Informazione ed emozione

Avete notato che su Corriere.it, da qualche giorno a questa parte, sono comparsi gli emoticons a fine articolo?

Dopo aver letto questo articolo mi sento

Indignato Triste Preoccupato Divertito Soddisfatto

Perché mettere gli emoticons dappertutto, anche negli articoli di politica, economia, cronaca? Perché tutto questo interesse per le nostre emozioni? Io un’idea ce l’ho: il vero scopo di chi fa informazione non è mai semplicemente informare, ma suscitare emozioni. Sì, emozioni. Anche l’informazione si inserisce nel grande flusso delle emozioni a buon mercato, che domina la società. Come la pubblicità. Solo che la pubblicità, almeno, lo dichiara. Qualche piccolo esempio: il meteo dei tg che si trastulla con le immagini di catastrofi in ogni parte del mondo, la cronaca che diffonde video brutali, intercettazioni illegali, e si dedica a stroncare carriere, distruggere reputazioni, seguendo l’istinto tribale del capro espiatorio. E possono mancare le pagine di politica del più grande quotidiano d’Italia, la Repubblica, che sono dedicate da vent’anni alla caccia sanguinosa di Silvio Berlusconi? L’informazione finge di parlare alla testa delle persone, infiocchetta gli articoli con citazioni colte, ragionamenti complicati, date, cifre e luminari, ma in realtà punta per la maggior parte alla pancia (notare che contemporaneamente accusa regolarmente la destra di “parlare solo alla pancia”). Vuole scatenare le emozioni, nell’illusione di dirigerle a suo piacimento, cioè dove impone la moda intellettuale del momento. Questa caccia alle emozioni, al clamore, allo scandalo, non nasce certo oggi, ma con le gazzette stesse. E’ come se avessero da sempre scritto in fondo ad ogni articolo:

Ti senti indignato? Ma quanto ti senti indignato? Coraggio, sii più indignato!

Insomma, qualunque cosa dicano e comunque la infiocchettino, a me non mi fregano: carta da pesce sono, e carta da pesce resteranno.

Proposta: lasciamo in pace Erich Priebke

Nel 2013, a quasi settant’anni di distanza dai fatti, direi che è venuto il momento di lasciare in pace un signore di 100 anni*, la sua famiglia e i suoi amici. E di smetterla con le pagliacciate. Ostentare oggi il proprio anti-nazismo o anti-fascismo è altrettanto idiota che imbrattare i muri di svastiche e croci celtiche. O no?

*oltretutto già condannato e non accusabile di fare apologia del nazismo (update 31-7-13 h 12.35)

Per non morire statalisti

In un paese para-socialista come il nostro, la lunga mano dello stato la fa da padrona. Certo, è molto facile vedere e condannare le burocrazie asfissianti e il fisco ladrone. Perfino gli statalisti di ferro alla Ballarò, quando c’è da aizzare le masse contro i governi sgraditi, lo fanno. Ma quando si tratta di riconoscere che gli incentivi statali, la cassa integrazione e altre amenità del genere non sono altro che il rovescio della stessa medaglia, allora il discorso cambia radicalmente. Il collegamento elementare che c’è fra la spesa e le tasse viene fatto abilmente sparire sotto una barriera impenetrabile di fumo (un fumo creato dai grandi economisti in voga, con le loro cifre esatte e i dati scientifici, e con le parole d’ordine del momento, tipo “spending review” o “crescita”, e, all’occorrenza, con l’immancabile soluzione: il recupero dell’evasione!!!). Ecco perché, per capire davvero come si è arrivati ad avere lo stato più invadente del pianeta, e come se ne può uscire, bisogna accantonare quel chiacchiericcio isterico e guardare alla storia. Solo così, perfino una capra in economia come me può facilmente scoprire una verità che i media non prendono nemmeno lontanamente in considerazione: lo stato arriva dappertutto perché qualcuno gliel’ha permesso, e quel qualcuno siamo noi.

Noi glielo abbiamo permesso, perché ci faceva comodo. La storia dice che tra lo stato e il privato, abbiamo scelto lo stato. Tra l’iniziativa privata e le burocrazie, abbiamo scelto le burocrazie. Invece di creare uno stato “leggero”, abbiamo scelto lo stato-mamma, che non ci abbandona mai, “dalla culla alla tomba”. Invece di ridurre al minimo i costi della macchina amministrativa, l’abbiamo ingigantita a dismisura, perché per noi erano posti di lavoro sicuri. Invece del rischio, abbiamo scelto l’assistenzialismo. Invece di far fluire liberamente i denari privati laddove c’erano prospettive di mercato, abbiamo scelto di far decidere tutto allo stato, con le tanto rimpiante politiche industriali di sapore sovietico – ah, le politiche industriali!… Insomma, abbiamo messo le sorti della libera impresa nelle mani dei partiti, delle leggi e della magistratura più barocche dell’universo.

Questa idolatria dello stato si annida ovunque. Tra i mille esempi, scelgo il più “estremo”: confindustria, l’unione degli imprenditori. Gli imprenditori, dico. I quali hanno sacrificato la libertà d’impresa sull’altare dei fondi pubblici. Pur di succhiare qualche soldo in più allo stato, gli industriali hanno accettato di buon grado l’abbraccio mortale dei sindacati. Un patto solidissimo, detto “concertazione”, di cui sui media non si parla mai, perché è dato per scontato, e benedetto urbi et orbi. Sfido chiunque a trovare un giornale (a parte il Foglio) o una trasmissione di approfondimento, di quelle che non fanno altro che puntare il dito contro chiunque, in primis i politici, che abbia mai puntato un dito, uno solo, contro confindustria e i sindacati. Anzi, i sindacalisti sono gli eroi dei nostri bravi presentatori, che sono tutti immancabilmente de sinistra. Come dicevo, il marcio non è solo lì, ma è lì che dovrebbe bruciare di più, a chi ha a cuore la libertà di impresa.

In questo senso, è molto istruttiva la triste parabola di chi recentemente ha provato a portare in politica un minimo di slancio anti-statalista, come Oscar Giannino e Mario Monti. Promettevano efficienza, tagli, tutto e subito! Benissimo. Peccato che gli sia mancata proprio ciò che conta, in politica, per realizzarle davvero: i voti. Peraltro, gli è mancato anche l’appoggio di confindustria, tanto per dire. Il caso di Monti è particolarmente malinconico. Da taumaturgo a reietto in pochi mesi. Pensate solo ai famosi provvedimenti sulle province. Ieri approvati in parlamento, oggi cassati da un altro organo dello stato. La morale qual è? Che i liberali, se vogliono avere delle speranze, devono dimenticarsi la “purezza della razza liberale”, e scendere nell’agone dentro il loro luogo naturale: il grande partito di destra, oggi Pdl. Ci vogliono voti, voti e ancora voti. Mario Monti, invece, il grande professore al cui passaggio si inchinano tutti i banchieri d’Europa, quando Berlusconi gli mise in mano la destra, si tirò indietro indignato. Bravo! Si è visto, quanto abbia fatto bene.

E così siamo arrivati a Silvio Berlusconi, e al vero significato politico della sua discesa in campo. Finora lo abbiamo capito in venticinque, ma è stato soltanto lui, l’incolto imprenditore brianzolo di successo, a ridare fiducia a un pezzo di società che l’aveva persa. Non i Montezemoli, non i Passera, non i geni dell’economia citati sopra. Col tempo, le cose cominceranno ad apparire nella giusta prospettiva, e un giorno perfino le pettegole isteriche dei media scopriranno quanto sia stata brutta, pretestuosa, persecutoria, e in fin dei conti autolesionista, la chiusura totale del “sistema” all’eterno outsider. E quanto, invece, abbia fatto lui, praticamente da solo, e praticamente soltanto con le sue vittorie elettorali, seppure circondato da cattivi consiglieri e rottami statalisti, per modernizzare l’Italia e la sua politica. Qualcuno raccoglierà la sua eredità, magari senza nemmeno esserne consapevole, e ridarà slancio e voti a quelle istanze liberali rimaste sempre inascoltate. Per non morire statalisti.

Nuova linea editoriale / 3

Questo blog sposa senza riserve la linea di Repubblica sul Papa e i gay. Il primo giornale d’Italia, infatti, non può aver travisato le parole di sua santità, come un bambino ignorante. Fidatevi, il Papa non ha semplicemente e banalmente ripetuto ciò che è scritto da anni nel Catechismo della Chiesa Cattolica, bensì ha davvero rotto un tabù millenario, ha compiuto un atto rivoluzionario, ha trasferito San Pietro a Sodoma, e ha praticamente fatto outing. E chi non la pensa così è omofobo.

Quel bruto maschilista capitalista di Marchionne

Se da qualche anno a questa parte avete l’impressione che le pubblicità siano praticamente tutte uguali, specie quelle italiane, avete ragione. Se per caso vi chiedete perché, sappiate che a mettere i bastoni fra le ruote dei poveri creativi italiani ci sono mille fattori. Per esempio, quel simpaticissimo miscuglio di femminismo e operaismo, che è la riedizione anacronistica dell’anticapitalismo duro e puro di trent’anni fa, e che oggi ama praticare uno degli sport nazionali, dare addosso a Marchionne (qui).

Lavoro e allarmismo

Oltre che per sciatteria e per conformismo, i media rifulgono per allarmismo. Basta ascoltare il tono di voce dei tg, e già un po’ d’ansia ti viene. Uno dei temi che più li aiuta a mantenere un eccellente livello di allarme è il lavoro. A sommare le cifre sparate dai tg e dai titoloni dei giornali, in Italia dall’inizio della crisi non sono andati persi “solo” i 250.000 posti del dato di questi giorni, ma come minimo qualche miliardo.

A me, però, di tanto in tanto, capita di vedere qua e là un mezzo servizio, un trafiletto, una dichiarazione di straforo, che parlano di un inedito pezzo della realtà: altri posti vengono creati di continuo. Maddai! E’ normale, anche in tempi di crisi, un’impresa chiude e un’altra apre, un imprenditore chiude di qua e apre di là. Certo, i posti vengono creati in misura minore, il che non è un bel segno. Ma anche la creazione fa parte della realtà. O no? E se il tuo scopo è fare del bene alla società, allora il tuo dovere è descrivere la realtà, non diffondere allarme.

Invece, i nostri eroi dell’informazione d’approfondimento ci speculano sopra. Non che io li guardassi più molto, quei programmacci, prima che andassero in vacanza, anzi li evitavo come la peste, ma quelle poche volte che ci capitavo non ho mai visto fare un confronto fra le due cifre: posti persi e posti creati. Mai. Men che meno un confronto ragionato, che tenga conto di tempi, luoghi, settori o altro. Mai. Sempre e solo il cifrone negativo sparato in prima pagina e ripetuto mille volte, magari condito con l’indicazione del colpevole di turno, politico o industriale che sia, meglio se avversario. Che Nicola Porro riesca fare di meglio con il suo nuovo programma? Glielo auguro e ce lo auguro.