Recensione “I giusti di Budapest” anche online

La mia recensione è uscita anche sul Foglio online (qui).

Annunci

Recensione “I Giusti di Budapest”, di M.L. Napolitano

Questa mia recensione è uscita sul Foglio del 24-12-13:

Il 30 aprile 2007, due anni dopo la sua morte, monsignor Gennaro Verolino fu proclamato “Giusto tra le nazioni”. Al prestigioso riconoscimento dello Yad Vashem, istituzione israeliana che difende la memoria della Shoah, l’arcivescovo napoletano fu candidato da persone direttamente o indirettamente beneficiate dalla sua azione a Budapest, tra il 1942 e il 1945, come Agnes Vertes e Per Anger. La sua vicenda va collegata a quella del suo superiore, il nunzio apostolico Angelo Rotta, e inserita nel complicato quadro politico e bellico dell’Ungheria durante la seconda guerra mondiale. Quando il giovane sacerdote Verolino arrivò a Budapest, trovò il paese magiaro subalterno alla Germania nazista, e di conseguenza le leggi antisemite già in vigore. La nunziatura si era già espressa contro tali leggi, che offendevano lo spirito cristiano e la dottrina della Chiesa, ma fino a quel momento esse avevano un impatto relativamente mite sulla vita degli ebrei. La svolta avvenne nell’estate del 1944, quando salì al potere il partito filo-nazista, che diede il via alle deportazioni. In quella prima fase furono colpiti più di 400.000 ebrei. La protesta ufficiale della nunziatura apostolica fu molto decisa, e dopo l’intervento diretto di Pio XII incontrò il favore del reggente, l’ammiraglio Horthy, consapevole che le leggi razziali andavano contro l’eredità cristiana della nazione ungherese. Ma Adolf Eichmann, capo delle SS in Ungheria, non si arrese, e pochi mesi dopo fece partire una seconda ondata di deportazioni. È a questo punto, che l’intervento di Verolino in favore degli ebrei ungheresi assume in pieno la sua rilevanza. Da una parte, continuò ad affiancare energicamente l’ormai settantenne nunzio durante i duri scontri verbali con le autorità politiche, fino a sfiorare l’incidente diplomatico. Dall’altra parte, si adoperò per creare una “rete di salvezza”, formata da volontari e collegata alle diplomazie dei paesi neutrali in Ungheria, che facevano capo alla nunziatura. Una rete a cui egli stesso partecipò attivamente, per esempio facendo la spola tra Budapest e Hegyeshalom, città vicina alla frontiera con l’Austria, meta delle marce forzate imposte ai deportati. Gli appartenenti a questa rete agivano clandestinamente, a rischio della propria vita, in diversi modi: distribuivano cibo, coperte e medicinali, mettevano a disposizione edifici sotto la protezione del Vaticano, fornivano certificati di battesimo in bianco e “lettere di protezione” a chiunque ne facesse richiesta. Verolino specifica che queste lettere venivano date “senza tener conto, anzi senza nemmeno domandare quale fosse la (…) fede o appartenenza religiosa”. In questo modo furono salvate alcune migliaia di vite, altrimenti destinate allo sterminio. Lo storico Matteo Luigi Napolitano attinge a nuovi documenti dell’archivio privato di Verolino, recentemente messi a disposizione dalla famiglia, e allarga la portata delle implicazioni fino a coinvolgere direttamente la Santa Sede, per rispondere a chi ancora vede Pio XII come un passivo spettatore degli eventi. A supporto della propria tesi, cita anche le testimonianze di vari esponenti delle maggiori associazioni ebraiche mondiali, che fin dai primi anni del dopoguerra riconobbero esplicitamente l’attivo sostegno delle gerarchie ecclesiastiche. Per tutti questi motivi, l’autore suggerisce che le storie dei Giusti e delle “reti di salvezza” non vadano trattate semplicemente come vicende episodiche, più o meno casuali e scollegate fra loro, ma come capitoli di un’unica storia, da inserire correttamente e compiutamente nella cornice politica e sociale di quegli anni. Un tema dotato di una propria dignità storiografica.

Matteo Luigi Napolitano, “I Giusti di Budapest”, 237 pp., San Paolo, 16,00 euro

Il reato di negazionismo e l’idolatria della legge

Dall’altro giorno, il “negazionismo” è reato. Cioè, chi nega la Shoah può essere portato in tribunale. Per me, è controproducente ed è il frutto di un vizio: l’idolatria della legge. Linko un articolo di zamax su giornalettismo, che condivido (qui), e copincollo il mio commento:

“Una buona educazione deve insegnare a tenere il giusto rapporto nei confronti delle leggi dello stato. Che è il rispetto, non l’idolatria. Aver voluto a tutti i costi che il negazionismo diventasse reato è un segno di idolatria. La stessa idolatria, in nuce, che fece sì che lo sterminio degli ebrei non fosse effettuato contro la legge, ma addirittura proprio per legge.”

Proposta: lasciamo in pace Erich Priebke

Nel 2013, a quasi settant’anni di distanza dai fatti, direi che è venuto il momento di lasciare in pace un signore di 100 anni*, la sua famiglia e i suoi amici. E di smetterla con le pagliacciate. Ostentare oggi il proprio anti-nazismo o anti-fascismo è altrettanto idiota che imbrattare i muri di svastiche e croci celtiche. O no?

*oltretutto già condannato e non accusabile di fare apologia del nazismo (update 31-7-13 h 12.35)

Il terrorista islamico e i giornalisti che giocano a Taboo

Conoscete il gioco da tavolo Taboo? Lo scopo è fare indovinare alla propria squadra una certa parola, ma senza mai pronunciare né quella parola né altre 5 ad essa molto vicine. In questi giorni ho scoperto che ne esiste una versione per giornalisti. Per esempio, quando devi fare indovinare “terrorista islamico” non puoi mai dire “islamico”, mentre “terrorista” se proprio devi e al massimo una volta. Per i “bambini ebrei” di Tolosa, dopo due giorni non puoi più dire “ebrei”. E’ invece consentito rammentare la pista neonazista ormai chiusa e strachiusa, prendersela con le inefficienze dei servizi segreti e alludere ai vantaggi elettorali per la destra. I giocatori migliori li hanno già presi nei tg nazionali.

Gerusalemme, Francia

Più volte, su questo blog, sono stato ammonito con degnazione per aver confuso l’antisemitismo con l’antisionismo. Dizionario alla mano, mi si è spiegato come si fa con un bambino delle elementari un po’ ritardato che “antisemitismo” significa voler cancellare dalla faccia della terra gli ebrei, mentre “antisionismo” significa voler cancellare dalla faccia della terra Israele. Guai a fare confusione, bestia d’un ignorante! Io, però, da vero grezzone quale sono, ho sempre risposto che la realtà storica ormai è tale che è davvero difficile distinguere tra le due cose. La realtà supera il dizionario. E oggi? Oggi si scopre che il killer che a Tolosa ha ucciso 3 bambini ebrei è un esponente di Al Qaeda, un franco-algerino filo-talebani. E pare che il movente sia “vendicare i palestinesi”. Quindi abbiamo, in un colpo solo, nella ridente Tolosa: bambini ebrei, Al Qaeda, Francia, Algeria, talebani, Afghanistan, palestinesi. I sapientoni mi facciano il piacere di prendere dizionario, atlante e pure il sussidiario, e scelgano se ficcarseli nel posto che dico io oppure dentro la realtà storica.

Update 23-3-12: pare che il tizio fosse un informatore dei servizi segreti francesi (qui).

In Israele piovono razzi

Più che la trita retorica sulla shoah, i campi di concentramento, i forni crematori etc, a me interessa la condizione attuale degli ebrei sotto attacco. Ok, ai media occidentali non frega niente. Ok, sono ebrei vivi e vegeti, e quindi molto scomodi, non ebrei morti e stramorti, e dunque molto comodi. I loro video sono amatoriali, non patinati come Schindler’s list. Sono girati ad Ashkelon, non ad Auschwitz. Oggi, non negli anni ’40. E i nemici sono gli uomini verdi di Hamas, non l’uomo nero Hitler. Ma da questi video si vede bene come, nei ragazzi israeliani, la paura e l’angoscia si intreccino con l’allegria e la spavalderia. Come nei ragazzi di tutte le epoche, da Davide o Achille in poi. E si vede bene che, grazie a Dio, sta funzionando bene l’Iron Dome, la “cupola di ferro” che protegge Israele dai missili lanciati dai palestinesi dalla striscia di Gaza. Razzi veri su ragazzi veri. Dal blog di Giulio Meotti, segnalo in particolare il secondo video (qui).