Bondi, Bondi, ma dove vai?

Quando il furbo Fabio Fazio gli rovesciò addosso tonnellate di lava, lapilli e altro fango pompeiano, soffrii per lui (qui). Quando scrisse poesie per Silvio, mi divertii. Ora che abbandona Forza Italia, gli chiedo con affetto, tra l’amicale e il paterno: “Sandro, Sandrone, ma dove vai?” E glielo chiedo non perché pensi che senza di lui crolli tutto, ma perché ho l’impressione che sia ancora troppo sprovveduto, troppo cucciolo, per avventurarsi da solo tra i lupi della politica. Almeno, così sembra, da quello che dice. Cioè, davvero credeva che il suo addio non sarebbe stato strumentalizzato da Ncd e da tutta la gioiosa macchina del fango, eternamente attiva nei media, quando si tratta di sparare merda su Berlusconi? Secondo me, sì, ci credeva davvero (qui). Ed è per questo che sono preoccupato per lui. Dopo tutti questi anni di politica, non ha ancora capito come funziona il gioco. Tu parli del centrodestra, delle magagne del centrodestra, dei tubi che perdono nel centrodestra, ma se lo fai proprio mentre esci da Forza Italia, contro chi credi che sarà usato il tuo discorso? Sveglia! Ma forse Bondi pensa di avere finalmente trovato, al centro, gli amici veri, quelli autentici, quelli che non lo lasceranno mai in mutande. Quelli che accolsero Fini, l’eroe Fini, il fondatore del Vero Centrodestra Fini… o forse era il Nuovo Centrodestra? Non ricordo bene. Ma soprattutto, Fini chi?

Pompei. Ma non era colpa di Sandro Bondi?

Ma ve li ricordate i bei tempi, quando tutti i disastri di Pompei erano colpa di Sandro Bondi? Era tutto più semplice, allora. Crollava un muro? Bondi vergogna! Si scrostava un mosaico? Bondi vai a casa! Si intasava un vespasiano? Bondi ladro! Capelli nel lavabo? Bondi, Bondi Bondi! In confronto a lui, l’eruzione del Vesuvio era stata come il solletico, per Pompei. Ricordo che perfino quella mozzarella di Fabio Fazio lo aveva aggredito, caso unico su otto milioni di puntate in adorazione dell’ospite. Eppure, Pompei continua a cedere, sfaldarsi, crollare, sbrecciarsi, amputarsi, il 22 ottobre 2011, il 21 dicembre 2011, il 22 febbraio 2012, il 27 febbraio 2012, l’8 settembre 2012, il 12 dicembre 2012 (qui), e chissà quante altre volte. Ma allora, perché Fabio Fazio non mi addita più il colpevole? E io, nella mia infinita giustizia, a chi sputo, su facebook?

Della Valle è pronto per entrare in politica con la sinistra

La raffinatezza di sto paio di coglioni, ce l'ha. La spocchia, ce l'ha. L'insulto gratuito, ce l'ha. Fare il leone solo contro gli agnelli, ce l'ha. La capacità di intuire e sfruttare gli umori del pubblico televisivo amico, ce l'ha. La molle retorica contro la politica, ce l'ha. La soluzione di tutti i problemi è il posto fisso per tutti, ce l'ha. Quest'uomo ha proprio tutto per avere un futuro radioso nella sinistra italiana.

Le elezioni come arma definitiva?

Dopo il fallimento della escort Patrizia D'Addario, del pentito Gaspare Spatuzza, del pentito Massimo Ciancimino, del pentito Gianfranco Fini; dopo che è andata a vuoto la sfiducia al governo (14 dicembre) e la sfiducia a Bondi; dopo che ha cominciato a vacillare anche la fiducia in Ruby e nell'efficacia dei magistrati amici o amici degli amici; dopo tutto ciò, sembra che il fronte politico e mediatico dei "veri democratici" si sia ridotto a pensare che l'arma definitiva per far fuori Berlusconi siano le elezioni. Sono davvero all'ultima spiaggia.

La farsa della Scala di Milano

Fuori: fumogeni, scontri, feriti. Dentro: un appello ipocrita. Fuori: la solita feccia. Dentro: i soliti stronzi. Che cosa accomunava, nel giorno della prima stagionale della Scala, la violenza dei centri sociali e l'ipocrisia degli incravattati? La totale irresponsabilità. Parentesi: che senso ha, poi, inscenare una protesta fuori della Scala quando, all'interno, il bel mondo della cultura è dalla tua stessa parte? Bah. Chiusa parentesi. Nessuno, né tra i violenti di fuori né tra gli ipocriti di dentro, si interroga seriamente sulla necessità o meno dei tagli. Ma soprattutto, nessuno ha il coraggio di dire che i soldi bisogna imparare a gestirli bene. Gestire bene, gestire bene, gestire bene: è questa la vera battaglia per il futuro della cultura. Assumersi le proprie responsabilità. Su questo tasto bisogna battere, caro maestro Barenboim – che verrò pure a vederla, perché le Valchirie di Wagner non me le voglio perdere! – non sul facile allarmismo. Quelli che stavano fuori avrebbero dovuto urlare: "Imparate a gestire meglio i soldi, stronzi!" E quelli dentro avrebbero dovuto dirsi: "Impariamo a gestire meglio i soldi, stronzi!" E invece no. Il finale è sempre il più scontato del mondo, dentro e fuori: Berlusconi buuu, Napolitano alèèè. Patetici.

SENSAZIONALE! Berlusconi va da Fazio

In anteprima assoluta, ecco il discorso che ho preparato per il presidente del Consiglio on. Silvio Berlusconi, invitato da Fazio a leggere il suo elenco di motivi per cui si ritiene un gigante della politica.
 
(Mi raccomando, Silvio, camminata spavalda e sorriso luminoso)
 
Sono un gigante perché con le mie vittorie elettorali ho aperto una nuova strada per l’Italia. Con l'energia, la tenacia, l’irruenza, l’incoscienza che solo un gigante può avere.
 
Ho dato rappresentanza e fiducia al popolo dei moderati, quella che viene spesso definita la maggioranza silenziosa, e alle loro convinzioni in politica interna ed estera.
 
Ho dimostrato con il mezzo più democratico, il voto, che era possibile sconfiggere tutte quelle forze che in politica e nella società cavalcano le peggiori piaghe dell’Italia, che rallentano la modernizzazione e rischiano di bloccarci in un eterno dopoguerra:
 
-in economia, le tasse esose, lo statalismo, l’assistenzialismo, il mono-blocco dei cosiddetti "poteri forti" (i 3 banchieri più potenti d'Italia che appoggiarono Prodi affinché nulla cambiasse nei secoli dei secoli) con Confindustria: ho costretto almeno una parte di quei poteri a scendere a patti, e sugli altri punti, ora, con Bossi e senza Fini, sarà più facile agire;
 
-nel lavoro, l’onnipotenza del mono-sindacato Cgil-Cisl-Uil: ho appena invitato Bonanni e Marchionne a festeggiare il Capodanno con il sottoscritto;
 
-in politica, la centralità assoluta delle segreterie di partito – non sapete cosa vi siete persi, a non essere saliti con me sul predellino -, il linguaggio oscuro, la sottomissione del potere esecutivo a sporchi giochetti in Parlamento, e la sottomissione della politica al potere giudiziario, da quando non c’è più l’immunità;
 
-nell’amministrazione, l’inefficienza: Brunetta è un gigante anche lui;
 
-nella giustizia, l’impunità dei magistrati e la loro assoluta incapacità di gestione, che ha portato la giustizia allo sfascio. Le risorse economiche destinate alla giustizia sono le stesse che in altri paesi, ma lì tutto funziona molto meglio, l’ha detto la vostra amica Gabanelli. Quindi, Angelino, non cedere ai ricatti dell’Associazione Nazionale Magistrati!
 
-nella scuola, l’insegnamento trasformato da politiche dissennate (Dc + Pci) in un ripiego per chi non trova niente di meglio, e le università diventate gangli di potere – di sinistra, è ovvio – che soffocano il merito. La concorrenza tra pubblico e privato farà miracoli: vai con la riforma Mariastella!
 
-nella cultura, una classe intellettuale avulsa dalla realtà, lontana dal popolo, arretrata, politicamente corretta e intollerante, che in passato ha costruito molto abilmente la propria egemonia nella scuola, nei giornali e nelle tv, e che oggi mantiene questa posizione di egemonia selezionando in base all’appartenenza politica, secondo l’unica strategia politica elaborata da quella parte politica dopo il crollo del comunismo: “Berlusconi vai a casa!” Costoro non hanno mai capito un tubo di Berlusconi e ciò mi rinforza nella convinzione di essere molto distante da loro, anzi il loro esatto contrario: originale, moderno, immerso nella realtà, amato dalla gente, proiettato verso il futuro. Quindi, Sandrino Bondi, mon amour, fai quello che puoi: taglia il tagliabile e costringili a far fruttare meglio i soldi.
 
Sono un gigante perché la mia alleanza con la Lega ha permesso alla questione settentrionale di diventare una questione nazionale: un urrà per l’imprenditore del nord-est, il famoso “volano” dell’impresa in Italia!
 
E perché ho creato il miglior ministro degli Interni nella storia della Repubblica, che ha ottenuto risultati mai visti contro la criminalità organizzata, e ha cominciato a regolare con successo l’afflusso degli immigrati, come accade in tutti i paesi dell’occidente che ci accusano a vanvera di razzismo.

E presiedo il governo più giovane e con più donne della storia d'Italia, in barba alle patetiche lezioncine delle femministe.
 
Sono un gigante perché con i miei discorsi del 25 aprile – specie 2009 – ho proposto una via d’uscita dalla mistificazione culturale che ha trasformato il 25 aprile, la costituzione e la resistenza partigiana in una proprietà esclusiva della sinistra;
 
e perché, alla testa di un manipolo di arditi, io sto ridando legittimità alla politica, a tutta la politica, contrastando senza complessi la reincarnazione del partigiano rosso dopo mani pulite: il magistrato giustiziere e star.

Sono un gigante perché sostengo la famiglia tradizionale, padre, madre e figli, in un mondo che le è ostile. (pausa) Anche se sono leggermente puttaniere.*

Sono un gigante perché ho ribadito che l’Italia deve appoggiare con amicizia, con franchezza e con lealtà le politiche atlantiche, compresa la guerra al terrorismo islamico: ne approfitto per salutare l’amico Gorge W. Bush;
 
e, unico nella storia d’Italia, ho dichiarato davanti al parlamento israeliano che sono amico di Israele, stato democratico assediato dal fanatismo islamico, infrangendo un altro pregiudizio storico della vecchia politica italiana.
 
Sono un gigante perché ho stretto rapporti amichevoli e vantaggiosi con la grande potenza economica della Russia (l’amico Vladimir), in linea con la lungimirante politica degli USA i cui risultati verranno apprezzati fra qualche decennio (ma io so aspettare, tanto il mio amico don Verzè mi sta approntando l’immortalità).
 
Sono un gigante perché io e la mia storia siamo l’incarnazione del principio liberale secondo cui gli interessi di uno possono coincidere con gli interessi di molti: altro che il falso mito del politico disinteressato.
 
Sono un gigante anche perché, va detto, mi sento un po’ come Gulliver, dato che il campo avverso è popolato da lillipuziani che nascondono la loro incapacità dietro formulette utopiche come la “bella politica”.
 
E infine mi consenta, Fazio, sono un gigante perché ho resistito ad attacchi personali di una ferocia e di una intolleranza mai viste, in cui gli epiteti più gentili sono “subumano”, “inferiore”, “fascista”, “dittatore”, “mafioso”, “pedofilo”, “narcotrafficante”: tonnellate e tonnellate di fango che miravano a delegittimarmi moralmente. E a una quantità di ridicoli allarmi di cassandre che hanno dato per morto me – e l’Italia e la democrazia – tante di quelle volte…
 
E ho reagito a tutti questi attacchi ritrovando ogni volta l’energia per il colpo di coda, senza mai perdere il sorriso, l’umorismo, lo spirito goliardico e la voglia di cantare canzoni sentimentali con il mio amico Apicella. Tant’è che stasera speravo di essere stato chiamato a cantare per lei e per il suo gentile pubblico Que reste-t-il de nos amour.
 
Da ultimo, sono un gigante perché tra un minuto uscirò da questo studio e mi scrollerò di dosso con noncuranza tutta la polvere, tutto il grigiore, tutta la pesantezza, l’arretratezza, l’autoreferenzialità, il catastrofismo e l’intolleranza della casta intellettuale a me ostile, di cui questo programma è un fulgido esempio.
 
Grazie.
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*update 24 novembre: l'aggiunta finale sulle avventure di B. la devo a zamax, così come parecchie delle analisi politiche.

Bondi, Saviano e il concorso esterno in associazione firmaiola*

Il ministro Sandro Bondi invita lo scrittore Roberto Saviano a non diventare membro effettivo di quella associazione di firmaioli di sinistra, i cui affiliati sono i veri colpevoli dell’attuale clima di odio ideologico. Saviano si difende dicendo che la fame di verità e di giustizia non è solo di sinistra. In pratica, quello di Saviano è solo "concorso esterno" in associazione firmaiola.
Vincenzo Garzillo, via web

*Pubblicata tra le lettere al direttore, sul Foglio di oggi. (E ci hanno fatto pure il titolo della posta!)

Fabio Fazio: la mozzarella che imparò a ruggire

fabio-fazioIeri sera, da Fazio, il ministro per i Beni Culturali Sandro Bondi le ha prese di brutto. Ma ha fatto anche un miracolo: far sembrare una mozzarella un leone. Com’è successo? Forse il ministro si è fatto abbindolare dall’atteggiamento che Fazio tiene con tutti gli altri suoi ospiti. Sempre compiacente, accondiscendente, ammiccante, mai una domanda scomoda, mai un appunto velenoso: un invertebrato in adorazione, una mozzarella in deliquio (tanto per citare il post precedente, lui a uno come Gregotti non si sogna nemmeno di fare domande come quelle di Lucci). Ma gli altri ospiti sono amici suoi, compagni d’arme, gente superiore come lui. Bondi no. E doveva saperlo. E invece.

Ieri sera ho sofferto per lui. Come sapranno i lettori più affezionati di questo blog, io sono un estimatore e sostenitore del ministro Sandro Bondi. Mi piacciono le sue idee sulla cultura e mi piace il suo modo di porsi. Ma ieri ho capito che in molte occasioni è sbagliato. Bondi, purtroppo per lui, non è La Russa, che ti interrompe, ti parla sopra, ti deride. La Russa ieri non avrebbe sfigurato. Invece Bondi si è fatto interrompere, si è lasciato prevaricare, ha permesso che l’astuta mozzarella tirasse fuori gli artigli e mostrasse apertamente tutto il suo disprezzo. In particolare, sulla questione comunismo.

Questione delicata, su cui occorre essere chiari. La verità è che oggi in Italia il comunismo non c’è più, si è eclissato, e il Berlusca ha sbagliato a evocarlo tanto nel suo discorso inaugurale del PdL. La dottrina che altrove ha portato a disastrose rivoluzioni e terrificanti dittature è esaurita. Da tempo ormai il PCI ispira nostalgia solo a un manipolo di politici fuori dal mondo e ai loro sparuti elettori. Ma c’è anche un’altra verità: del comunismo è rimasto ben vivo un aspetto: il settarismo. Solo diventando una setta*, infatti, il comunismo riuscì a sopravvivere tanto a lungo in Italia. Una setta mediatica, universitaria, artistica, culturale. Una setta in cui si entrava per cooptazione, per “affinità spirituale”. La setta è sopravvissuta alla fine del partito e della dottrina, e i suoi adepti si sono piegati chi al conformismo, chi al nulla. Bondi avrebbe dovuto tirare fuori tutti i santini di tutti i presentatori di prima fascia e fare questa domanda: “Com’è possibile che siate tutti, ma proprio tutti, di sinistra, anti-berlusconiani, anti-Bush, pro-Obama, anti-Israele, filo-palestinesi, terzomondisti, ambientalisti, pauperisti, pro-aborto, pro-eutanasia? Tutti ma tutti ma tutti. Tutti liberi pensatori, eppure tutti con la stessa opinione su qualsiasi cosa. Ma non vi suona strano?”

No che non gli suona strano. All’adepto, la setta non suona strana, anzi. La setta è la sua forza. Solo una setta, con le sue regole ferree di solidarietà reciproca tra gli adepti, può dare a una mozzarella di presentatore tv la forza di ridicolizzare impunemente un ministro della Repubblica.

*Upgrade 31 marzo: il termine “setta” può evocare un’organizzazione strutturata, tipo massoneria o simili, con codice scritto, gerarchie, riunioni, parole d’ordine etc. Non è così. In realtà gli affiliati devono superare solo una prova orale: esibire un convincente conato di vomito al solo udire parole come “Bush”, “Berlusconi”, “Ratzinger”…

La Bibbia in tivù? “Ma io la tivù non la guardo più”

papatvGli intellettuali italiani dovrebbero andare a lezione di modernità dal mio Ratzinger, altroché!

"La vita è sempre moderna", scriveva nella seconda metà del novecento l’architetto utopista Frank Lloyd Wright nel bellissimo saggio "La città vivente". Pur facendo parte di una società che viene da molti definita postmoderna, per me quelle parole possono aiutare ancora oggi a capire ciò che è attuale e ciò che non lo è, ciò che è davvero vivo e vitale, e dunque proiettato verso il futuro, e ciò che non lo è.

Fulgido esempio di vitalità, la Chiesa di Benedetto XVI. Nel proporre la lettura integrale della Bibbia in tv, essa si dimostra molto più in grado di capire la modernità rispetto ad altri pensieri. In particolare rispetto a quell’humus in cui oggi viene allevato l’intellettuale italiano, e cioè quel mix di pensiero marxista, scuola di Francoforte, Marshall MacLuhan ("Il media è il messaggio"). Ingredienti non sempre tutti presenti, ma tutti fortemente radicati. La Chiesa oggi li scavalca con l’agilità di una ragazzina di duemila anni, facendo tesoro della tradizione inaugurata nel novecento da don Alberione, il fondatore di Famiglia Cristiana, e portata al suo apice dal precedente papa Karol Wojtyla, il cui corpo martoriato dalla malattia ha fatto, in presenza e in immagine, il giro del mondo, con il suo valore di testimonianza radicalmente cristiana. All’inizio del terzo millennio e davanti a tutta l’umanità, il Papa è stato figura di Cristo.

Nel mondo intellettuale italiano, da anni si sprecano pensieri e analisi sulla tv, ma il risultato è sempre lo stesso, e lo si vede bene oggi dalla versione ultrasemplificata che irretisce sempre più esponenti di diversi settori della società italiana, compresa la comunicazione: "Io la tv non la guardo più". Anzi, nemmeno ce l’ho, che è anche più chic. Quando te lo dicono scrittori, autori, giornalisti, redattori, pubblicitari, producer, il fenomeno è consistente. Oppure: “L’uomo di cultura in tv si sputtana”. Oppure: “La tv è diseducativa”, dicono altri, tanti insegnanti di scuola, e in certi ambienti cattolici. "La tv non è veritativa", è arrivato a dire perfino uno come Giuliano Ferrara, che la tv la conosce e la fa. E’ certamente vero che buona parte dei programmi fa schifo, ma separare nettamente cultura e tv ha effetti nefasti. Il più grave è che si crea nei giovani il falso pensiero che cultura e modernità debbano essere per forza in contrasto. Probabilmente all’intellettuale italiano di oggi questo non interessa molto, perché lui ha già cancellato dal proprio vocabolario le parole modernità, cultura, futuro, insieme a tanti altri concetti ormai per lui senza significato. Per me invece, sulla scorta di alcuni spunti del ministro Bondi e del filosofo Stefano Zecchi, occorre pensare a un’alleanza tra la cultura e la tv, tra la scuola e la tv. Un rapporto più stretto, magari una sana competizione, non più quella sterile (e a volte anche ipocrita) demonizzazione del mezzo più diffuso e più potente del mondo. L’ha capito la Chiesa, universalmente tacciata di essere retrograda. Noi laici, credenti e non, che siamo tanto trendy e sgamati, vogliamo essere da meno?

Giuliano Ferrara lancia la sua campagna culturale, e io mi commuovo. Perché?

ferraraL’immagine è rubata ad A. Molino.

Ci sono momenti in cui l’emozione prende il sopravvento e ti rivela che qualcosa dentro di te vuole venire alla luce. A parte le faccende di cuore, a me era già successo anche con l’11 settembre. Un bel giorno capii che avevo paura. Semplice paura. E questa semplice, vera, spontanea paura fu più forte di tutte le ideologie, di tutte le astrazioni che mi ero costruito negli anni, e le mandò in pezzi. Di più: servì come base per rinforzare altre idee, stimolò il pensiero, perché per come sono fatto io, sentimento e cervello devono obbligatoriamente andare insieme, e guidare un po’ per uno come si fa in un viaggio tra amici. Bene, ieri al teatro Dal Verme di Milano è successo qualcosa di simile, che ancora non so valutare in tutta la sua portata. Sarà altrettanto forte o no? Chi lo sa. Sta di fatto che mentre Ferrara arringava la platea gremita di adulti e tanti ragazzi, la sua grazia intellettuale parlava al mio cervello, la sua passione civile parlava al mio cuore. Ed ecco allora che concetti e posizioni sull’aborto, che fino a poche settimane fa non mi avevano mai nemmeno sfiorato, diventavano improvvisamente qualcosa di vicino. Qualcosa che toccava una questione più generale, che sento profondamente mia.

Ci sarebbero mille cose da dire, fin dal mio arrivo a teatro. Mi aspettavo quattro gatti, e invece il teatro era pieno e la folla già calda, con applausi e insulti di vario genere che precedevano il suo arrivo. Che lui pareva una decina di chili in meno e un po’ imbambolato per la dieta liquida (più tre noci al giorno. E’ ghiotto, non sa resistere…). Che ha spiegato che cosa la sua proposta di moratoria sull’aborto da presentare all’ONU è e cosa non è. Specifica altrettanto importante, visti i fraintendimenti molteplici e in gran parte voluti. Voluti da chi? Da un non meglio precisato “pensiero laico”. Pensiero che in realtà è il vero grande assente dalle paginate di questi giorni contro Ferrara, contro Ratzinger, contro Bondi. Loro tre parlano, dicono cose importanti e chiare. Dall’altra parte, invece, il nulla. Bondi, il politico Bondi, sui giornali dice con la massima chiarezza che “non vuole eliminare né modificare la legge 194 sull’aborto, ma anzi applicarla più integralmente”, e la risposta di chi si fa portavoce del pensiero laico (per esempio Unità, Manifesto, Repubblica, le femministe, i politici di estrema sinistra) non è altro che “la 194 non si tocca”. Il dogma. Ma il pensiero dogmatico non era quello del Papa?

Torniamo in teatro. Ferrara dice testualmente che “la moratoria contro l’aborto è una scelta, non una persecuzione penale contro chi abortisce, né una criminalizzazione delle coscienze”, e già dalla platea si alzano insulti “fascista”, “lager” e così via. Una femminista si alza, fa il segno della vagina e si indica il petto, come a dire “l’utero è mio…”. Ferrara invita a un dibattito sulle idee, sui temi filosofici sollevati dal Papa filosofo e teologo, come la sacralità della vita, il soggetto, l’etica, il ruolo della religione nel dibattito pubblico, il significato dell’aborto nell’esperienza personale e nella società. Cita la mostruosa costituzione di Zapatero, dove “padre” e “madre” diventano “progenitore A” e “progenitore B”. Si batte per chiedere che nella Carta dei Diritti dell’Uomo venga inserita l’espressione “fin dal suo concepimento”. Denuncia che nel mondo è già in atto l’aborto selettivo, cioè eugenetico, in Paesi come la Cina, l’India, la Corea del Nord. Aderisce alla definizione di omicidio di Roccella: "L’omicidio non è la negazione del passato, ma la negazione del futuro". Denuncia che in questi trent’anni di aborto legalizzato in Italia l’aborto è diventato “moralmente indifferente”. La sua è una vera “campagna culturale”. Arriveranno finalmente risposte a tono? Finora, solo la solita raffica di “guerra santa”, “inquisizione”, “oscurantismo”.

Ma forse mi sbaglio, e una risposta c’è già stata. L’hanno data “in anticipo” i 63 professori della Sapienza di Roma che vogliono impedire a Ratzinger, invitato dal loro stesso Rettore, di parlare. Di cosa hanno paura? “Potrebbe offendere la sensibilità dei nostri colleghi islamici ed ebrei”. Si vergognino. In realtà hanno paura che i loro studenti scoprano che il loro pensiero è “incapace di cogliere le tensioni, le aspirazioni, le utopie, le speranze del nostro tempo”, come dice Zecchi. Cioè che non ha nulla da dire sulle questioni fondamentali, etiche e religiose, se non opporre un dogmatismo sterile. Forse è per questo che quando Ferrara stigmatizza l’episodio la sala raggiunge il massimo dell’entusiasmo, e decine di studenti si alzano in piedi per applaudire. Quei ragazzi sentono l’importanza del momento e non vogliono finire oscurati come il Papa.

Chiudo con una nota negativa. Sulla stampa era stato presentato come un dibattito, ma alla fine non è riuscito a parlare nemmeno Bondi, l’organizzatore! Qualche misteriosa legge della folla ha prevalso, i giornalisti hanno assediato Ferrara rallentando tutto, la gente nel frattempo si è alzata e se n’è andata. Ero proprio curioso di sentire la risposta filosofica e politica delle femministe. Spero di leggerla oggi su Repubblica.