Responsabilità sì, inquisizione no

Trascrivo e sottolineo dal blog dell’anarca (qui):

La passione di Martin Luther King per le donne era cosa risaputa, non solo dai capi della Cia che lo controllavano. Jacqueline Kennedy, in un’intervista fatta a pochi mesi dalla morte del marito, definì il reverendo King “un bugiardo di cui le intercettazioni hanno svelato che organizzava incontri con più donne”; ma questa intervista è rimasta nascosta all’opinione pubblica per cinquant’anni, prima di essere pubblicata dal New York Times nel 2011. Se Martin Luther King fosse stato nell’Italia di oggi, e se fosse stato un leader politico di destra, le sue intercettazioni sarebbero state pubblicate sui giornali, i suoi incontri privati resi pubblici e magari qualche magistrato lo avrebbe processato per reati incredibili.
L’America puritana e ancora razzista degli anni ’60 sapeva custodire la privatezza di una vita, se svelarla significava mettere in pericolo la sicurezza nazionale o rendere pubblico ciò che in fondo è una regola del mondo: e cioè che sesso e potere sono una formula alchemica universale; e che l’uomo usa il sesso per dimostrare potere e la donna usa il sesso per avere potere. Dovrebbe essere la responsabilità individuale a sancire il senso dei comportamenti, non l’inquisizione o il moralismo. Con buona pace di certi magistrati e di molti giornalisti. (© Il Tempo, 10 Aprile 2013)

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