Los Pecorones. In piazza come in redazione

Per la meglio intellettualità italiana, l'Italia è sempre, ogni santo giorno da anni e anni, sull'orlo di uno sconvolgimento epocale. Sia in positivo, sia in negativo. Non esiste gradualità, prudenza, cauto ottimismo. E' tutto o bianco o nero, o apoteosi o catastrofe. E' sempre l'ultima chance prima del collasso, del baratro, dell'abisso, dell'apocalisse. Oppure, al contrario, ecco arrivare il salvatore, il messia, l'uomo del destino. Un modo di pensare che si abbandona all'emotività, all'istinto del gruppo, alle mode del momento, invece che al pensiero individuale, lento e prudente. Una mentalità che oggi viene accreditata come "sinceramente democratica", ma che in realtà è perfetta per preparare la strada all'autoritarismo e al totalitarismo, perché promette ciò che nella politica liberal-democratica, così come nella vita, non esiste: il cambiamento radicale e istantaneo. La rivoluzione.
Questa infausta mentalità si declina in modi diversi. In politica, c'è chi si propone di "salvare l'Italia" (e perché non il mondo?), come il Pd o gli imprenditori alla Marcegaglia-Montezemolo-Della Valle. C'è chi marcia da decenni verso il Sol dell'Avvenire, e oggi che sente odore di sangue si ributta nella mischia, come la sinistra radicale. C'è lo squadrista della legalità, Antonio di Pietro. C'è chi la butta sul folclore pagano di ampolle miracolistiche, come la Lega. C'è chi, invece, tenta di mitigare questo istinto sempre latente, da cui nessun italiano può dirsi davvero immune, lanciandosi su una strada nuova, di stampo conservatore, che Berlusconi ha tracciato e che oggi si chiama Partito Popolare Europeo.
Ma, soprattutto, come dicevo, ci sono gli intellettuali in blocco, a parte pochissime eccezioni. Gli intellettuali sono quelli che ci credono di più, e che, a differenza dei politici, non hanno nemmeno la scusante del cinismo a fini elettorali. Costoro oggi sono tutti lì, come un sol uomo, a coccolare e a vezzeggiare gli ultimi salvatori della patria e del mondo, gli Indignados. Uno come Santoro arriva a parteggiare esplicitamente con i violenti, ma lasciamolo perdere. Gli altri si tengono a distanza dai violenti, ma c'è chi dice che sotto sotto parteggino per loro. Io questo non lo so, non sono il loro analista. Mi limito a leggere quello che scrivono, e a rifletterci sopra. E talvolta traduco le loro parole in immagini. Per esempio, oggi ho letto uno di loro e mi è nata nel cervello l'idea che l'intellettuale italiano sia una specie di "rivoluzionario crepuscolare", eternamente sospeso tra l'infatuazione per il vitalismo tropicale di Che Guevara e la decadenza tardo-sabauda di Guido Gozzano.
I più acuti fra voi avranno già riconosciuto Massimo Gramellini, autore non a caso del crepuscolare Che tempo che fa e delle pillolette lassative del mattino sulla Stampa, aiutino gastroenterico per rivoluzionari in pensione. Oggi parte con un proditorio, cheguevariano "Mi ribello", e poi evoca una "generazione degli Indignati" che esiste solo nella sua mente. Ennesima riproposizione di mille altre presunte "generazioni" che in questi anni dovevano salvare l'Italia e il mondo, e invece sono durate lo spazio di una notte. Tutte copie sbiadite, nostalgiche, di una speciale "generazione", il Sessantotto, di cui l'autore si dispiace di non fare parte, quella che doveva spaccare il mondo, e che invece finì in una scorreggina. Piccola, eh, ma assai cupa e assai funesta, come sanno essere solo quelle che spara il nonno dopo un'indigestione di bagnacauda.
Poi evoca il gran nemico di oggi e di allora, i "benpensanti", e sogghigna sull'ormai famoso "Er Pelliccia". Notare che in questo modo esorcizza la violenza del ragazzo e la rimuove, perché non collima con la sua immagine idealizzata. No, per giove, costui non deve assolutamente diventare il simbolo di questa nobile "generazione". Infatti, "Non sono proprio tutti così, i ventenni di oggi." Notate, anche qui, che questa difesa d'ufficio è del tutto inutile e fuori luogo, perché sappiamo tutti benissimo che i giovani non sono tutti né come quello sfigato violento, né come i pacifici pecoroni che sfilano ormai ogni venerdì per qualche nobile causa, senza violenza, sì, ma anche senza idee. Sono solo gli intellettuali alla moda, e i politici di sinistra, ad essere cascati nella bufala propalata dagli Indignados stessi, di essere il 99%.
Va beh, non vi annoio oltre. Segnalo solo che, involontariamente, Gramellini dà una definizione perfetta di buona parte dei Pecorones, pardon, Indignados: "belloccio, bamboccio, lavativo, ignorante." E anche della classe intellettuale italiana: "bla bla giovanilista" e "una società fondata sull'emotività delle immagini, invece che sulla profondità dei gesti e delle parole."
Pecorones in piazza, pecorones in redazione. E il cerchio si chiude. Pardon, el cerchios si chiudes! 

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2 commenti su “Los Pecorones. In piazza come in redazione

  1. anonimo ha detto:

    @Vincenzo, forse lo conosci, ma ti segnalo a proposito del tuo post, di Raymond Boudon, Perché gli intellettuali non amano il liberalismo, Rubbettino.

    Guido

  2. vincenzillo ha detto:

    guido, grazie della segnalazione. No, non lo conosco.

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