Per non morire statalisti

In un paese para-socialista come il nostro, la lunga mano dello stato la fa da padrona. Certo, è molto facile vedere e condannare le burocrazie asfissianti e il fisco ladrone. Perfino gli statalisti di ferro alla Ballarò, quando c’è da aizzare le masse contro i governi sgraditi, lo fanno. Ma quando si tratta di riconoscere che gli incentivi statali, la cassa integrazione e altre amenità del genere non sono altro che il rovescio della stessa medaglia, allora il discorso cambia radicalmente. Il collegamento elementare che c’è fra la spesa e le tasse viene fatto abilmente sparire sotto una barriera impenetrabile di fumo (un fumo creato dai grandi economisti in voga, con le loro cifre esatte e i dati scientifici, e con le parole d’ordine del momento, tipo “spending review” o “crescita”, e, all’occorrenza, con l’immancabile soluzione: il recupero dell’evasione!!!). Ecco perché, per capire davvero come si è arrivati ad avere lo stato più invadente del pianeta, e come se ne può uscire, bisogna accantonare quel chiacchiericcio isterico e guardare alla storia. Solo così, perfino una capra in economia come me può facilmente scoprire una verità che i media non prendono nemmeno lontanamente in considerazione: lo stato arriva dappertutto perché qualcuno gliel’ha permesso, e quel qualcuno siamo noi.

Noi glielo abbiamo permesso, perché ci faceva comodo. La storia dice che tra lo stato e il privato, abbiamo scelto lo stato. Tra l’iniziativa privata e le burocrazie, abbiamo scelto le burocrazie. Invece di creare uno stato “leggero”, abbiamo scelto lo stato-mamma, che non ci abbandona mai, “dalla culla alla tomba”. Invece di ridurre al minimo i costi della macchina amministrativa, l’abbiamo ingigantita a dismisura, perché per noi erano posti di lavoro sicuri. Invece del rischio, abbiamo scelto l’assistenzialismo. Invece di far fluire liberamente i denari privati laddove c’erano prospettive di mercato, abbiamo scelto di far decidere tutto allo stato, con le tanto rimpiante politiche industriali di sapore sovietico – ah, le politiche industriali!… Insomma, abbiamo messo le sorti della libera impresa nelle mani dei partiti, delle leggi e della magistratura più barocche dell’universo.

Questa idolatria dello stato si annida ovunque. Tra i mille esempi, scelgo il più “estremo”: confindustria, l’unione degli imprenditori. Gli imprenditori, dico. I quali hanno sacrificato la libertà d’impresa sull’altare dei fondi pubblici. Pur di succhiare qualche soldo in più allo stato, gli industriali hanno accettato di buon grado l’abbraccio mortale dei sindacati. Un patto solidissimo, detto “concertazione”, di cui sui media non si parla mai, perché è dato per scontato, e benedetto urbi et orbi. Sfido chiunque a trovare un giornale (a parte il Foglio) o una trasmissione di approfondimento, di quelle che non fanno altro che puntare il dito contro chiunque, in primis i politici, che abbia mai puntato un dito, uno solo, contro confindustria e i sindacati. Anzi, i sindacalisti sono gli eroi dei nostri bravi presentatori, che sono tutti immancabilmente de sinistra. Come dicevo, il marcio non è solo lì, ma è lì che dovrebbe bruciare di più, a chi ha a cuore la libertà di impresa.

In questo senso, è molto istruttiva la triste parabola di chi recentemente ha provato a portare in politica un minimo di slancio anti-statalista, come Oscar Giannino e Mario Monti. Promettevano efficienza, tagli, tutto e subito! Benissimo. Peccato che gli sia mancata proprio ciò che conta, in politica, per realizzarle davvero: i voti. Peraltro, gli è mancato anche l’appoggio di confindustria, tanto per dire. Il caso di Monti è particolarmente malinconico. Da taumaturgo a reietto in pochi mesi. Pensate solo ai famosi provvedimenti sulle province. Ieri approvati in parlamento, oggi cassati da un altro organo dello stato. La morale qual è? Che i liberali, se vogliono avere delle speranze, devono dimenticarsi la “purezza della razza liberale”, e scendere nell’agone dentro il loro luogo naturale: il grande partito di destra, oggi Pdl. Ci vogliono voti, voti e ancora voti. Mario Monti, invece, il grande professore al cui passaggio si inchinano tutti i banchieri d’Europa, quando Berlusconi gli mise in mano la destra, si tirò indietro indignato. Bravo! Si è visto, quanto abbia fatto bene.

E così siamo arrivati a Silvio Berlusconi, e al vero significato politico della sua discesa in campo. Finora lo abbiamo capito in venticinque, ma è stato soltanto lui, l’incolto imprenditore brianzolo di successo, a ridare fiducia a un pezzo di società che l’aveva persa. Non i Montezemoli, non i Passera, non i geni dell’economia citati sopra. Col tempo, le cose cominceranno ad apparire nella giusta prospettiva, e un giorno perfino le pettegole isteriche dei media scopriranno quanto sia stata brutta, pretestuosa, persecutoria, e in fin dei conti autolesionista, la chiusura totale del “sistema” all’eterno outsider. E quanto, invece, abbia fatto lui, praticamente da solo, e praticamente soltanto con le sue vittorie elettorali, seppure circondato da cattivi consiglieri e rottami statalisti, per modernizzare l’Italia e la sua politica. Qualcuno raccoglierà la sua eredità, magari senza nemmeno esserne consapevole, e ridarà slancio e voti a quelle istanze liberali rimaste sempre inascoltate. Per non morire statalisti.

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Un commento su “Per non morire statalisti

  1. L’ha ribloggato su Busecae ha commentato:
    Se non fosse che oramai lo stato si accontenta “solo” di oltre la metà del frutto del tuo lavoro… per certe categorie come chessò i mai mazzulati a sufficienza liberi professionisti come avvocati, ingegneri, geologi ed architetti pare si arrivi a tassazioni del 68%. Roba da far impallidire Stalin

Per 6 mesi questo blog assume la presidenza dell'Ue. Sono ammessi solo commenti sinceramente europeisti

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