Lo sapevo che lo diceva

La cazzata era lì pronta da giorni, ed ero sicuro che qualcuno prima o poi l’avrebbe sparata. Chi ha premuto il grilletto? Curzio Maltese di Repubblica, una redazione a mano armata, che su certe cose non delude mai:

Il crollo di incassi del cinepattone di Natale, un genere che per quasi trent’anni aveva collezionato record su record al botteghino, è forse il primo e più clamoroso segno della fine dell’epoca berlusconiana. [sottolineature di vincenzillo]

Siamo proprio sicuri che sia il “primo”? Calcolando che a Repubblica scrivono da più di 15 anni una decina di articoli ogni santo giorno che testimoniano infallibilmente la fine di Berlusconi e del berlusconismo, fanno un totale approssimativo di 54.750 articoli; calcolando un solo “segno” ad articolo fanno 54.750 “segni”. Un po’ tantini, per poterlo spacciare come il “primo”.

E poi, siamo proprio sicuri del collegamento scientifico tra B e i cinepanettoni? Calcolando che tra tutti quei “segni” inequivocabili, definitivi e clamorosi, c’erano anche la caduta di sella del 1995 e le sconfitte del 1996 e del 2006, e cioè mentre gli incassi dei cinepanettoni volavano indisturbati… bah.

La domanda è: ma almeno una volta, una, su 54.750, ci vogliono azzeccare?

Comunque, l’articolo si segnala come antologia da proporre nelle scuole, con tutti, ma proprio tutti, i clichè sfornati dalla premiata ditta Repubblica, dal nuovissimo paragone con Mussolini all’inedita rivalsa dei “bamboccioni” (qui).

Monti: “Lo spread non mi spaventa”

E perché mai dovrebbe? Ormai, benché sia alto come un mese e mezzo fa, non spaventa più nessuno, nemmeno i bambini dell’asilo, della stampa, della tv, della politica, della Confindustria. Quegli stessi bambini che un mese e mezzo fa urlavano terrorizzati e minacciavano cose tremende. Suvvia, ormai possiamo dircelo francamente, fra uomini adulti: quello che doveva fare, questo spread, l’ha già fatto.  Ora che è diventato innocuo, è tempo di metterlo a dormire insieme ai bambini.

Rime sBoccate

Nella più truce tradizione della poesia popolare, ecco le mie rime sgangherate e zoppicanti in memoria di Giorgio Bocca, che umilmente offro come epitaffio per la tomba dell’Antifascismo Militante.

Cambiare idea, per carità,

è un gran bel segno di libertà.

Purché chi lo fa, lo fa

per avvicinarsi di più alla Verità.

Invece tra Bocca e Verità è siderale

la distanza (ingannatore è il nome di quella buca

dove il turista la destra imbuca

e fa la foto per il network sociale).

Cambiare idea, si diceva.

C’è chi lo fa perché si può

c’è chi lo fa perché si deve.

Bocca lo fece quando doveva

e non lo fece più

quando non doveva più.

Di rado si son visti

più ruvidi giornalisti.

Di rado si son visti

più fulgidi conformisti.

La bocca (anche di Bocca) è come la faccia,

ognun la mette dove più gli aggrada.

La bocca (anche di Bocca) è come il culo,

con l’età paurosamente si degrada.

Un fiato oggi, un peto domani,

a 91 anni le bocche sono ani.

E quel che scrivono le mani

è solo roba da villani. Insani.

Parlare dei seguaci ora ci tocca.

I guappi di Re Giorgio – sterminata famiglia! –

han tutti lingua lunga in bocca,

che abitualmente a un pel dal culo scocca,

tanto che la Real merda vi si impiglia,

e le par dolce come miele in brocca.

E per un tal tesor ci si accapiglia

e con un tale cibo ancor si gozzoviglia:

è morto Bocca,

sotto a chi tocca!

Il favoloso mondo di Elsa Fornero

Il nuovo ministro del lavoro, qualche giorno fa, ha avuto la malaugurata idea di dichiararsi disponibile a discutere sull’articolo 18. In una realtà meno pietrificata della nostra – come forse è l’università in cui lavorava la Elsa – quando uno si dichiara disponibile a discutere su una cosa significa soltanto che è disponibile a discutere su quella certa cosa. Ma nella realtà italiana non è così. Basta nominare certi tabù, e immediatamente si scatena l’inferno preventivo. Quando poi si osa addirittura mettersi a studiare i modi di riformare certe storture, si rischia di morire. E infatti contro la Fornero l’inferno si è scatenato: giorni e giorni di dichiarazioni feroci, sciopero, a morte! Giorni e giorni persi. Giorni e giorni in cui l’immagine del governo è scesa ulteriormente dalle altezze iperuraniche a cui l’avevano precedentemente innalzata i media, indebolendo così la sua capacità di azione.

La Fornero, come Monti, dovrebbe essere lì per agire, non per trattare, né per annunciare. Di annunci roboanti e di trattative infruttuose ed estenuanti ne abbiamo già avute per decenni. Si chiama “concertazione”, ed è un male che nessuno è riuscito ancora a curare, né Berlusconi né Prodi. Perché si cura in un solo modo: estirpandolo alla radice. “Concertazione” significa in realtà che il governo cala le braghe, e vincono i sindacati, Confindustria, Confdiqua, Confdilà, le corporazioni, insomma tutti quei poteri che vogliono lasciare tutto com’è. Gente con un pelo sullo stomaco alto così, killer spietati che se esiti un millesimo di secondo, sei finito.

Se Monti e Fornero sono lì per la famosa “emergenza”, e cioè per agire senza trattare, eseguire senza annunciare, allora stanno facendo un pessimo lavoro. Se invece sono lì per alzare le tasse e tirare a campare, come da illustre tradizione italica, allora stanno facendo un ottimo lavoro. Monti, infatti, prima ha sprecato la sua aura di santo con una manovra tutta tasse che son buoni tutti, sia a destra che a sinistra, e poi ha fatto un bel pranzetto con Berlusconi e una bella merendina con Bersani. Con Casini, poi, si vedono ogni mattina, quando Pierferdi si presenta all’uscio scodinzolando con il giornale tra i denti. I politici, a loro volta, sono tutti occupati a rabbonire i sindacati e le corporazioni di riferimento, del tipo: “Tranquilli, raga, mò torniamo noi e si ricomincia a “concertare” insieme dalla mattina alla sera, senza il minimo costrutto. Ma quanto siamo democratici!” Quindi, altro che governo tecnico. Cacciati fuori dalla porta, sono già rientrati tutti dalla finestra. Per fare cosa, lo vedremo presto.

Operazione Badante / 4

La risata che seppellirà i tecnici

Cari cospiratori, vi confesso che comincio ad avere i primi dubbi sull’aspetto chiave del nostro piano per far cadere il governo tecnico in caso di durata eccessiva. Infatti, ho appena letto che le badanti straniere sono depresse, che c’è addirittura una “sindrome italiana” (qui). Questo fatto mi crea dei gravi problemi di coscienza e rischia di far saltare tutta l’operazione che sto mettendo in piedi con il vostro prezioso aiuto. Ebbene sì, perfino dentro un cuore di pietra come il mio, indurito più del marmo dalla fiera militanza filo-berlusconiana, può annidarsi il tarlo del dubbio!

Con che cuore posso io mandare una poveretta già depressa in casa del Vecchio di M, a tempo indeterminato, 24 ore su 24, e illudermi che questa esperienza agghiacciante non la riduca peggio di uno straccio da pavimenti inzuppato di vomito? Pensate alla vicenda umana di queste sventurate. Dopo aver abbandonato il calore dei loro villaggi sperduti nelle steppe ucraine, moldave, slovacche, rumene, hanno già dovuto fare la fatica di abituarsi ai vecchi normali. Cioè a esseri umani che, pur nell’estrema decrepitudine, pur nella totale devastazione fisica e mentale, conservano ancora un briciolo di umanità, qualche difetto, qualche eccesso, perfino dell’allegria. Una squadra del cuore che gli fa alzare la pressione arteriosa, una birretta quando gioca la squadra del cuore, un ruttino dopo la birretta, una scorreggina dopo i fagioli, una manata innocente sul sedere.

Vecchio di M, invece, non è umano! E’ l’incarnazione della sobrietà in una macchina perfetta. La noia che si fa robot. Il grigiore puro della pura materia grigia. E poi quella sua insopportabile spocchia da maestro acculturato, anche se in verità è solo un supplente, che mai una parola o una cosa fuori posto, che ti istruisce su tutto per filo e per segno: come sfilargli il catetere, come cambiargli il pannolone, come infilargli una babbuccia. Sì, anche la babbuccia avvelenata con cui la nostra badante dovrebbe farlo fuori nel nostro diabolico piano (vedi episodio 3 (qui)).

Che effetto devastante può avere sulla psiche umana un mese, una settimana, forse perfino una sola ora intera passata in quella casa d’inferno? Tremo al solo pensiero, perfino io che nel corso della mia truce carriera militare ho già mandato a morire senza alcuna remora decine, centinaia, migliaia di parole innocenti, nell’inutile difesa di Berlusconi, come posso mandare a morire un singolo essere umano? Anche se, a ben vedere, trattasi di lavoratrice immigrata, e dunque per sua stessa natura portata a fare i lavori che nessun italiano vuole più fare, come eliminare il Vecchio di M!

Ma al di là delle mie remore, c’è anche un problema pratico: dove la troviamo una che accetta? Forse nemmeno le donne aspiranti kamikaze di Hamas! Forse nemmeno l’indomita barricadera Emma Mar Che Gaglia, che ora all’improvviso è diventata filo-governativa e difende la Fornero dagli attacchi animaleschi della leonessa Camusso. Mannaggia, tutte ste donne al potere, e nemmeno una reclutabile!

Urge idea geniale.

Due falsi idoli: Anti-Casta ed Equità

Come spesso accade, Massimo Zamarion in arte zamax mi trova d’accordo. E col botto. Ciò che più mi convince è la sua ottica sulla società e sull’uomo. E, di conseguenza, sulla politica. Un’ottica cristiana e liberale profondamente diversa da quella prevalente oggi, specie in Italia, l’ottica materialistica, che scade troppo facilmente nel rancore e nel sospetto universali, e crea le condizioni per cui a dettare le scelte siano l’invidia e la paura. Tutti questi sentimenti nefasti portano a confondere la giustizia con l’orrido accanimento contro la “casta” e con una demagogica invocazione di “equità”. Vane illusioni, falsi idoli, che tolgono spazio alla fiducia e alla speranza, che sono invece le basi più solide, benché “immateriali”, di una società capace di guardare al futuro.

Avremmo bisogno, in Italia, e non solo, di fare esattamente il contrario, di liberarci di questa zavorra materialistica fatta di invidie e paure. Di guardare avanti. Chi predica contro la Casta ed abbraccia l’ideale dell’Equità mostra la stessa mentalità meschina di chi difende a denti stretti la propria “corporazione”, e getta il paese in un groviglio di mutue recriminazioni. In un paese in salute, un paese veramente solidale, capace di vedersi in prospettiva futura, l’individuo non sta lì a guardare ossessivamente nelle tasche degli altri; riesce ad avere la percezione che tutto è in movimento, e che l’andare avanti, non il fermarsi continuamente a fare e rifare i conti, costituisce la più preziosa assicurazione sulla vita della società di cui fa parte. Da ciò nasce una solidarietà più robusta, fatta di consapevoli e intrecciati interessi. Allo sviluppo del quale sta però un diffuso miglior sentimento morale. La “lotta” ai privilegi, al malcostume, ai piccoli egoismi, ai furbi che gabbano le leggi va avanti lo stesso, ma senza quelle aspettative messianiche che la guastano e che la sbugiardano.

Prendete anche l’economia. Da una parte ci sono i “turbocapitalisti”, quelli che dicono che la soluzione è spendere, spendere, spendere a più non posso, più soldi possibile, anche quelli che non si hanno e non si avranno mai; dall’altra parte si sente strepitare contro il fantomatico “neoliberismo”, in una battaglia ridicola, che però in Italia scuote le nobili coscienze dei meglio intellettuali e dei meglio magistrati. Battaglia che conduce dritti dritti al dirigismo e all’idolatria dello stato, al giustizialismo e all’odio del ricco in quanto tale. Bubbole buone solo a fare film premiati a Cannes, libri che sembrano contro la camorra e invece sono contro il mercato, e fulgide carriere nell’antimafia. Alla radice dei guasti, invece, c’è qualcosa di più semplice, ma più difficile da vedere, per chi ha gli occhi ancora foderati dalla lotta di classe:

L’incapacità di dare tempo al tempo, di commisurare il livello di vita alle proprie possibilità, di accettare il normale “sacrificio” del risparmio, ha minato alla base le nostre economie, tra crescite drogate dal denaro facile, e quindi irrispettose delle priorità, da una parte, e ipertrofismo statale dall’altra: a ben guardare due facce della stessa medaglia.

Sottolineature mie. Post completo (qui).