Monti e la legge del figlio prediletto

In ogni famiglia c’è sempre il figlio, o la figlia, che gode della predilezione di mamma o di papà, di nonno o di nonna, o anche di tutti quanti. Nella grande famiglia della politica italiana, per un anno il vecchio nonno, che era stato nominato dall’ancor più vecchio trisavolo, è stato sostenuto dai tre nipotini giudiziosi, come da tre solide stampelle. Ebbene, oggi che due dei tre nipotini – anch’essi assai attempati, per la verità – si sono ribellati, il nonno si comporta in modo ambiguo. Contro Berlusconi, in risposta alle sue provocazioni, ha già tirato qualche bordata formidabile. Contro Bersani, invece, nulla. Eppure, Bersani ha detto: “Il governo Monti ha nascosto la polvere sotto il tappeto“, cioè ha truccato i conti. Accusa sanguinosa, contro il super-ragioniere. E ha anche rincarato la dose: “I partiti personali sono il cancro della democrazia!” Il cancro, eh, non il raffreddore. Quindi anche Monti, il cui nome sul simbolo è scritto grosso come una casa. Ma dal vecchio nonno, nessuna reazione. Mi ricorda quel film con Benigni e Troisi, quando uno dei due, il figlio meno amato, chiede alla madre (o nonna?): “A chi vuoi più bene, a me o a lui?“. E lei, istintivamente, si protende adorante verso l’altro, ma poi sospira con rassegnazione e dice: “Uguale.”

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