Medioevo. I secoli luminosi

Ok, non c’era twitter, facebook, le automobili, le compagnie aeree low-cost, la minigonna, il suffragio universale, la Juve. Ma quanta bellezza, nell’arte medievale. Quella bellezza che oggi latita, connessione elementare dell’uomo con Dio e con il mondo. La nostra civiltà ha preso una strada che indubbiamente offre moltissimo di positivo, ma a mio avviso ci sono anche alcuni lati oscuri. Bui, come normalmente diciamo del medioevo. Con la mia consueta tempestività, vi segnalo una serie appena finita, su History Channel, condotta dall’equivalente anglopolacco di Philippe Daverio. Con titolo italiano beppegrillesco, “Te lo do io il medioevo”. Insomma, buona divulgazione, come piace a me. Sul sito vedo un bel tastone “Streaming”, che mi fa pensare che si possa guardare anche in quella modalità (qui).

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Ridere a un funerale

La settimana scorsa, ai funerali di Franca Rame, davanti al teatro Strehler di Milano, suo figlio Jacopo Fo se n’è uscito con questo urlo da capopopolo:

Dio non solo è comunista, ma è anche donna! Ed è per questo che noi cambieremo il mondo!

Ero a casa, e confesso di essere scoppiato a ridere sonoramente. Non mi era mai capitato, guardando le immagini di un funerale. Ma trattandosi di artisti, tutto è lecito, no? Per di più, trattandosi della moglie di un guitto, confido che non se la sia presa più di tanto.

Update 3-6-13 h. 12.36. Se qualcuno pensasse che Jacopo Fo sia stato posseduto dallo spirito della buonanima di don Gallo, gli ricorderei che tra i due stili di pensiero c’era una differenza abissale: l’accento genovese. E posso assicurare che Jacopo Fo non ce l’aveva.

Una chiesa che sembra una chiesa

L’altra sera guardavo su Rai Storia (credo) un documentario sull’Eur, il noto quartiere di Roma. Al di là dei dettagli sulla sua storia, sullo stile etc, mi hanno colpito alcuni aspetti più generali.

Primo: aveva uno stile. Sembra scontato, dirlo, ma colpisce me, che sono nato in un’epoca senza stile. Che un intero quartiere possa avere un unico stile – idea monumentale – è un’idea che non ci appartiene più. Ma anche l’idea che ogni nuovo stile debba essere in continuità con quelli già esistenti – idea di puro buon gusto – non ci appartiene più. Insomma, è l’idea stessa dello stile, che non ci appartiene più.

Secondo, questo stile rappresentava plasticamente le idee del regime fascista. Questa era la sua grandezza e, insieme, il suo limite. Grandezza perché, qualunque cosa si pensi di quello stile e di quel regime, l’idea che uno stile possa esprimere qualcosa di più che l’ombelico dell’architetto era in linea con la tradizione dell’occidente, tradizione che solo un branco di rivoluzionari della politica, della cultura e soprattutto della domenica, può pensare di buttare nel cesso tutta in blocco, in nome del “progresso” e dell'”antifascismo”, ma in barba al principio naturale della “conservazione”. Limite, perché, nello specifico, incarnava l’idea dello stato come luogo supremo dell’identità di un popolo.

Terzo. Il progetto fu ideato e avviato dal regime fascista, ma gli edifici furono completati nel dopoguerra. Ciò significa che, a dispetto delle favolette che ci hanno raccontato a scuola i professori antifascisti, in realtà tra il prima e il dopo, tra il regime e la repubblica, c’è stata una certa continuità. In fin dei conti, morti a parte, nel 1948 le persone erano ancora quelle, i progetti nel cassetto erano quelli. L’antifascismo “duro e puro” doveva ancora essere inventato.

Quarto. La chiesa di San Pietro e Paolo fu completata circa nel 1955. E’ una chiesa che appena la vedi pensi toh, una chiesa (qui). Nel giro di pochi anni, invece, cominciarono a essere costruite chiese che quando le vedi pensi che siano palestre. Non dico tanto, ma a volte basta una croce, un altare, una cupola.

P.S.: Questo post, pur non parlando di politica attuale, esce durante la campagna elettorale, quindi l’autore avverte l’esigenza morale di conferirgli l’autorevolezza che merita, ricordando al lettore che lui è un europeista convinto, non un populista.

Cambiereste la Gioconda o la costituzione?

Che fai, oh giocondo Benigni? Se non fossimo maligni, diremmo che tenti solo di diffondere entusiasmo. Se non fossimo maligni, diremmo che questa volta sbagli solo il tuo bersaglio. Infatti, finché si tratta della Divina Commedia, giù il cappello. Roba di cui sarebbe un delitto cambiare una sola virgola. Come della Gioconda. Ma siccome non siamo benigni, noi, sospettiamo che tu, come la sinistra di cui sei un guitto organico, voglia spingerci a fare a noi stessi questa domanda: ma se è davvero così bella, la nostra costituzione, perché cambiarla? Non ci sogneremmo mai di cambiare la Gioconda o la Commedia, no? Peccato che la costituzione vada cambiata eccome, altro che “la più bella”. No, non è la Gioconda, e nemmeno noi abbiamo scritto in fronte “Giocondo”. Oh giocondo Benigni, lasciatelo dire da noi maligni.

Upgrade 18-12-12: pubblicata su Hyde Park Corner del Foglio online, data 17-12-12 (qui).

Battiato e Crocetta, cioè l’artista e il potere

L’artista vuole il potere, ma non ne vuole pagare il prezzo. Essendo un artista, e dunque un po’ infantile per natura, glielo si può perdonare. Invece, il politico che gli dà l’assessorato è un gran furbastro. Vuole rivestirsi dell’aura di purezza e di ingenuità che solo un artista può dargli, benché tale aura sia ormai sbiadita dall’età e, soprattutto, dal conformismo politico. Ma è un vero spettacolo guardarli insieme, l’artista e il politico, mentre l’artista dice che la parola “assessore” lo offende, e il politico, che gli sta dando l’assessorato, applaude. Che lui, essendo artista, non fa politica, per carità, e anzi non vuole manco avere a che fare con quella brutta razza dei politici, e il politico applaude. Che lui non vuole nemmeno lo stipendio, e il politico tira un sospiro di sollievo. Ma eccoli, tutti per voi, Franco Battiato e Rosario Crocetta (qui).

Richard Wagner: l'originalità e l'universalità dell'arte

Dopo un post sulla Scala di Milano (qui) e uno sulla Valkiria di Wagner (qui), affronto oggi con la consueta modestia un'impresa da nulla: spiegare agli artisti quale sia il loro compito per il futuro.

Prendo spunto da un commento (purtroppo anonimo) a quei post:
"Se si parte dall'idea che "bisogna farsi capire da tutti", si finirà inevitabilmente per degradare poco o tanto la forma e il contenuto dell'arte."

Chi la pensa così ha certamente delle ragioni. La storia dell'occidente ha conosciuto l'arte come espressione di eccezionalità e di originalità, e sono d'accordo che questo aspetto vada conservato. Inoltre, veniamo da un secolo, il Novecento, in cui l'arte ha almeno in parte cercato di salvare questa eccezionalità di contenuto e di forma ricorrendo ai più diversi stratagemmi. Ma ora è venuto il momento di guardare in faccia il risultato finale. Oggi nell'arte si è smarrita la cosa più semplice: la comunicazione di un significato originale e universale.

I contenuti – quando non è la solita sterile provocazione alla Cattelan – l'arte li attinge dalla melassa del politically correct (ecologismo, pacifismo, terzomondismo etc.). Ma a che mi serve l'arte, se ha le stesse idee del dj Linus, Alba Parietti, Claudio Bisio e Gino Strada? Quanto alla forma, l'arte la ruba da altre forme di espressione: la moda, la pubblicità etc. Oppure dal passato, come citazione. Ma allora preferisco gli originali.

L'arte ha rinunciato a cercare – o comunque non ha trovato più – un proprio linguaggio, come era sempre stato in passato. Invece di rappresentare il linguaggio dell'eccellenza, che guida e ispira gli altri, è diventato il linguaggio che ricicla gli altri. Da re della foresta a insetto stercoraro.

Per tornare al commento, per me questa è già una "degradazione" più che sufficiente.

Ora, come si fa a uscire da questo vicolo cieco? Proposta: guardare a un esempio del passato. Non certo per imitarlo o riproporlo così com'è, che sarebbe ancora più triste. Ma per coglierne l'essenza e cercare magari di riproporla in veste nuova e inaspettata. Questo esempio è Richard Wagner.

Di Richard Wagner voglio sottolineare un solo aspetto: l'universalità e l'originalità del contenuto e della forma. Al di là delle specificità tecniche della sua idea di arte (l'opera d'arte totale: Gesamtkunstwerk), ciò che più conta è il suo uso del mito. Il mito non è usato come recupero archeologico, né come sterile citazione, ma come contenuto universale espresso in una forma universale (nello specifico: parola, musica e azione scenica). Il mito parla a tutti noi della cosa più importante: la nostra origine e il nostro destino. E' comprensibile al popolo, alla borghesia, all'aristocrazia, ai colti e agli incolti. Per capire il mito non devi nemmeno essere alfabetizzato. Piccolo paradosso: com'è che oggi, che in occidente siamo tutti alfabetizzati, l'arte o non si capisce più o non sa più dire nulla di originale?

Forse perché il 99,99% degli artisti è convinto che l'originalità coincida con la novità, e la novità con la sperimentazione. Ma questa strada è un vicolo cieco, non si può andare avanti all'infinito senza ripetersi all'infinito. La vera originalità è altrove. Oggi per essere originali bisogna tornare a interrogarsi sull'origine, con le grandi domande di sempre: chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo. Certo, i relativisti, i nichilisti, gli intelligentoni rideranno beffardamente di questo tentativo, ma caspita, un artista deve essere un artista, non una mammoletta.

La Valchiria senza la mia Valchiria

valchiria_manifesto_296_360Venerdì mattina, allarmato per l'estinzione progressiva di tutti i biglietti online, anche quelli a prezzi irragionevoli, approfitto del giorno di ferie e mi precipito alla biglietteria della Scala. Chiedo biglietti per le prossime date, scuotono la testa. Mi allarmo ancora di più. Mi offrono l'ultimo biglietto di galleria per la sera stessa: 38 euro. Mia moglie è impegnata, e poi non ci teneva troppo. Lo prendo. Compro il libretto, mi chiudo nella bella biblioteca braidense, come ai tempi dell'università, quando dopo gli esami andavo a leggere libri di e su gli artisti del Novecento. Fa un po' freddino, là dentro, ma pazienza. Mi divoro il libretto e alle cinque e mezza sono a teatro. Raggiungo il mio posto: seconda fila, con colonna davanti. Acc… La prima fila è libera. Che faccio, ci provo? Poi se arrivano i legittimi proprietari mi sposto… manco faccio in tempo a pensarlo, che arrivano padre e figlio e si siedono. Il figlio non sembra convintissimo, forse non sono nemmeno loro i legittimi proprietari. Va beh. Di fianco a me c'è una coppia di anziani spagnoli. Lei a metà del primo atto è già appisolata. Saltano netto il secondo atto, così io posso spostarmi un po' di lato e vedere meglio. Per il terzo ritornano. Quindi l'atto più esaltante e nello stesso tempo più delicato me lo vedo da dietro la colonna. Comunque Richard Wagner è un mago. La sua idea di arte totale, che fonde musica, parola, azione; la bellezza della musica (mi è toccato pure applaudire l'ipocrita Barenboim!!); la profondità inesauribile del mito… Quasi quasi ci torno pure con la mia dolce mogliettina.