La morte in campo. Tragedia del terzo millennio

Quando una fatalità uccide una persona comune, il fatto riguarda una cerchia ristretta di persone. Quando, invece, la tragedia si abbatte su figure “eccezionali”, il cerchio si allarga e il fatto coinvolge tutti più in profondità. Lo sportivo è una figura che, per le sue prestazioni fisiche al di sopra della norma, possiede ancora qualcosa dell'”eroe”. Una vaga aura di immortalità. E quando cade l’eroe, noi mortali del terzo millennio accusiamo il colpo. E’ come se la millenaria lotta per emanciparci dal fato, dal destino, dalla provvidenza divina, insomma da qualcosa di più grande che non è sotto il nostro controllo, improvvisamente apparisse sotto una luce più sinistra. La tecnica può fare molto, certo, ma non è onnipotente come vuole farci credere. Sì, quel povero ragazzo superava 2 controlli medici all’anno, eppure… sì, a bordo campo c’era il defibrillatore, ma nel suo caso non serviva a nulla. Siamo sempre più “potenti”, ma certi limiti rimangono insormontabili. Un pensiero del genere può atterrirci, o può spingerci ad affrontare l’ansia con un’azione piena di buoni propositi: aumentare ulteriormente i controlli, fornire defibrillatori a tutti etc. Ma questo sposterà di poco il limite, senza risolvere granché. Per esempio, il defibrillatore, di per sé, non è una garanzia. Anzi, chi ha fatto un corso elementare di primo soccorso sa che, se usato a sproposito, il defibrillatore uccide. E quindi? Quindi dovremmo fare un altro corso elementare, un corso di umiltà. Imparare ad accettare che esiste qualcosa di superiore a noi: destino o divina provvidenza. Non è facile, anzi è difficilissimo, per noi superbi del terzo millennio, ma aiuta. E inoltre, ci avvicina alla verità.

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3 commenti su “La morte in campo. Tragedia del terzo millennio

  1. pierino60 ha detto:

    Il fatto che l’essere umano sia come tutte le opere della natura estremamente imperfetto e possa “guastarsi” da un momento all’altro può essere difficile da accettare, ma non mi sembra comporti per forza l’esistenza di qualcosa di “superiore a noi”, si può morire in modi estremamente stupidi o per colpa di entità insignificanti come un microbo, io non ci vedo niente di superiore in tutto ciò.
    Sia se si crede in qualche divinità, che se non lo si crede, la mitologia dell’essere umano come opera perfetta è una scemenza, il corpo umano è raffazzonato, pieno di difetti di fabbricazione e poco più che un grumo di materia temporaneamente organizzata, ma farsi troppe menate per questo mi sembra stupido, tanto vale godersela, fare meno male possibile ai nostri simili e poi vada come deve andare.

  2. ClaudioLXXXI ha detto:

    pierino, ma tu esageri nel senso opposto e praticamente esprimi, non umiltà, ma disprezzo per la vita.
    Altro che grumo di materia raffazzonata. Il corpo umano è un’opera d’arte biochimica senza pari. Non è perfetto? Certo che no. Niente a questo mondo lo è. Non mi sembra il caso di insultarlo per questo.

  3. vincenzillo ha detto:

    pierino, “Sia se si crede in qualche divinità, che se non lo si crede, la mitologia dell’essere umano come opera perfetta è una scemenza”

    Se si crede in Dio, l’essere umano non è “opera perfetta”, ma “immagine” di Dio e, per sua scelta, peccatore. Creatura posta più in alto rispetto alle altre creature. Protagonista di una lunga e travagliata storia d’amore. Una visione che dà un senso alle cose, piccole e grandi, della vita. Un senso, non la perfezione in questo mondo.

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