Obama ce l’ha con i peti delle mucche

No, dai, le “pillole anti-gas” fatte dagli scienziati contro la flatulenza delle mucche è roba da Archimede Pitagorico: un bello spunto per un bel fumetto su Topolino. Invece Rampini di Repubblica ne parla seriamente! Ma è ovvio, le finanzia il messia ecologista Obama… (qui).

Alluvioni ieri e oggi

Io non so bene che cosa siano le “bombe d’acqua” e il “dissesto idrogeologico”, né tantomeno che cosa si possa fare per risolvere davvero certi problemi. Di sicuro, però, le alluvioni ci sono sempre state, all’incirca da Noè in poi, non sono affatto la conseguenza di presunti impazzimenti del clima. E in materia non aiuta sommergere il cervello con il chiacchiericcio dei media, con le presunte soluzioni burocratiche dei politici e con l’allarmismo delle campagne sociali, le “pubblicità progresso”. Già questo spot degli anni 70 si segnala per toni apocalittici e per la presunta soluzione burocratica: il fantomatico “piano delle acque”! (qui)

La speranza è una cosa seria, i cambiamenti climatici no

Tra le tante stronzate che uno fa e dice, è confortante vedere che ogni tanto, invece, ci azzecchi in pieno. Io, per esempio, sono sempre stato estremamente scettico sul “riscaldamento globale”. Lo testimonia una sfilza di post, tra cui (qui), (qui) e (qui). Invece, sentite cosa è arrivato a dire Al Gore, tipico guru progressista, vincitore del tipico premio progressista, il Nobel:

 “La crisi del clima ci offrirà la possibilità di fare esperienza di una cosa che poche generazioni nella storia hanno provato: una missione generazionale, […] un fine morale, […] la possibilità di crescere. […] Le persone che soffrono di mancanza di significato nella loro vita troveranno la speranza. […] E mentre cresceremo, faremo l’esperienza di una rivelazione, scoprendo che questa crisi non c’entra nulla con la politica. E’ una sfida morale e spirituale”

Era il 2006, 8 anni fa. Oggi si è capito che la sua era una colossale bufala, e infatti non si parla nemmeno più di “riscaldamento globale”, tranne sulle gazzette più retrograde, tipo Repubblica, ma di “cambiamenti climatici”, che è più vago e va sempre bene. Ma a quei tempi, su questo blog, mi sono preso le reprimende seriose dei progressisti, che dicevano più o meno: ma tu che cazzo ne vuoi sapere? Vuoi saperne più degli scienziati? Eppure si è visto: una bestia ignorante come me aveva visto molto più lungo dei luminari.

Colpo di culo? Può darsi. Oppure, semplicemente, avevo fiutato la verità. Era fin troppo chiaro che quella di Al Gore era solo una delle tante varianti del “salvare il mondo”, o “cambiare il mondo”, concetto tipico del progressismo. La solita, vecchia idea campata in aria, che serve solo per lanciare mode passeggere, i soliti, astuti figuri, che in nome dell’idolo chiamato “Progresso” solleticano le velleità intellettuali e morali dei gonzi in buona fede.

Ma perché dico tutto questo? Solo per bullarmi? Anche, ma non solo. Lo dico perché la speranza e i sogni sono cose troppo serie, per lasciare che i progressisti ne facciano scempio con le loro corbellerie alla moda.

Lungo pezzo del Foglio (qui).

Mi sono mangiato Milano, Torino e Napoli. Ma sto bene

Il mondo dello spettacolo, in Italia, offre anche qualcosa di buono, come intrattenimento. Ma ciò in cui davvero eccelle è la fornitura a getto continuo di esponenti “impegnati”. Dj dalla coscienza inquieta, cantanti antifasciste, attori femministi e molto altro. Un amico mi segnala una sparata radiofonica della speaker eco-vegetariana Paola Maugeri: “Ogni bistecca ci costa 5 ettari di foresta.” 5 ettari. Ogni bistecca. Sicura sicura? Scopro che un ettaro è un quadrato di 100 metri per lato, e faccio due rapidissimi conti. Viene fuori che io, da solo, ho già fatto fuori circa 40.000 ettari di foresta, cioè 400 km quadrati, cioè la superficie del comune di Milano, più quello di Torino, più quello di Napoli. Ma perché, allora, non mi sento in colpa?

Update 11-6-12: coccardina rossa, come “greatest hit” della settimana sul Foglio online! (qui)

Più che un’idea, una vera scorreggia

Prima o poi doveva arrivare, doveva per forza, come una sonora scorreggia dopo che ti sei strafogato di fagioli e cotiche. E da dove doveva arrivare, se non dal club dei fighetta del cinema riuniti a Cannes? E infatti, eccola, l’idea: il cinema dev’essere “verde” non solo nei contenuti, ma anche nella produzione. Il set, i materiali, il catering etc., tutto eco-sostenibile, eco-compatibile, eco-responsabile e tutte le eco-menate correlate. Con tanto di “protocollo”, perché oggi gli artisti sono talmente liberi, ma talmente liberi, che non sanno più dove sbattere la testa, se non hanno un qualche “protocollo” a cui conformarsi, come i migliori burocrati (qui). Da oggi, guai a produrre troppa anidride carbonica mentre fai un film! Ma ecco, allora, alcuni dei film già fuorilegge (qui).

Concorrenza globale

C’è una concessione petrolifera in vendita, in un paese africano non democratico. Sulla scrivania del suo dittatore ci sono due offerte di acquisto: una è di una grande compagnia occidentale, l’altra della Cina. L’offerta occidentale comprende una clausola vincolante: i soldi arriveranno solo a condizione che si facciano riforme democratiche. Inoltre, il dittatore sa bene che, se darà la concessione agli occidentali, da quel momento in avanti avrà alle costole i media occidentali, che lo accuseranno di fronte al mondo di essere un affamatore del popolo, oppressore dei lavoratori, stupratore dell’ambiente.

Poi c’è l’offerta dei cinesi.

Secondo voi, quale sceglierà?

No Tav: violenza per tutta la famiglia

Domenica 23, tutti alla festosa aggressione per famiglie al cantiere della Tav. Presentarsi muniti di cesoie e bambini. Cesoie, belle grosse e ben affilate, per tagliare le reti del cantiere, come doverosa risposta ai tagli sui beni e servizi pubblici. Bambini, per farli assistere al tutto, dall'area appositamente attrezzata, al fine di educarli all'amore per la politica autentica, e per un futuro davvero democratico. Portare anche maschere antigas, bende, caschi, ma mi raccomando usarli solo se gli sbirri ci aggrediscono, eh. Se invece, come ci aspettiamo, gli sbirri ci accompagneranno dentro con la massima cortesia "Prego, prego, accomodatevi pure e sfasciate tutto con comodo. Preferite che ci giriamo dall'altra parte o che, già che ci siamo, vi diamo una mano anche noi?", allora non usarli. Verranno buoni per la prossima volta. Si raccomanda, soprattutto, di conservare lo spirito della riunione di ieri sera: allegria, gioia e ironia. Astenersi politici, guastafeste e musoni.

Update h. 14.46. Mi ero scordato di mettere il link alla radio che diffonde allegria e violenza (qui).

Indignados, l'allegra carnevalata (tranne che nella cupa Italia)

L'indignazione è il sentimento più facile, gratuito, meno impegnativo che ci sia. Una volta gli "indignados" li trovavi al bar della piazza, e potevi stare sicuro che con loro trovavi una spalla per le tue piccole frustrazioni, rancori, odi, antipatie. E' molto rassicurante conoscere un posto dove ci sarà sempre qualcuno con cui borbottare, sacramentare, augurarsi la morte dell'oscuro mandante di tutti i nostri guai, chiunque sia e dovunque sia. Poi si tronava a casa e tutto era come prima, ma almeno eri un po' più sollevato. Mica poco. Oggi, con la potenza tecnica di internet, ecco che il tuo messaggio, la tua indignazione da bar, arriva in un attimo ai quattro angoli del mondo. Il tuo sfogo fatuo e irresponsabile diventa lo sfogo di cento, mille, diecimila, un milione, un miliardo, senza peraltro perdere un grammo della sua fatuità e irresponsabilità. Non servono più anni di studio e di lavoro, non serve più fare politica per creare consenso intorno a un'idea: basta un singolo, rapidissimo click.
Poi, così come una volta si usciva sulla piazza un po' alticci a insultare a casaccio le massime autorità e Dio, ecco che anche la rete si dimostra contigua alla piazza. Infatti, il "popolo della rete" ha tutti i mezzi per rispondere affermativamente ad ogni convocazione, a qualsiasi ora del giorno e della notte (e così dimostra la sua netta superiorità rispetto al bar, che a una certa ora chiudeva e ti sbattevano fuori a calci nel sedere): le centinaia di euro necessarie le mettono i genitori, che spesso e volentieri vengono anche loro; lo studio può sempre aspettare; il lavoro meglio non averlo del tutto, che se no mi rovina l'immagine di rivoluzionario a tempo indeterminato. Ed ecco nascere l'allegra carnevalata, fatua e irresponsabile, il gigantesco lavacro delle coscienze, tanto innocuo quanto inutile. La finanza, la politica, i precari, le donne, l'ambiente, il terzo mondo, la pace. Tutti in maschera, tutti a ballare! Salvo in Italia, dove ci si distingue per cupezza e violenza. Anche in questo caso, siamo riusciti a insozzare tutto, insensibili come siamo alla gioia, al buonumore, alla goliardia. 
Che quella degli "indignados" sia solo una grande carnevalata, lo dimostra anche l'esagerato interesse e l'affetto da parte dei grandi commentatori dei grandi giornali e tv (e perfino il governatore della Bce!), tutti lì a coccolare e a vezzeggiare i giovani in cui riconoscono i se stessi del Sessantotto, la stessa fatuità, la stessa irresponsabilità e, nel caso dell'Italia, la stessa cupezza. Ma sentiamo direttamente le loro voci, intervistati da La7, a domanda secca: che cosa chiedete di preciso? "L'essere umano è la cosa più importante." Ok, e quindi, cosa chiedete di preciso? "In futuro non avremo più diritti." Ok, e quindi cosa chiedete di preciso? "Ci hanno tolto la libertà, la dignità, l'identità." E quindi, che cosa chiedete di preciso? "No Berlusconi, no governo, no Bce, no politica, no banche, no finanza." Chiaro, no? La protesta per la protesta. L'indignazione per l'indignazione. E poi tutto come prima, ma un bel po' più sollevati. Tranne che nella cupa Italia, dove la lezione di Genova non è servita, dove si è fatto di un teppista un eroe, e dove si trova sempre qualcuno (l'altro ieri pare i No Tav) pronto alla violenza.

C'è una pallottola di soia con il mio nome sopra

Sì, lo so, sono il primo a sentirmi brutto, sporco, cattivo, ignorante, grezzo, becero, menefreghista. E so anche che le pagherò tutte, quando un giorno aprirò la porta di casa e verrò giustiziato sul posto dagli attivisti di Greenpeace, con una bella pallottola nella nuca. Di soia, naturalmente. Ma quando leggo notizie come queste, fuori dalle rubriche di satira, non riesco a non spanciarmi dal ridere (qui).

L'origine della violenza

A proposito della Val di Susa, ci sono due cose che mi fanno più impressione dei 188 poliziotti feriti e dei commenti dei politici. La prima è il fatto che si stia consolidando un'epica. La seconda è la vera origine della violenza.
Un'epica è qualcosa di fertile e di potente, che vive al di là di chi la fa nascere, la alimenta e la diffonde. Anzi, di solito non si sa nemmeno bene chi la fa nascere. Di questa epica fa parte per esempio Genova 2001, e una quantità di assalti violenti avvenuti in questi anni nel mondo. Questa epica si alimenta di luoghi simbolo, scontri, feriti, morti, come Carlo Giuliani. Eventi e nomi la cui memoria viene conservata per alimentare la carica emotiva connessa alla "causa", qualunque essa sia. Gli attivisti si possono ricondurre genericamente al "popolo di Seattle" (qui), ma vanno a ingrossare una miriade di gruppi e gruppuscoli dall'esistenza fluida, che nascono e muoiono autonomamente qua e là in giro per il mondo.
I video girati domenica da loro stessi e messi in rete, testimoniano il tentativo di rappresentare se stessi come eroi ("eroi" li ha definiti pure l'arruffapopolo Beppe Grillo, salvo poi smentire). In uno di questi video, che è stato girato nel bosco sopra il cantiere e subito messo in rete, la voce di una ragazza dice: "Una protesta del tutto pacifica". Sappiamo bene, invece, che la violenza c'è stata, eccome. E così, arriviamo al secondo punto, la violenza, appunto.
C'è chi distingue nettamente tra gli attivisti e i manifestanti pacifici. Certo, dal punto di vista dell'ordine pubblico, della morale e della politica, c'è molta differenza tra chi mette in atto la violenza e chi non la mette in atto. Tra chi si limita a manifestare e a votare per Vendola, e chi invece spacca la testa a un poliziotto. Ma noi filosofi della domenica, che vogliamo andare più in profondità, possiamo permetterci uno sguardo diverso.
Io sono convinto che l'origine di quella violenza sia già nelle idee, e nella volontà di applicare quelle idee alla realtà. Quello che si può chiamare il diritto di violenza del bene. Un diritto che nella storia dell'occidente non è stato avanzato solo gli attivisti attuali, ma anche dai totalitarismi. E’ un punto molto delicato, su cui sto riflettendo da tempo. Per esempio, ci si può chiedere se si possa parlare di "bene" oggi che il relativismo impazza, e se sia lo stesso tipo di diritto accampato anche dagli USA. Ci tornerò su in altri post.
Ma torniamo alle idee. Molte di quelle idee le condividono attivisti, famiglie, politici, anziani. E' ora che cada il velo: non si tratta di idee buone e giuste che alcuni mettono in atto bene e altri malamente. Sono idee di per sé totalitarie. Visto che non c'è una teorizzazione comune a tutti i gruppi, si deve saper osservare, ascoltare e azzardare una sintesi. L’idea di fondo è di tipo economico, ed è l'opposizione alla globalizzazione. Contro la globalizzazione è sia la nonnina ambientalista che si coltiva i pomodori nel giardino, sia il suo amato nipotino ecoterrorista, antagonista, anarchico, anticapitalista, che la notte fa le sue azioni “contro”. Nonnina e nipotino si informano sui canali della cosiddetta controinformazione, potenziati e velocizzati da internet.
A nonnina e nipotino, io domando: ma che siginifica, essere contro la globalizzazione? Sì, perché è come essere contro l'alba o le maree. La globalizzazione, infatti, è un movimento epocale. E' una corrente generata dalla realtà e dalla storia. E quindi, opporsi alla globalizzazione vuol dire uscire dalla realtà e dalla storia. Entrare nell'utopia. E pretendere di realizzarla. Questa è l’origine della violenza. 
Veniamo agli ambienti sociali. Nella nostra società, le occasioni di incontro sono molte, e lo erano già prima dei social media. Negli anni 70, la brava ragazza della borghesia, studentessa ribelle, lettrice di Marx e Lenin, che si dava la missione di "risvegliare" i proletari, poteva facilmente arrivare a qualche gruppo estremistico, che era formato in piccola parte da proletari, e in massima parte da borghesi come lei. Anche oggi, la figlia del magistrato che vuole "risvegliare" le coscienze, non ha nessuna difficoltà a entrare in un gruppo antagonista, o ecologista etc. etc. Remember la tizia che lanciò il fumogeno a Bonanni?
La parabola è sempre quella. Si parte da un vago sentimento di ribellione, e si può rimanere lì, o passare all'azione violenta. Per quanto riguarda la strategia dei movimenti, è la "rivoluzione dall'alto", concetto caro a Stalin, a Lenin, al terrorismo anni 70: una piccola "avanguardia" rivoluzionaria che si investe da sola del compito di imporre agli altri il bene. E' giusto? E' sbagliato? Io, intanto, partirei dal fatto che è così.