Il coltello che apre gli occhi

Forse, finalmente, i soliti intelligentoni apriranno gli occhi. Ora che non c’è una motivazione puramente “materiale” per il male, forse capiranno che non è nelle “cose”, che devono guardare, ma nell’animo umano. Infatti, il ragazzino americano che ha ferito i suoi compagni di scuola non ha usato armi da fuoco, pistole, fucili o altri gingilli prodotti dai cattivoni delle industrie delle armi, tanto odiate dalle buone coscienze progressiste. E questo è spiazzante, per loro. Ieri sera il servizio di Giovanna Botteri suonava monco, senza il solito pistolotto contro i cattivoni delle industrie delle armi. Oggi Repubblica.it non ne parla nemmeno. Tireranno fuori che amava i videogiochi violenti? Un parente repubblicano? Un nonno del KKK? Un bisnonno bovaro del Texas? O forse, per una volta, andranno più in profondità.

Corriere (qui).

Matrimoni gay: vietato essere contrari

Posso tollerare qualunque opinione, purché coincida con la mia. Così potremmo riassumere l’idea di tolleranza del bel mondo progressista che, in nome della tolleranza, è attivo da anni su diverse battaglie civili. C’era anche quella campagna pubblicitaria, recentemente, che diceva, più o meno: “Ti interessa se il medico che ti salva la vita è omosessuale o no? Se ti interessa, sei uno stronzo intollerante omofobo.” Ebbene, questi professori di tolleranza, cosa fanno con chi ha idee diverse dalle loro? Un bell’esempio è ciò che è successo all’amministratore di Mozilla, un affare elettronico per la navigazione sul web. Tempo fa aveva dato il suo sostegno allo schieramento contro il matrimonio gay. In seguito è stato nominato ad di Mozilla, e allora i progressisti si sono scatenati. Pare che la presidente, all’inizio, lo abbia difeso, ma a un certo punto qualcuno ha minacciato di non usare più Mozilla, e quindi la società ha cambiato idea. A questo punto, diversamente dal nostro Guido Barilla che si è rimangiato tutto, del tipo “ho tanti amici gay e sono molto più sensibili di noi”, il tizio si è dimesso (qui). Notare che il discorso di chi lo ha contestato è l’esatto contrario del messaggio dello spot: “Mi interessa se l’ad del mio aggeggio elettronico è pro o contro i matrimoni gay? Certo che mi interessa, e, se non la pensa come me, lo faccio cacciare. Perché non lo tollero. Ma in nome della tolleranza, eh.” Controprova: avete mai sentito di qualcuno che si è dovuto dimettere perché è a favore dei matrimoni gay?

Meno immatricolati? Meglio così

Calano gli iscritti all’università (qui). Naturalmente, per il giornalista collettivo è subito allarme: “bollettino di guerra”, “crisi”, “famiglie in ginocchio” etc. Si arriva perfino a parlare senza ironia del corso di sostegno – di sostegno! – alle famiglie per convincerle a iscrivere il pargolo riottoso! Per me, invece, si tratta di un buon segno. Il segno che stiamo finalmente uscendo dal tunnel di quella droga che è il mito del pezzo di carta. E se per uscirne era necessaria questa maledetta crisi, allora ben venga questa maledetta crisi.

Sempre più università applicano il numero chiuso? Bene: sempre meno bivacchi. Si tenga anche presente che solo uscendo dal tunnel, si potrà invertire una tendenza, questa sì pessima: la diminuzione delle borse per i meno abbienti. Fatto paradossale, se si pensa che le tasse universitarie continuano ad aumentare (un classico italiano: spremere chi ne ha, e si fotta chi non ne ha). Quello che, invece, mi manca, è un confronto vero con i paesi stranieri: quanti sono lì, in relazione alla popolazione, gli immatricolati? Io scommetto di meno. E scommetto che il tasso di abbandono è molto inferiore, proprio perché da noi si iscrivono tutti, così, tanto per.

Poi c’è un’altra considerazione di sano realismo: a che serve, da noi, la laurea? A guadagnare di più? Molto spesso, no. A trovare più facilmente lavoro? Molto spesso, no. In molti casi è un pezzo di carta del tutto inutile, oltre che costoso. Da sfruttare preferibilmente all’estero, perché qui la famosa “innovazione” è ostacolata in tutti i modi, non ultimo il rifiuto ideologico di abbassare le tasse alle imprese e la grande idea di tassare il risparmio. E quindi? Quindi è perfettamente naturale che la gente si faccia due conti e sempre più spesso scelga di non andare all’università. Prima o poi anche l’informazione arriverà a fare ragionamenti del genere, e sarà facile capire quando sarà avvenuto: quel giorno, magicamente, sui media il “pezzo di carta” cesserà di essere un “diritto” e diventerà un volgare mito “reazionario”.

La Tunisia e i fanatici dei diritti umani

I rivolgimenti politici dei paesi dell’Africa mediterranea sono un’occasione di osservazione molto interessante, per chi è interessato a capire la nostra cultura. Sì, la nostra, oltre che la loro. Perché la via dell’islam verso la libertà si intreccia inevitabilmente con la via già tracciata dall’occidente. Uno dei fenomeni da osservare è la loro politica, con le nascenti costituzioni. Per esempio, quando parlano di “discriminazione”, loro provano a essere semplici e giusti, creando le basi per il rispetto dell’individuo e dei suoi diritti elementari, ma ecco che intervengono lo stesso i nostri fanatici dei diritti umani, tipo Amnesty International, a rovinare tutto. Giuste le osservazioni di zamax sulla Tunisia (qui).

Recensione “I Giusti di Budapest”, di M.L. Napolitano

Questa mia recensione è uscita sul Foglio del 24-12-13:

Il 30 aprile 2007, due anni dopo la sua morte, monsignor Gennaro Verolino fu proclamato “Giusto tra le nazioni”. Al prestigioso riconoscimento dello Yad Vashem, istituzione israeliana che difende la memoria della Shoah, l’arcivescovo napoletano fu candidato da persone direttamente o indirettamente beneficiate dalla sua azione a Budapest, tra il 1942 e il 1945, come Agnes Vertes e Per Anger. La sua vicenda va collegata a quella del suo superiore, il nunzio apostolico Angelo Rotta, e inserita nel complicato quadro politico e bellico dell’Ungheria durante la seconda guerra mondiale. Quando il giovane sacerdote Verolino arrivò a Budapest, trovò il paese magiaro subalterno alla Germania nazista, e di conseguenza le leggi antisemite già in vigore. La nunziatura si era già espressa contro tali leggi, che offendevano lo spirito cristiano e la dottrina della Chiesa, ma fino a quel momento esse avevano un impatto relativamente mite sulla vita degli ebrei. La svolta avvenne nell’estate del 1944, quando salì al potere il partito filo-nazista, che diede il via alle deportazioni. In quella prima fase furono colpiti più di 400.000 ebrei. La protesta ufficiale della nunziatura apostolica fu molto decisa, e dopo l’intervento diretto di Pio XII incontrò il favore del reggente, l’ammiraglio Horthy, consapevole che le leggi razziali andavano contro l’eredità cristiana della nazione ungherese. Ma Adolf Eichmann, capo delle SS in Ungheria, non si arrese, e pochi mesi dopo fece partire una seconda ondata di deportazioni. È a questo punto, che l’intervento di Verolino in favore degli ebrei ungheresi assume in pieno la sua rilevanza. Da una parte, continuò ad affiancare energicamente l’ormai settantenne nunzio durante i duri scontri verbali con le autorità politiche, fino a sfiorare l’incidente diplomatico. Dall’altra parte, si adoperò per creare una “rete di salvezza”, formata da volontari e collegata alle diplomazie dei paesi neutrali in Ungheria, che facevano capo alla nunziatura. Una rete a cui egli stesso partecipò attivamente, per esempio facendo la spola tra Budapest e Hegyeshalom, città vicina alla frontiera con l’Austria, meta delle marce forzate imposte ai deportati. Gli appartenenti a questa rete agivano clandestinamente, a rischio della propria vita, in diversi modi: distribuivano cibo, coperte e medicinali, mettevano a disposizione edifici sotto la protezione del Vaticano, fornivano certificati di battesimo in bianco e “lettere di protezione” a chiunque ne facesse richiesta. Verolino specifica che queste lettere venivano date “senza tener conto, anzi senza nemmeno domandare quale fosse la (…) fede o appartenenza religiosa”. In questo modo furono salvate alcune migliaia di vite, altrimenti destinate allo sterminio. Lo storico Matteo Luigi Napolitano attinge a nuovi documenti dell’archivio privato di Verolino, recentemente messi a disposizione dalla famiglia, e allarga la portata delle implicazioni fino a coinvolgere direttamente la Santa Sede, per rispondere a chi ancora vede Pio XII come un passivo spettatore degli eventi. A supporto della propria tesi, cita anche le testimonianze di vari esponenti delle maggiori associazioni ebraiche mondiali, che fin dai primi anni del dopoguerra riconobbero esplicitamente l’attivo sostegno delle gerarchie ecclesiastiche. Per tutti questi motivi, l’autore suggerisce che le storie dei Giusti e delle “reti di salvezza” non vadano trattate semplicemente come vicende episodiche, più o meno casuali e scollegate fra loro, ma come capitoli di un’unica storia, da inserire correttamente e compiutamente nella cornice politica e sociale di quegli anni. Un tema dotato di una propria dignità storiografica.

Matteo Luigi Napolitano, “I Giusti di Budapest”, 237 pp., San Paolo, 16,00 euro

La lingua finta delle “pari opportunità”

Quando usi una lingua finta, sei condannato a mentire sempre, che tu lo voglia o no. Questo ho pensato, quando ho visto ciò che hanno fatto quelli del nostro zelante ministero delle “pari opportunità” (nome che più finto non si può): le imperdibili istruzioni per i cittadini davvero rispettosi della cosiddetta “comunità lgbt” (altro concetto che più falso non si può). Naturalmente, in nome della libertà di espressione, ma come la intende il progressismo più spinto. Bell’editoriale del Foglio (qui).

Belgio. E’ legale l’eutanasia sui bambini

Essendo nato in un mondo che riteneva legale e lecito l’aborto, per molto tempo non mi ha fatto troppo effetto. Ora, però, me ne fa. E sentire che in Belgio si può uccidere anche un bambino di 3 anni, me ne fa ancora di più (qui). Ciò che mi fa impressione è che la legge sembra “assecondare” la scelta tragica. Perché di scelta tragica evidentemente si tratta, in casi estremi e disperati. Ma il fatto che ci sia una legge, cambia un po’ le cose. Rende più accettabile quella scelta. Come con l’aborto, si arriva a pensare: “La legge lo permette, perché non lo fai?”