Perché capisco così bene la sinistra

Primo. Per tanti anni ho coltivato l'ambizione di entrare nel mondo della cultura. Avere il riconoscimento da parte dei colti. Dell'establishment culturale, che in Italia è al 99% progressista. Poi, per fortuna, ho capito che i loro miti e i loro tic portavano dritti dritti al nulla, o al ripiegamento su se stessi o sul passato, o a un'inesistente età dell'oro, o alla violenza. E allora li ho mandati a quel paese. Ma posso dire di conoscerli bene.

Secondo. Perché conosco di persona gente che è il perfetto esempio di ciò che non si dovrebbe più fare, in politica: partire dalle idee astratte o dai valori assoluti, e piegare la realtà alle idee astratte e ai valori assoluti. In questo modo, il discorso è volto solamente a ripetere e a giustificare eternamente se stesso, e autogratificare chi lo fa. Tipico, a sinistra, dove brillano rare eccezioni. Per me, invece, il percorso è esattamente l'opposto: partire dalla realtà, salire all'idea e tornare alla realtà.

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Un tè da Paoloni?

Uno può avere il vizio del gioco, rovinarsi la vita e la carriera per le scommesse, e con questo rimanere solo un semplice portiere di calcio, protagonista di una brutta storia, un cattivo esempio per i giovani. Ma se, invece, arriva a mettere il sonnifero nel tè caldo dei suoi compagni (qui), allora la sua storia assume anche altri significati, e lui entra di diritto nella leggenda. Degno come minimo di donare il suo cognome, "Paoloni", a un cavallo della Tris di Cesena, citato tra "Mon Amour" e "Lucky Lady" in film tipo Febbre da Cavallo (qui).