Marco Biagi fu ucciso da un’ideologia assassina. Non da Scajola

Capisco che c’è la campagna elettorale. Capisco che Scajola è brutto e cattivo. Capisco che la parola “omicidio” associata al nome “Scajola” faccia vendere più copie e più click alle gazzette democratiche, Corriere, Repubblica, Fatto etc., ma non scherziamo, dai. Guardiamo un attimo alla storia.

E’ dal dopoguerra che in Italia i magistrati deformano le leggi del lavoro a favore dei lavoratori e contro le imprese. E se ne vantano pubblicamente. E’ da quando c’è l’articolo 18, che chiunque lo voglia eliminare o riformare rischia la vita. E la società civile, zitta. C’è stato un filo che per decenni, dal dopoguerra in avanti, ha tenuto insieme l’azione di quei magistrati, di quei sindacalisti, di quei politici, e questo filo si chiamava “rivoluzione incompiuta”. A livello ideologico, gli operai erano sacri perché considerati veicoli della rivoluzione comunista. Io magistrato, io sindacalista, io politico difendo gli operai con ogni mezzo, perché ero partigiano, ma gli Alleati mi hanno impedito di fare la rivoluzione. Da questo stesso humus, negli anni 70 è nato il terrorismo rosso. E questo stesso humus 30 anni dopo era ancora vivo, e ammazzava Biagi (in qualche misura c’è ancora oggi, in certe cause tipo Ilva, Marchionne, e nel fronte dei vari “antagonismi”). E’ in questa cornice che va inserito l’omicidio di Marco Biagi.

E la scorta? Ok, allora parliamo anche della scorta. Quanti saranno stati, contemporaneamente a Biagi, quelli che venivano minacciati? Decine, centinaia, migliaia? Eh, già, perché ci sono anche le minacce mafiose o di chissà quanti altri tipi. Ma anche restando solo alle minacce dei terroristi, saranno state decine le persone da proteggere. Dovevano dare la scorta a tutti, per non essere considerati, a posteriori, degli assassini? Diciamoci la verità: se non era Marco Biagi, era qualcun altro. Hanno ucciso quello che non aveva la scorta, e se non era lui, era un altro. Sarà crudo, ma è così. Focalizzare sull’allora ministro dell’Interno Scajola è la solita scappatoia dei magistrati e degli intellettuali per mettersi la coscienza in pace. Il loro solito comportamento tribale, schifoso: sacrificare il capro espiatorio, invece di fare i conti con la storia. E oltretutto, c’è un effetto immediato: un favore elettorale ai manettari tipo Grillo. Ma anche lì, la storia è lunga.

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6 commenti su “Marco Biagi fu ucciso da un’ideologia assassina. Non da Scajola

  1. L’ha ribloggato su Busecae ha commentato:
    Mi piacerebbe sentire come reagiscono tutti i soliti benpensanti scandalizzati che ora si scagliano contro Scajola alla lettura di questa analisi. Scommetto che più d’uno si sentirebbe punto sul vivo….

  2. peppone ha detto:

    la realtà è che c’erano minacce di morte molto concrete e ci sono state richieste esplicite di dare una scorta a Biagi, dato che un inutile pallone gonfiato come Calderoli aveva 20 agenti di scorta distribuiti tra casa sua e Roma rifiutare una scorta esplicitamente richiesta come ha fatto Scajola e poi mentire negando di essere stato informato e accusare un servitore della stato ammazzato dai terristi di essere stato solo un rompicoglioni non mi sembra sia comportamento che meriti di essere difeso con ridicoli argomenti da militante accecato dall’ideologia di partito e dall’ adorazione per un caporale dell’armata berlusconiana.
    citazione dal corriere della sera di una testimoniaza diretta di chi aveva richiesto la scorta :

    «Il 15 marzo 2002, quattro giorni prima dell’omicidio di Marco Biagi, consegnai due lettere al ministro dell’Interno Claudio Scajola con le richieste dell’onorevole Maurizio Sacconi e del direttore generale di Confindustria Stefano Parisi perché fosse data la scorta al giuslavorista bolognese. Scajola mente quando dice che nessuno l’aveva informato del pericolo». Tredici anni dopo l’attentato contro il professore parla Luciano Zocchi, che di Scajola era il capo della segreteria. Durante una perquisizione ordinata dai pm romani che indagavano sull’eredità dei Salesiani, nel suo appartamento sono stati trovati documenti portati via dal Viminale. Compresi gli appunti che hanno convinto la procura di Bologna a riaprire l’inchiesta sulla mancata protezione. Assistito dagli avvocati Mario Geraci e Angela De Rosa, Zocchi decide di «raccontare tutta la verità, come ho già fatto di fronte ai pubblici ministeri di Roma e Bologna che mi hanno interrogato due settimane fa».
    Perché conservava quelle carte?
    «Ho sempre fotocopiato tutto, ogni appunto e documento. Sono felice di averlo fatto anche in quell’occasione».
    Ci può raccontare che cosa accadde?
    «Era la mattina del 15 marzo 2002. Mi chiamò Enrica Giorgetti, la moglie dell’onorevole Sacconi che lavorava in Confindustria. Mi segnalò la pubblicazione della relazione semestrale dei servizi segreti con le minacce brigatiste. E mi disse: “Non chiedo di dare la scorta a mio marito, ma convinci il ministro a darla a Biagi”».
    E lei informò Scajola?
    «In quel momento lui stava presiedendo il comitato nazionale per l’ordine e la sicurezza. Mentre scrivevo la lettera mi telefonò il direttore generale di Confindustria Stefano Parisi e mi chiese un appuntamento con il ministro segnalandomi lo stesso problema. A quel punto scrissi i due appunti e li portai alla sua segretaria affinché glieli consegnassero subito».
    È sicuro di essere stato esplicito?
    «Sono certo. Ormai li so a memoria. Nel primo scrissi: “L’onorevole Sacconi ti chiede di dare la tutela al professor Marco Biagi, erede di D’Antona e Tarantelli”. Nella seconda annotai: “Stefano Parisi (essendo all’estero il presidente di Confindustria Antonio D’Amato) ti chiede un appuntamento urgente per lo stesso motivo».
    Come fa ad avere la certezza che furono consegnati a Scajola?
    «La sua segretaria Fabiana Santini mi disse che glieli aveva dati e lui li aveva letti. ma poi ne ebbi anche conferma diretta».
    Come?
    «Quella sera Scajola mi chiamò per chiedermi come mai conoscevo Parisi. In quel momento capii che aveva visto tutto».
    Insomma gli argomenti che hai usato per difendere quel pezzente di Scajola sono ridicoli e vergognosi.
    Altra citazione di un articolo di Massimo Teodori sul Corriere della Sera :
    Apprendiamo ora che Claudio Scajola, già ministro dell’Interno e capo del Comitato parlamentare sui servizi segreti (Copasir), detiene presso le abitazioni sue e di alcuni suoi collaboratori un’ingente quantità di dossier su persone e fatti (compreso l’assassinio di Marco Biagi privato di scorta) che provengono dalla sicurezza nazionale, cioè da quelle delicate strutture che il ministro avrebbe dovuto dirigere tenendo ben distinti i suoi interessi privati dalle funzioni pubbliche.
    Abbiamo anche letto che il notabile ligure in diverse occasioni ha affrontato i suoi colleghi di partito con espressioni del tipo «So tutto di voi: sono stato nei servizi», e che ha messo in atto ruvide pressioni su Berlusconi e Forza Italia per ottenere la candidatura alle elezioni europee.
    Insomma se continuate a difendere e a promuovere persone del genere siete veramente messi male.

  3. Lugh ha detto:

    “Insomma se continuate a difendere e a promuovere persone del genere siete veramente messi male.”

    Già, meglio difendere le brigate rosse, vero?

  4. peppone ha detto:

    IO non difendo le brigate rosse, a differenza di alcuni ipocriti cretini in malafede che conosco, io negli anni 70 ero già anticomunista, e venivo ghetizzato da quelle stesse persone, che adesso difendono Scajola.
    In realtà è chi difende l’opportunismo del politicante che lascia crepare come un cane chi fa il proprio dovere ad essere il miglior alleato dei terroristi.
    L’argomento per cui chi non ha fatto il proprio dovere va difeso ad ogni costo con i soliti insulti in malafede, con la solita vigliacca demonizzazione tipica del militante astioso è la miglior prova che la militanza politica è una forma di pigrizia mentale.
    Per giustificare la banale grossolana irresponsabilità di una mezzasega di partito come Scajola avete bisogno di un nemico da insultare, non è più ragionevole evitare argomenti ridicoli come quello per cui siccome in teoria ci potevano essere migliaia di potenziali obbiettivi di attentati difendere chi era stato esplictamente miancciato per concede scorte faraoniche a centinaia di politicanti che le usano come status symbol tanto vale lasciar crepare qualche rompicoglioni?

  5. Lugh ha detto:

    Io non ho difeso Scajola, di cui l’unica cosa che conosco è la storia della casa, e di Biagi so solo che stava sui coglioni all’Italia migliore. Io ho criticato la mentalità complottista che per non aver la coscienza sporca dice sempre che il vero assassino non è quello con l’arma in mano ma l’uomo dietro il sipario.

    E nel caso te lo stessi chiedendo no, non mi straccio le vesti per il cosiddetto complotto contro Berlusconi e per le mani sporche del sangue dell’Unto del Signore, che alla fine sarà stato solo l’ennesimo giochino della politica.

  6. vincenzillo ha detto:

    peppone, “se continuate a difendere”

    Io non difendo proprio nessuno. Sei tu, piuttosto, che riesci a vedere la cosa solo e soltanto come un processo. Ma è un tuo limite. A me, invece, interessano due cose: da un lato, la verità storica. E alla verità storica non si arriva solo con i processi. Nè quelli dei tribunali né quelli dei giornali né i tuoi. E la verità storica è che i colpevoli sono tutti coloro che hanno fomentato quell’ideologia assassina.
    Dall’altro lato, anche nei “processi” bisognerebbe avere un po’ di intelligenza in più. Per esempio, è un ragionamento forzoso dire A POSTERIORI che quella scorta bisognava mantenerla, prova ne sia che è stato ammazzato, e dunque averla tolta è un reato. Come dicevo nel post, sarebbe stato IMPOSSIBILE dare la scorta a tutti, e quindi qualcuno sarebbe comunque rimasto senza, e quindi qualcuno sarebbe stato ucciso. E adesso saremmo lì a leggere i documenti che certificavano che Pincopalla era in pericolo, e Scajola aveva la fotocopia sulla scrivania. Dai, su.

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