La morte in campo. Tragedia del terzo millennio

Quando una fatalità uccide una persona comune, il fatto riguarda una cerchia ristretta di persone. Quando, invece, la tragedia si abbatte su figure “eccezionali”, il cerchio si allarga e il fatto coinvolge tutti più in profondità. Lo sportivo è una figura che, per le sue prestazioni fisiche al di sopra della norma, possiede ancora qualcosa dell'”eroe”. Una vaga aura di immortalità. E quando cade l’eroe, noi mortali del terzo millennio accusiamo il colpo. E’ come se la millenaria lotta per emanciparci dal fato, dal destino, dalla provvidenza divina, insomma da qualcosa di più grande che non è sotto il nostro controllo, improvvisamente apparisse sotto una luce più sinistra. La tecnica può fare molto, certo, ma non è onnipotente come vuole farci credere. Sì, quel povero ragazzo superava 2 controlli medici all’anno, eppure… sì, a bordo campo c’era il defibrillatore, ma nel suo caso non serviva a nulla. Siamo sempre più “potenti”, ma certi limiti rimangono insormontabili. Un pensiero del genere può atterrirci, o può spingerci ad affrontare l’ansia con un’azione piena di buoni propositi: aumentare ulteriormente i controlli, fornire defibrillatori a tutti etc. Ma questo sposterà di poco il limite, senza risolvere granché. Per esempio, il defibrillatore, di per sé, non è una garanzia. Anzi, chi ha fatto un corso elementare di primo soccorso sa che, se usato a sproposito, il defibrillatore uccide. E quindi? Quindi dovremmo fare un altro corso elementare, un corso di umiltà. Imparare ad accettare che esiste qualcosa di superiore a noi: destino o divina provvidenza. Non è facile, anzi è difficilissimo, per noi superbi del terzo millennio, ma aiuta. E inoltre, ci avvicina alla verità.

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