Un soldato contro mille uomini

Una nazione intera, Israele, ha atteso per anni la liberazione di un singolo suo soldato, Gilad Shalit. Milioni di uomini per un solo uomo. Alla fine, pur di farlo tornare a casa, ha accettato di scambiarlo con 1000 criminali palestinesi, tra cui centinaia di terroristi. I quali torneranno di sicuro a fare l'unica cosa che sanno fare: ammazzare israelani innocenti. Ora, la prima domanda che ci si può fare è questa: è giusto che la vita di un solo uomo abbia questo prezzo? Poi, però, si può anche rovesciare la questione e pensare al significato di quanto sta accadendo. Quando un uomo arriva a valerne 1000, ed è sostenuto da altri milioni, significa che è in atto qualcosa di più grande di lui. Qualcosa che spinge lo stato a giurare di riportare a casa ogni singolo soldato. Un giuramento sacro, un impegno che lo stato israeliano prende nei confronti di tutte le famiglie. Perché sa che in ogni singolo soldato israeliano si intrecciano tragicamente la cultura della vita e la necessità della guerra. Con quel patto, il valore del singolo si innalza a un livello superiore, diventa collettivo, simbolico. Inoltre, se confrontiamo tra loro i due mondi che confliggono in medio oriente, ecco che l'aspetto "numerico" di questa vicenda sembra volerci dire anche un'altra cosa: quale sia il valore assegnato alla vita delle persone nelle due culture contrapposte. Lo stato degli ebrei mette su un piatto della bilancia un solo uomo. I suoi nemici, per riequilibrare la bilancia, ne devono mettere 1000.

Segnalo un bel pezzo di Giulio Meotti sul Foglio in edicola ieri. Online, purtroppo, solo per abbonati (qui).

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