di povertà e dove c’è stato un forte aumento dei prezzi degli alimentari. A questo si è aggiunto il vento della libertà e della democrazia che quando soffia è contagioso. Questo vento sta soffiando e sta interessando molte persone.» Il Caimano poi, da democratico cazzuto, fece un’osservazione sempre pertinente in tempi rivoluzionari, un’osservazione banale e coraggiosa: «Le persone che sono in piazza rispetto agli 80 milioni della popolazione sono veramente poche, ma al tempo stesso sono espressione di un malessere generale che non c’è solo in Egitto ma anche in altri Paesi come Giordania e Libano.» Per queste parole controcorrente il valoroso Berlusca fu irriso dal gregge delle società civili occidentali, i cui svampiti capetti lavorarono invece a far precipitare gli eventi, con gli splendidi risultati cui stiamo assistendo.”

Da dissidente a manager in poche ore

Una volta fallito l’attacco al ministro del Pdl Alfano, il quotidiano Repubblica ha istantaneamente abbandonato la sua nobilissima campagna per i diritti umani in Kazakistan. E così, l’uomo a cui per qualche giorno avevano assegnato la statura morale di un Nelson Mandela, si è ritrovato a perdere perfino lo status di “dissidente”. Oggi, nel titoletto di Repubblica.it, si parla semplicemente di “Ablyazov”, e del “manager” Ablyazov. Sarà perché è stato appena arrestato in Francia con l’accusa di evasione, o frode, o furto, milionari? Ma che volete che sia, per il Nelson Mandela del Kazakistan!! Comunque, peccato, perché io ho sempre creduto molto in quella campagna nobile e disinteressata, come si può vedere dai miei post sull’argomento.

Spingi, spingi, Repubblica, che qualcosa cadrà

Da giorni, ormai, quelli di Repubblica sono lì a spingere, spingere, spingere per far cadere il governo. O almeno Alfano. E gonfiano, gonfiano, gonfiano fino all’inverosimile il caso kazako. Lo fanno per difendere i diritti umani, ovvio, non certo per colpire Berlusconi. Lo fanno per alto senso delle istituzioni, perché far cadere il governo aiuterebbe molto l’Italia. E allora avanti, gonfiate, spingete, gonfiate, spingete, prima o poi qualcosa cadrà. Sì, le vostre solite stronzate.

(Se invece volete leggere qualcosa di sensato: zamax (qui) e Rocca (qui).)

La verità sì, la controinformazione no

Sembra che nel suo ultimo libro, Giampaolo Pansa parli molto male della bibbia degli intellettuali italiani, il pilastro della controinformazione e del contropotere: la Repubblica. Mi fa piacere. Non tanto per antipatia viscerale o per divergenze politiche, ma soprattutto perché io alla controinformazione e al contropotere non ci credo. L'informazione non sarà sempre vicinissima alla verità, ma la controinformazione quasi sempre ne è lontanissima. Il potere ha certamente i suoi lati oscuri, ma il contropotere è un'utopia diseducativa. Sono felice che qualcuno metta in luce alcuni aspetti di ciò che mi ha ispirato diffidenza fin dai tempi del liceo, di ciò da cui ho imparato a difendermi – all'inizio con qualche titubanza, poi con sempre maggiore lucidità – insomma di ciò che sta dietro alla controinformazione e al contropotere di Repubblica, e cioè quel misto indigesto di tutti gli "ismi" sbagliati: azionismo, giacobinismo, falso moralismo, falso mito resistenziale, rancore, pacifismo, giustizialismo, ideologia dei diritti, terzomondismo, veterofemminismo, veteroambientalismo, false speranze propinate con false parole, una su tutte: "società civile". Aaarghhh! Christian Rocca fornisce diversi estratti illuminanti del libro il cui titolo parla da solo: Carta straccia. Tipo, sui magistrati militanti:

«I due pubblici ministeri della Procura di Milano, Spataro e Pomarici, sembrarono incarnare in quell'aula parlamentare un atteggiamento culturale, civile e financo psicologico tipico di una parte minoritaria, ma influente della magistratura italiana nel corso degli anni Novanta. Un'istituzione convinta che non fosse necessario limitarsi a esercitare una funzione giurisdizionale, ma bisognasse svolgere anche un ruolo salvifico di contropotere militante, una missione di supplenza di un ceto politico irrimediabilmente inadeguato e corrotto»*

Corsivi di Rocca, ma li faccio miei. Altri estratti in continuo aggiornamento (qui). Il libro (qui).

*Upgrade 21 giugno 2011: la citazione non è di Pansa, ma di Miguel Gotor (qui), neo editorialista di Repubblica. Quindi sono almeno in due a bastonare Repubblica "dall'interno". Le bastonate che aiutano a crescere?

Israele non commise crimini di guerra

Dopo la guerra di Gaza (2008-2009), il giornalista democratico sentenziò senza appello, a tutta pagina: Israele ha commesso crimini di guerra. A confermarlo, era il famigerato rapporto Goldstone, dell'ONU. Orrore riprovazione raccapriccio: Israele è come il nazismo! La solita tiritera, insomma. Ebbene, nel frattempo mr. Goldstone ha acquisito nuovi elementi da inchieste rese pubbliche dall'esercito israeliano e riconosciute dall'ONU. E oggi dice che Israele non uccise intenzionalmente civili palestinesi. Quindi, niente crimini di guerra a carico di Israele. Rimane, invece, la colpevolezza di Hamas, perché i civili israeliani furono uccisi intenzionalmente, eccome. E, tra parentesi, nel frattempo i razzi di Hamas sono arrivati 15 km a sud di Tel Aviv. Che dite, il giornalista democratico si rimangerà tutto e sentenzierà a tutta pagina: Israele non ha commesso crimini di guerra? Io scommetto la mia casa a Lampedusa che non lo farà.

Post di Christian Rocca che rimanda al nuovo articolo di Goldstone (qui).
Vecchi post miei sulla guerra di Gaza e sulle sue conseguenze in Italia (qui), (qui) e (qui).
E infine, frase di Golda Meir (qui).

"Liberi e riverenti"

san-francesco

Innocenzo III riconosce la Regola francescana

Questa bella espressione, "liberi e riverenti", presa da Moby Dick, l'ho trovata sul blog di zamax, colonna a destra, vicino al leone alato della Serenissima. Il passo riportato è:

Perduta nazione, avito suolo
isole tra i monti, strade pei mari
unico asilo ed eterno conforto
per te prosperiamo
liberi e riverenti

Al di là del suo significato nel contesto del romanzo, perché mi colpisce tanto quell’accostamento di libertà e riverenza? Forse perché, oggi come oggi, l'idea dominante di libertà comprende tutto il contrario della riverenza. Che cavolo c’entra, infatti, la riverenza con la libertà? L’uomo libero non è forse chi non “fa la riverenza” mai e poi mai, davanti a niente e a nessuno? L’uomo che si è emancipato da legami, dipendenze, autorità, tradizioni. Famiglie, società, chiese. Che si autodetermina sul piano civile. Che si autogenera sul piano biologico grazie alla tecnica. La riverenza, invece, presuppone che ci sia qualcosa da riverire. Qualcosa, dunque, di superiore al nostro “io” e ai nostri desideri. Qualcosa che in qualche modo si manifesta anche attraverso il nostro “io” e i nostri desideri, ma che non è ad essi riducibile. Qualcosa che chiede un atto di umiltà. Una patria, un'autorità, un'idea, una persona, Dio. Oggi tutto questo è messo radicalmente in discussione, e così la riverenza, come atteggiamento e come atto, sembra perdere senso. “Fare la riverenza”, al massimo, diventa atto formale, dovuto. Eppure non è difficile vedere che cosa accade alla libertà quando è nettamente separata dal riconoscimento di una necessità. Sul piano personale, essa diventa facilmente schiavitù rispetto al proprio ego. Il mondo è pieno di esempi, e nessuno, credo, è esente da questa tendenza. Sul piano politico, essa diventa puro arbitrio e l’arbitrio si traduce in terrore e strage. Il Novecento dovrebbe avercelo insegnato. Oggi si può continuare a riconoscere la libertà solo nella figura dell’uomo che sfida Dio e sottomette la natura, ma forse è venuto il momento di imparare a vederla anche nell’uomo che, per esempio, sfiora col ginocchio la pietra di una chiesa.