Travisare e incassare

Ma quante cantonate ha già preso, Scalfari, sul Papa? E quanto grosse? L’unica cosa che lui e Repubblica non travisano mai è la voglia degli anticlericali di radere al suolo il Vaticano.

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Libertinismo, moralismo, buonismo. Oppure, Gesù

Per capire cosa dice davvero la morale cristiana a proposito della misericordia, si può vedere come si comporta Gesù con due personaggi molto diversi tra loro: il pubblicano e il fariseo. Il pubblicano sa che cosa sarebbe giusto fare, ma non lo fa. Conosce la verità, ma è incoerente. Il fariseo, invece, applica la propria legge alla lettera, ma la sua legge è fallace. Quindi non conosce la verità, ma è perfettamente coerente. La mentalità oggi dominante premia il fariseo, con questa motivazione: “almeno è coerente”. Per la mentalità dominante, infatti, ciascuno possiede la sua “verità”, che vale tanto quanto quella degli altri, e quindi il valore di un uomo può misurarsi soltanto sulla coerenza con cui la mette in pratica. Ecco spiegato perché tante persone hanno posizioni assolutamente libertine, ma nello stesso tempo giudicano secondo un feroce moralismo. L’assoluta libertà in ambito sessuale, per carità, ma nello stesso tempo la condanna durissima, inappellabile, per chi, pur proclamandosi cristiano, indulge a comportamenti non conformi alla morale cristiana. Gesù, però, non era né libertino né moralista. Infatti ha perdonato il pubblicano, non il fariseo. La sua misericordia si fonda sulla consapevolezza che l’uomo è irrimediabilmente imperfetto. Per quanto si sforzi, non riuscirà mai ad aderire perfettamente alla verità. La misericordia, dunque, non viene dalla rinuncia alla verità, anzi, laddove la verità non viene tenuta in alcun conto, anche la misericordia si snatura e diventa buonismo. Moralismo, libertinismo, buonismo. Oppure, Gesù.

Fede e ragione

La fede e la ragione sono come le due ali con le quali lo spirito umano s’innalza verso la contemplazione della verità. E’ Dio ad aver posto nel cuore dell’uomo il desiderio di conoscere la verità e, in definitiva, di conoscere Lui perché, conoscendolo e amandolo, possa giungere anche alla piena verità su se stesso. (San Giovanni Paolo II)

A me Dell’Utri sta simpatico, l’antimafia no

Marcello Dell’Utri ha cominciato a starmi simpatico nel corso dei lunghi anni, credo una ventina, in cui è stato massacrato dai giustizialisti, e trasformato in un simbolo negativo. Un processo permanente, che ha vellicato i peggiori istinti degli italiani, e ha finito per appaiare un uomo colto e scaltro ad assassini mafiosi come Riina e Provenzano. Un vero orrore a cui mi sottraggo per istinto e per scelta. Ecco, ora che l’ho detto, mi sento meglio. E proseguo. Come ho già fatto innumerevoli volte, anche in questo caso prendo le distanze da tutti i politici alla Di Pietro-Ingroia, tutti i programmi tv alla Santoro-Ballarò, tutti i giornali alla Repubblica-Fatto e tutti gli intellettuali alla MicroMega. Parallelamente, nel tempo, l’antimafia è crollata nel mio personale gradimento. E nell’antimafia metto quei magistrati militanti, ma anche i giornalisti che si fanno usare per divulgare i teoremi dell’accusa, alimentando il linciaggio.

Ma al di là di simpatie e antipatie, like e non-like, ciò che mi fa pensare è il rapporto tra la giustizia e il cittadino, e quello tra la giustizia, la legge e la verità. Riguardo alla legge, mi fa pensare il fatto che la mafia esiste in tutto il mondo, ma solo in Italia è stato istituito il reato di “concorso esterno in associazione mafiosa”. Un reato che può comprendere di tutto, e che non necessita di alcuna prova. Anzi, un reato che è stato creato appositamente per quei casi in cui è troppo difficile, se non impossibile, trovare delle prove. Quindi, in pratica, l’accusa equivale alla condanna. Il sogno dei giustizialisti, dei giacobini, dei sostenitori di teoremi vari, servizi deviati, livelli dello stato e ciarpame simile. I quali, infatti, lo usano come paravento per accostare giorno dopo giorno il nome di Dell’Utri, e quindi di Berlusconi, alla parola magica “mafia”. Ripeto: perché solo in Italia?

Ora, il buon cristiano è chiamato a sottostare alla legge del posto in cui vive senza ribellarsi, dare a Cesare quel che è di Cesare etc. etc. Ma quando la legge e i suoi tutori fanno a pugni con il buon senso, il rispetto umano e la verità, che si fa? Quando una fazione riesce a farsi una legge “ad personam” per continuare a esistere e ad esercitare il proprio potere massacrando altri, che si fa? Io, come ho già detto, come minimo mi tiro fuori.

Padre Fortunato e la chiesa da salvare

Anche prima che venisse eletto Bergoglio, io ero convinto che la chiesa, per uscire dalla brutta strada in cui si era messa, aveva solo 3 possibilità. La prima era che il nuovo papa fosse un francescano. La seconda, che prendesse il nome di Francesco. La terza, che la sua prima visita fosse ad Assisi.

La sintesi è mia, i contenuti sono di Enzo Fortunato, padre francescano, capo della sala stampa del Sacro Convento di Assisi, direttore della rivista San Francesco d’Assisi, nonché fresco autore del libro “Vado da Francesco”. Il succo delle sue parole è: la chiesa andava “salvata”, e la “salvezza” passava necessariamente per l’ordine francescano. Il succo del libro, invece, a quanto ho capito io, è che tutti, bene o male, si commuovono, chi quando va ad Assisi, chi quando pensa a San Francesco, chi quando vede papa Francesco. Ora, io capisco tutto: il portare acqua al proprio mulino; il semplificare per farsi capire; il far passare comunque un messaggio positivo; il rivolgersi ai non credenti; il non chiudere le porte, l’abbattere gli steccati, l’aprire nuovi orizzonti e via di metafora in metafora; che la spiritualità fai da te è sempre meglio del materialismo storico; che fa figo dire che una figlia di Mick Jagger dei Rolling Stones ha chiamato sua figlia “Assisi”; che Celentano si è commosso, il cieco si è commosso, l’invalido si è commosso; capisco tutto, ma porcaccia miseria, perché l’impressione che viene fuori è sempre quella di un pacifista, pauperista, buonista, cattocomunista, e non quella di un cristiano?

La misericordia e i suoi opposti

Il Papa invita tutti alla misericordia, al perdono, a chiedersi sempre, prima di tutto: “Chi sono io per giudicare?” (Qui). Alle mie orecchie, suona come un argine alla tendenza umana verso l’ipocrisia, la maldicenza, la calunnia, il falso moralismo, la litigiosità, e aggiungerei anche la disperazione. Ma temo che altri la leggano in modo diverso. Prima spiegherò meglio come la intendo io, poi dirò come, secondo me, la intendono alcuni.

Per capire bene il messaggio del Papa, bisogna capire che cosa si intenda, qui, per “giudicare”. “Giudicare”, qui, significa mettersi su un piedistallo e sparare condanne inappellabili. Fare del peccato una pietra appesa al collo del peccatore e buttarlo a mare. Quindi il Papa sta dicendo: chi sono io per mettermi su un piedistallo? Chi sono io per condannare i miei fratelli? In ultima analisi: chi sono io per mettermi in mezzo tra i miei fratelli e l’infinita misericordia di Dio?

Niente di nuovo, dunque. Ma allora perché suona così diverso da Benedetto XVI? Io credo che la risposta sia in parte nel loro stile, in parte in come il mondo li vede, o meglio “vuole” vederli. Credo che molti, anche da adulti, facciano come alcuni miei amici di quando ero piccolo, che non sopportavano i preti perché si sentivano “giudicati”. In questo senso, molti sono convinti che i frati siano “meglio” dei preti, perché sarebbero più “buoni”. Quelli che la pensano così, se si trovano davanti un prete, un parroco, un vescovo, un Papa alla Benedetto, gli direbbero volentieri: “Chi sei tu, per giudicare?”

Invece, un Papa alla Francesco, che dice lui stesso “chi sono io per giudicare?”, ai loro occhi appare docile, remissivo, uno a cui va bene tutto, basta volersi bene, ecco, come dicono a Roma, volèmose bbbene. Eppure, il Papa non ha affatto detto questo. Così come mettersi su un piedistallo non è cosa buona, per un cristiano, nemmeno il volèmose bbbene è cosa buona. Non ricordo chi, ma qualcuno ha detto che se non cerchi di correggere il fratello che pecca, ti rendi suo complice. Il mondo lo sa benissimo, che è così, ma non vuole sentirselo dire.

Il mondo non ha nessuna voglia di sentir parlare di concetti come peccato, pentimento e perdono. In cuor suo, ha già cancellato il concetto di “peccato”, perché lo ritiene troppo “colpevolizzante”, poco “moderno”, fonte di inibizioni, repressioni, autoritarismo. Insomma, tutto il male possibile e immaginabile, per un uomo che si concepisce come un essere assolutamente “libero”, “autodeterminato”, “innocente”.

Un Papa alla Benedetto affrontava di petto questo discorso, che è il discorso oggi predominante nel mondo. Francesco, invece, evita di proposito lo scontro. Questione di stile, ma non di sostanza.

Chiudo con una scommessa. Prima o poi anche Francesco tirerà fuori qualcuno di questi concetti profondamente cristiani, tipo che non sempre le persone sono consapevoli di ciò che è davvero il loro bene, e che c’è amore anche nella correzione del proprio fratello. Cioè, per la gioia dei relativisti e dei nichilisti, che c’è un bene e c’è un male, e non siamo noi uomini a decidere che cosa sia l’uno e che cosa l’altro. Secondo me, non la prenderanno tanto bene, e parleranno di “medioevo”, “involuzione autoritaria”, “svolta reazionaria” o simili. Primo titolo di Micro-mega: “Francesco come Benedetto?” Secondo titolo: “Francesco peggio di Benedetto”. Terzo titolo: “Aridàtece Benedetto”. Accetto scommesse.