Il decreto pro-corruzione

Qualunque persona la cui intelligenza non sia stata “corrotta” dal politicamente corretto e il cui senso morale non sia stato “corrotto” dal moralismo ipocrita, sa che in Italia, come dappertutto, la corruzione prolifera come una pianta tropicale all’ombra di una giungla di burocrazie, commissioni, commissari, spesa pubblica abnorme, leggi e leggine. Di conseguenza, di fronte all’ennesima proposta di sconfiggere la corruzione aumentando ulteriormente le burocrazie, le commissioni, e quindi la spesa pubblica e le leggi, si fa una bella risata. E così dovrebbe fare anche la politica, l’informazione e la famosa “società civile”, se le fosse rimasto almeno un briciolo di senso morale “incorrotto”. Invece, è tutto un rivendicare la necessità e la paternità di quella legge scellerata. Tutti a calarsi le braghe, compatti e gioiosi come nemmeno nel ventennio, di fronte all’eterno ricatto morale: se non firmi, vuol dire che sei un corrotto. Ed è percepibile anche un certo sollievo. Infatti, l’appuntamento con la responsabilità, quella vera, quella che nasce da un senso non tribale della società, è rinviato. Tanto, a risolvere la corruzione ci penserà già la nuova legge, la nuova commissione, basterà solo pagare tutti più tasse, et voilà.