Lavoro e allarmismo

Oltre che per sciatteria e per conformismo, i media rifulgono per allarmismo. Basta ascoltare il tono di voce dei tg, e già un po’ d’ansia ti viene. Uno dei temi che più li aiuta a mantenere un eccellente livello di allarme è il lavoro. A sommare le cifre sparate dai tg e dai titoloni dei giornali, in Italia dall’inizio della crisi non sono andati persi “solo” i 250.000 posti del dato di questi giorni, ma come minimo qualche miliardo.

A me, però, di tanto in tanto, capita di vedere qua e là un mezzo servizio, un trafiletto, una dichiarazione di straforo, che parlano di un inedito pezzo della realtà: altri posti vengono creati di continuo. Maddai! E’ normale, anche in tempi di crisi, un’impresa chiude e un’altra apre, un imprenditore chiude di qua e apre di là. Certo, i posti vengono creati in misura minore, il che non è un bel segno. Ma anche la creazione fa parte della realtà. O no? E se il tuo scopo è fare del bene alla società, allora il tuo dovere è descrivere la realtà, non diffondere allarme.

Invece, i nostri eroi dell’informazione d’approfondimento ci speculano sopra. Non che io li guardassi più molto, quei programmacci, prima che andassero in vacanza, anzi li evitavo come la peste, ma quelle poche volte che ci capitavo non ho mai visto fare un confronto fra le due cifre: posti persi e posti creati. Mai. Men che meno un confronto ragionato, che tenga conto di tempi, luoghi, settori o altro. Mai. Sempre e solo il cifrone negativo sparato in prima pagina e ripetuto mille volte, magari condito con l’indicazione del colpevole di turno, politico o industriale che sia, meglio se avversario. Che Nicola Porro riesca fare di meglio con il suo nuovo programma? Glielo auguro e ce lo auguro.