L'origine della violenza

A proposito della Val di Susa, ci sono due cose che mi fanno più impressione dei 188 poliziotti feriti e dei commenti dei politici. La prima è il fatto che si stia consolidando un'epica. La seconda è la vera origine della violenza.
Un'epica è qualcosa di fertile e di potente, che vive al di là di chi la fa nascere, la alimenta e la diffonde. Anzi, di solito non si sa nemmeno bene chi la fa nascere. Di questa epica fa parte per esempio Genova 2001, e una quantità di assalti violenti avvenuti in questi anni nel mondo. Questa epica si alimenta di luoghi simbolo, scontri, feriti, morti, come Carlo Giuliani. Eventi e nomi la cui memoria viene conservata per alimentare la carica emotiva connessa alla "causa", qualunque essa sia. Gli attivisti si possono ricondurre genericamente al "popolo di Seattle" (qui), ma vanno a ingrossare una miriade di gruppi e gruppuscoli dall'esistenza fluida, che nascono e muoiono autonomamente qua e là in giro per il mondo.
I video girati domenica da loro stessi e messi in rete, testimoniano il tentativo di rappresentare se stessi come eroi ("eroi" li ha definiti pure l'arruffapopolo Beppe Grillo, salvo poi smentire). In uno di questi video, che è stato girato nel bosco sopra il cantiere e subito messo in rete, la voce di una ragazza dice: "Una protesta del tutto pacifica". Sappiamo bene, invece, che la violenza c'è stata, eccome. E così, arriviamo al secondo punto, la violenza, appunto.
C'è chi distingue nettamente tra gli attivisti e i manifestanti pacifici. Certo, dal punto di vista dell'ordine pubblico, della morale e della politica, c'è molta differenza tra chi mette in atto la violenza e chi non la mette in atto. Tra chi si limita a manifestare e a votare per Vendola, e chi invece spacca la testa a un poliziotto. Ma noi filosofi della domenica, che vogliamo andare più in profondità, possiamo permetterci uno sguardo diverso.
Io sono convinto che l'origine di quella violenza sia già nelle idee, e nella volontà di applicare quelle idee alla realtà. Quello che si può chiamare il diritto di violenza del bene. Un diritto che nella storia dell'occidente non è stato avanzato solo gli attivisti attuali, ma anche dai totalitarismi. E’ un punto molto delicato, su cui sto riflettendo da tempo. Per esempio, ci si può chiedere se si possa parlare di "bene" oggi che il relativismo impazza, e se sia lo stesso tipo di diritto accampato anche dagli USA. Ci tornerò su in altri post.
Ma torniamo alle idee. Molte di quelle idee le condividono attivisti, famiglie, politici, anziani. E' ora che cada il velo: non si tratta di idee buone e giuste che alcuni mettono in atto bene e altri malamente. Sono idee di per sé totalitarie. Visto che non c'è una teorizzazione comune a tutti i gruppi, si deve saper osservare, ascoltare e azzardare una sintesi. L’idea di fondo è di tipo economico, ed è l'opposizione alla globalizzazione. Contro la globalizzazione è sia la nonnina ambientalista che si coltiva i pomodori nel giardino, sia il suo amato nipotino ecoterrorista, antagonista, anarchico, anticapitalista, che la notte fa le sue azioni “contro”. Nonnina e nipotino si informano sui canali della cosiddetta controinformazione, potenziati e velocizzati da internet.
A nonnina e nipotino, io domando: ma che siginifica, essere contro la globalizzazione? Sì, perché è come essere contro l'alba o le maree. La globalizzazione, infatti, è un movimento epocale. E' una corrente generata dalla realtà e dalla storia. E quindi, opporsi alla globalizzazione vuol dire uscire dalla realtà e dalla storia. Entrare nell'utopia. E pretendere di realizzarla. Questa è l’origine della violenza. 
Veniamo agli ambienti sociali. Nella nostra società, le occasioni di incontro sono molte, e lo erano già prima dei social media. Negli anni 70, la brava ragazza della borghesia, studentessa ribelle, lettrice di Marx e Lenin, che si dava la missione di "risvegliare" i proletari, poteva facilmente arrivare a qualche gruppo estremistico, che era formato in piccola parte da proletari, e in massima parte da borghesi come lei. Anche oggi, la figlia del magistrato che vuole "risvegliare" le coscienze, non ha nessuna difficoltà a entrare in un gruppo antagonista, o ecologista etc. etc. Remember la tizia che lanciò il fumogeno a Bonanni?
La parabola è sempre quella. Si parte da un vago sentimento di ribellione, e si può rimanere lì, o passare all'azione violenta. Per quanto riguarda la strategia dei movimenti, è la "rivoluzione dall'alto", concetto caro a Stalin, a Lenin, al terrorismo anni 70: una piccola "avanguardia" rivoluzionaria che si investe da sola del compito di imporre agli altri il bene. E' giusto? E' sbagliato? Io, intanto, partirei dal fatto che è così.

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