“Dacci oggi il nostro amore quotidiano”

Sabato scorso sull’Osservatore Romano c’era il racconto dell’incontro del Papa con i fidanzati in piazza San Pietro (qui). Bello tutto, in particolare questo passaggio:

In questo cammino è importante, è necessaria la preghiera, sempre. Lui per lei, lei per lui e tutti e due insieme. Chiedete a Gesù di moltiplicare il vostro amore. Nella preghiera del Padre Nostro noi diciamo: “Dacci oggi il nostro pane quotidiano”. Gli sposi possono imparare a pregare anche così: “Signore, dacci oggi il nostro amore quotidiano”, perché l’amore quotidiano degli sposi è il pane, il vero pane dell’anima, quello che li sostiene per andare avanti.

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Sant’Ambrogio

La parola di Dio respinge ogni noia, non offre varchi al sonno dell’anima, all’assopimento dello spirito. Il sonno infatti si insinua laddove c’è tristezza e preoccupazione per le cose di questo mondo, ma l’uomo che aderisce a Dio fuggendo le preoccupazioni ottiene il godimento della conoscenza eterna, dove svanisce il timore legato alla mutevolezza delle cose di questo mondo.

11 settembre. "Maestri di bellezza contro maestri del sospetto e maestri del terrore"

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San Cristoforo sul Naviglio, dove ogni anno si celebra una messa per le vittime

Sabato pomeriggio sono andato a una messa per le vittime dell'11 settembre in una bellissima chiesa sul naviglio Grande di Milano, a due passi dalla Canottieri Olona, dedicata a San Cristoforo (qui la leggenda). Pare che la chiesa insista sul basamento di un antico tempio pagano dedicato a Ercole. Scelta non casuale. In quel luogo di traffici e commerci fluviali, infatti, lo spirito cristiano sostituì Ercole, l'eroe pagano delle 12 fatiche che tra le altre cose dovette attraversare un fiume con la moglie Deianira, con San Cristoforo, il gigante che traghettò Cristo al di là di un altro fiume.
La messa è stata voluta dal Consiglio di Zona 6. L'ho scoperta per caso grazie alle affissioni in metropolitana. Ospite, coro Syntagma (qui). Il prete, di cui non conosco il nome, prima di iniziare ne ha dato una definizione memorabile, che fa intuire anche lo stile della successiva omelia: "Maestri di bellezza contro i maestri del sospetto e i maestri del terrore".
Punti focali dell'omelia:
1. La concezione del peccato originale, che lo spirito dei tempi ha preteso di eliminare in nome di un presunto miglioramento dell'uomo. Salvo poi trovarsi spiazzato dal feroce attacco dell'11 settembre.
2. La fede nella vita eterna come unica vera speranza.
San Cristoforo, forzuto protettore dei traffici e dei commerci, dacci la forza di contrastare chi ci ha attaccato distruggendo il World Trade Center (Centro per il Commercio Globale). Scelta non casuale.

"Liberi e riverenti"

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Innocenzo III riconosce la Regola francescana

Questa bella espressione, "liberi e riverenti", presa da Moby Dick, l'ho trovata sul blog di zamax, colonna a destra, vicino al leone alato della Serenissima. Il passo riportato è:

Perduta nazione, avito suolo
isole tra i monti, strade pei mari
unico asilo ed eterno conforto
per te prosperiamo
liberi e riverenti

Al di là del suo significato nel contesto del romanzo, perché mi colpisce tanto quell’accostamento di libertà e riverenza? Forse perché, oggi come oggi, l'idea dominante di libertà comprende tutto il contrario della riverenza. Che cavolo c’entra, infatti, la riverenza con la libertà? L’uomo libero non è forse chi non “fa la riverenza” mai e poi mai, davanti a niente e a nessuno? L’uomo che si è emancipato da legami, dipendenze, autorità, tradizioni. Famiglie, società, chiese. Che si autodetermina sul piano civile. Che si autogenera sul piano biologico grazie alla tecnica. La riverenza, invece, presuppone che ci sia qualcosa da riverire. Qualcosa, dunque, di superiore al nostro “io” e ai nostri desideri. Qualcosa che in qualche modo si manifesta anche attraverso il nostro “io” e i nostri desideri, ma che non è ad essi riducibile. Qualcosa che chiede un atto di umiltà. Una patria, un'autorità, un'idea, una persona, Dio. Oggi tutto questo è messo radicalmente in discussione, e così la riverenza, come atteggiamento e come atto, sembra perdere senso. “Fare la riverenza”, al massimo, diventa atto formale, dovuto. Eppure non è difficile vedere che cosa accade alla libertà quando è nettamente separata dal riconoscimento di una necessità. Sul piano personale, essa diventa facilmente schiavitù rispetto al proprio ego. Il mondo è pieno di esempi, e nessuno, credo, è esente da questa tendenza. Sul piano politico, essa diventa puro arbitrio e l’arbitrio si traduce in terrore e strage. Il Novecento dovrebbe avercelo insegnato. Oggi si può continuare a riconoscere la libertà solo nella figura dell’uomo che sfida Dio e sottomette la natura, ma forse è venuto il momento di imparare a vederla anche nell’uomo che, per esempio, sfiora col ginocchio la pietra di una chiesa.

Chi non paga deve pagarla

bone_repairGiusto stamattina, dopo una notte passata in agenzia al solo scopo di soddisfare l’ego altrui, riflettevo sulla dignità del lavoro. E, guarda caso, su Facebook trovo il post di un conoscente, che oggi si ripropone di inseguire un debitore che gli deve soldi da 13 mesi. 13 mesi. E di sgozzarlo.
Potevo forse esimermi dal dire la mia?
Ecco il mio commento:

chi non paga deve pagarla.
lo esige un patto di giustizia elementare che non può essere rotto impunemente.
se il debitore non dà i soldi al creditore, allora è legittimo costringerlo a darli, chessò, al proprio dentista, all'ortopedico, al fisioterapista, allo psicologo, al cardiologo… al becchino solo qualora il suo mancato pagamento abbia determinato la morte di qualcuno.

Poco cristiano? E perché? Forse il cristiano vive di solo spirito?

Io non so

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Pier Paolo Pasolini, morto che parla

Io non so perché non vogliono farmi riposare in pace.
Io non so perché continuano a tenere in vita artificialmente il mio fantasma.
Io non so perché proprio coloro che spesso e volentieri sono favorevoli all'eutanasia, oltre che all'aborto, non vogliono più lasciarmi andare.
Io non so cosa vogliono da me, a parte le mie poesie, i miei romanzi e i miei film. Certo, non tutti capolavori, ma ero uno scrittore, mica un dio!
Ecco, io non so perché, invece, intellettuali, politici e semplici militanti della parte politica in cui mi trovai a stare in vita – seppure da eretico e dunque da semi-appestato – ora mi trattano come un dio onnisciente, depositario di tutte le verità sull'Italia.
Io non lo so, ma sospetto che derivi anche dal fatto che – malgrado quello che dicono alcuni di loro – hanno perso tutti la fede in Dio, oltre che la fiducia nello Stato.
Io non so perché ho deciso di scrivere sul petrolio dell'Eni. Quando mai l'ho fatto! Se avessi saputo che ogni due per tre sarebbe arrivato qualcuno a tirarmi fuori dalla tomba per quello… Ora pure Veltroni e Dell'Utri!
Io non so perché, ma sono stato trasformato in un santino. Io, coscienza inquieta, profonda e contraddittoria, ridotto a figurina bidimensionale, da moltiplicare in serie, da appiccicare sulla parete e da idolatrare insieme con Sandro Pertini, Ernesto Che Guevara, Gandhi, Elvis Presley, Bob Dylan, J. F. Kennedy, Vasco Rossi, Dario Fo, Saviano, Benigni, don Gallo, Santoro, Travaglio, Jovanotti.
Sì, io sulla stessa parete di Santoro, Dario Fo e Jovanotti!
Io non so perché, ma mi girano le balle. Vorticosamente.
Io so solo una cosa: sono morto. Ora, per pietà, lasciatemi andare.

Se questo è un prete

don_gallo

Il pensiero di don Gallo è la risposta alla domanda che tutti,
almeno una volta, ci siamo fatti leggendo il Vangelo:
ma perché proprio il "gallo" come simbolo del rinnegamento di Gesù?

Tralasciamo il fatto che doveva essere la presentazione di un libro e invece è stato un comizio politico. Tralasciamo le opinioni politiche espresse. Tralasciamo il pantheon delle divinità evocate (tra cui Dio non c’era ma De André ovviamente sì). Tralasciamo la retorica becera del “prete da strada”, degna del peggior politico. Tralasciamo l’autocompiacimento per il turpiloquio. Tralasciamo il mio desiderio di chiamare un esorcista. Tralasciamo – per par condicio – anche i meriti dell’uomo, che pare salvi i ragazzi dalla droga. Tralasciamo tutto, tranne il punto chiave, quello che lui stesso ha indicato come la sua vera missione in terra e ha così definito: il “diritto al piacere”.

Ora, non bisogna essere laureati in teologia per avvertire nel “diritto al piacere” posto a fondamento di tutto un forte sentore di inferno. Non, naturalmente, la grandiosità di un Lucifero alla testa della rivolta, bensì il solito minuscolo libertinaggio post-sessantottino. Malinconico rovesciamento del cristianesimo ad uso del singolo svincolato da ogni rapporto con il soprannaturale, con il mistero, con l’origine. Ovviamente, tutto nel nome di Cristo, del vero Cristo che solo don Gallo e i suoi amici conoscono. Salvo un dettaglio. Nella loro prospettiva, Cristo non serve più a un fico secco.

Il “diritto al piacere”, infatti, corrisponde a una precisa immagine della Bibbia: Eva che cede alla tentazione del Serpente. Con un piccola, insignificante variazione rispetto all’originale: lungi dall’essere punita e scacciata dall’Eden con Adamo, Eva viene premiata e fonda una nuova religione. Una religione in cui il fine supremo dell’uomo è il piacere. Il male e il dolore sono totalmente svincolati dal rapporto con Dio e diventano fatti di natura esclusivamente umana. I figli e le figlie di Eva sono addolorati solo perché oppressi dal bigottismo della Chiesa, dalla società repressiva e dai governi di centro-destra.

Da ciò discendono almeno due conseguenze: la prima, di carattere sociale, è che l'officiante di tale religione diventa automaticamente eroe delle menti più libere, più illuminate e più anticonformiste d'Italia, tra cui noti artisti, intellettuali e cantanti. La seconda, di carattere teologico, è che Cristo poteva pure risparmiarsi la fatica di morire e di risorgere per noi. Non c'è più nessun peccatore da redimere, nessun peccato di cui farsi carico. Gesù, si presume, è venuto solo per ispirare De André. Morto De André, Gesù cerca lavoro. Ma tranquilli, a sistemarlo ci penserà don Gallo.