“Scende alla prossima?”

Io capisco chiederlo quando la metro è affollatissima. Quando si sta come sardine. Capisco che a chiederlo siano le vecchiette bloccate lontano dalle porte, sotterrate, paralizzate, asfissiate da energumeni alti il doppio e pesanti il triplo, terrorizzate all’idea di non riuscire a scendere alla loro fermata. Ma ormai, a Milano, è una mania, sta cosa di chiedere sempre a quello davanti: “Scende alla prossima?

Alla fermata mi si chieda un educato “Permesso?” e io mi scanso molto volentieri. Per una vecchietta in difficoltà, sarei disposto perfino a fare da sperone rompi-ghiaccio, se necessario. Ma alla fermata, non prima. Alla fermata ha un senso, perché è già previsto il trambusto del sali-scendi, uno se lo aspetta di doversi muovere. Prima, invece, no. Tu sei lì che magari sei appena riuscito, con piccoli aggiustamenti mirati, a riconquistare quel minimo di intimità con te stesso, quel minimo di spazio vitale, quella distanza infinitesimale che però ti fa rimanere un individuo pur nel mezzo di quella massa anonima e invadente, ed ecco che il maledetto “Scende alla prossima?” ti costringe a disfare tutto di colpo, prima del tempo e senza motivo.

E così, carico di fastidio, mi chiedevo quali contromisure attuare. E quella volta che mi è successo a metro piena, sì, ma sotto il livello sardina, ed ero molto vicino alla porta, la soluzione è arrivata spontaneamente, pulita, composta, educata ma tagliente. “Scende alla prossima?” “No, mi sposto alla prossima.

Ma il massimo è stato a metro praticamente vuota, con me in piedi davanti alla porta, poco prima della mia fermata. Di fianco, nessuno, dietro, un solo tizio: “Scende alla prossima?” Comincio a pensare che lo facciano per solitudine.