Recensione di “A Mosca, solo andata”, A. Petacco

Questa mia recensione è stata pubblicata ieri a pagina 3 del Foglio:

La tragica vicenda delle centinaia di comunisti italiani che emigrarono in Unione Sovietica negli anni Venti e Trenta del secolo scorso è una delle pagine meno note della nostra storia. Chi erano, e perché compirono quella scelta? Ma soprattutto, che fine fecero, e perché le loro storie sono ancora oggi quasi del tutto ignote? Per rispondere a queste domande, si deve ripercorre il filo “rosso” – il colore in questo caso è doppiamente indicativo – delle loro vicissitudini, che si intrecciano con gli ultimi cento anni di storia europea. Gli emigrati erano in maggioranza piemontesi: operai, braccianti, artigiani, segretarie. I primi a lasciare l’Italia furono dei giovani socialisti o anarchici, idealisti pieni di entusiasmo. Poi, sotto il fascismo, espatriarono i condannati e i perseguitati politici. Infine, i militanti comunisti meno “allineati”, che dovevano essere “rieducati”. A Mosca trovarono una società che non aveva affatto debellato la povertà, come voleva la propaganda, e in cui la censura divenne talmente asfissiante da proibire perfino la circolazione della stampa comunista straniera, dove erano citati i diritti sindacali, quei diritti che in Europa venivano visti come progressi di marca socialista, ma che in Unione Sovietica, la patria del socialismo, erano del tutto sconosciuti e impensabili. Dal 1935, con l’inizio della cistka, la “pulizia di Pasqua”, dilagò il terrore. Stalin e la NKVD, l’onnipervasiva polizia politica, vedevano dappertutto “nemici del popolo”, trotckisti, cospiratori contro il proprio potere assoluto. Chiunque poteva cadere vittima dell’occhiuto apparato burocratico, essere arrestato, interrogato, torturato, deportato per anni nei lager o fucilato, senza un vero processo e solo in base al sospetto. Qualcuno fu costretto a diventare spia del regime, per salvarsi la vita. Perverso strumento nelle mani degli inquisitori erano le “note caratteristiche”, redatte dai dirigenti del partito di provenienza, e i verbali delle riunioni del club degli emigrati, scritti dal suo presidente, Paolo Robotti. Documenti che passavano per le mani di suo cognato Palmiro Togliatti, alias Ercole Ercoli, allora ai vertici del Comintern. “Il Migliore” in qualche caso cercò di aiutare i malcapitati, per esempio concedendogli di lasciare la Russia per partecipare alla guerra civile in Spagna, ma in generale mostrò un’inossidabile fedeltà a Stalin, guadagnandosi così la sua fiducia e, con essa, la sopravvivenza. Particolarmente toccante la vicenda di Emilio Guarnaschelli, giovane operaio torinese, colto e spiritoso, punito per aver messo alla berlina le menzogne e le contraddizioni del regime, e di Nella Masutti, che lo seguì volontariamente nella sua prima deportazione, 1300 chilometri a nord di Mosca, dove si sposarono. Un capitolo a sé sono i “figli del partito”, orfani i cui genitori avevano subito la repressione nei paesi di provenienza, e che poterono studiare in scuole speciali. Le terribili vicende umane sono raccontate con l’ausilio di documenti: stralci di lettere, verbali del NKVD, e le testimonianze scritte lasciate dai pochissimi sopravvissuti, alcuni dei quali rimasero comunisti malgrado tutto. Dopo la guerra, le disavventure di questi semplici militanti subirono la stessa sorte dello storico patto tra Stalin e Hitler: il PCI di Togliatti le tenne nascoste, perfino dopo che Kruscev ebbe riabilitato i comunisti russi condannati ingiustamente dal suo predecessore. I dirigenti italiani, dopo avere abbandonato i loro compatrioti alla furia staliniana, da cui loro invece furono risparmiati, li abbandonarono una seconda volta, consegnandoli all’oblio. E anche i loro successori, dopo il cambio del nome, negli anni Novanta, preferirono evitare di fare i conti con la storia.

158 pp., Mondadori, 19,00 euro

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