Ingroia, facce sognà

Sei buone ragioni per essere lieti della candidatura di Antonio Ingroia.

Primo: sarà la conferma del mio principio che si possono fare meno danni in politica che in magistratura.

Secondo: ha già tolto di mezzo l’Idv.

Terzo: toglierà voti a Grillo.

Quarto: toglierà voti al Pd, ala Vendola.

Quinto: toglierà dalle aule giudiziarie la più grande bufala dopo il processo Ruby e il processo Tortora, la fantomatica trattativa stato-mafia.

Sesto: l’obiezione che quasi nessuno di questi benefici è nelle sue intenzioni, non vale. Nemmeno Hitler voleva far nascere lo stato d’Israele, eppure le sue decisioni portarono a quello.

Una chiesa che sembra una chiesa

L’altra sera guardavo su Rai Storia (credo) un documentario sull’Eur, il noto quartiere di Roma. Al di là dei dettagli sulla sua storia, sullo stile etc, mi hanno colpito alcuni aspetti più generali.

Primo: aveva uno stile. Sembra scontato, dirlo, ma colpisce me, che sono nato in un’epoca senza stile. Che un intero quartiere possa avere un unico stile – idea monumentale – è un’idea che non ci appartiene più. Ma anche l’idea che ogni nuovo stile debba essere in continuità con quelli già esistenti – idea di puro buon gusto – non ci appartiene più. Insomma, è l’idea stessa dello stile, che non ci appartiene più.

Secondo, questo stile rappresentava plasticamente le idee del regime fascista. Questa era la sua grandezza e, insieme, il suo limite. Grandezza perché, qualunque cosa si pensi di quello stile e di quel regime, l’idea che uno stile possa esprimere qualcosa di più che l’ombelico dell’architetto era in linea con la tradizione dell’occidente, tradizione che solo un branco di rivoluzionari della politica, della cultura e soprattutto della domenica, può pensare di buttare nel cesso tutta in blocco, in nome del “progresso” e dell'”antifascismo”, ma in barba al principio naturale della “conservazione”. Limite, perché, nello specifico, incarnava l’idea dello stato come luogo supremo dell’identità di un popolo.

Terzo. Il progetto fu ideato e avviato dal regime fascista, ma gli edifici furono completati nel dopoguerra. Ciò significa che, a dispetto delle favolette che ci hanno raccontato a scuola i professori antifascisti, in realtà tra il prima e il dopo, tra il regime e la repubblica, c’è stata una certa continuità. In fin dei conti, morti a parte, nel 1948 le persone erano ancora quelle, i progetti nel cassetto erano quelli. L’antifascismo “duro e puro” doveva ancora essere inventato.

Quarto. La chiesa di San Pietro e Paolo fu completata circa nel 1955. E’ una chiesa che appena la vedi pensi toh, una chiesa (qui). Nel giro di pochi anni, invece, cominciarono a essere costruite chiese che quando le vedi pensi che siano palestre. Non dico tanto, ma a volte basta una croce, un altare, una cupola.

P.S.: Questo post, pur non parlando di politica attuale, esce durante la campagna elettorale, quindi l’autore avverte l’esigenza morale di conferirgli l’autorevolezza che merita, ricordando al lettore che lui è un europeista convinto, non un populista.