Richard Wagner: l'originalità e l'universalità dell'arte

Dopo un post sulla Scala di Milano (qui) e uno sulla Valkiria di Wagner (qui), affronto oggi con la consueta modestia un'impresa da nulla: spiegare agli artisti quale sia il loro compito per il futuro.

Prendo spunto da un commento (purtroppo anonimo) a quei post:
"Se si parte dall'idea che "bisogna farsi capire da tutti", si finirà inevitabilmente per degradare poco o tanto la forma e il contenuto dell'arte."

Chi la pensa così ha certamente delle ragioni. La storia dell'occidente ha conosciuto l'arte come espressione di eccezionalità e di originalità, e sono d'accordo che questo aspetto vada conservato. Inoltre, veniamo da un secolo, il Novecento, in cui l'arte ha almeno in parte cercato di salvare questa eccezionalità di contenuto e di forma ricorrendo ai più diversi stratagemmi. Ma ora è venuto il momento di guardare in faccia il risultato finale. Oggi nell'arte si è smarrita la cosa più semplice: la comunicazione di un significato originale e universale.

I contenuti – quando non è la solita sterile provocazione alla Cattelan – l'arte li attinge dalla melassa del politically correct (ecologismo, pacifismo, terzomondismo etc.). Ma a che mi serve l'arte, se ha le stesse idee del dj Linus, Alba Parietti, Claudio Bisio e Gino Strada? Quanto alla forma, l'arte la ruba da altre forme di espressione: la moda, la pubblicità etc. Oppure dal passato, come citazione. Ma allora preferisco gli originali.

L'arte ha rinunciato a cercare – o comunque non ha trovato più – un proprio linguaggio, come era sempre stato in passato. Invece di rappresentare il linguaggio dell'eccellenza, che guida e ispira gli altri, è diventato il linguaggio che ricicla gli altri. Da re della foresta a insetto stercoraro.

Per tornare al commento, per me questa è già una "degradazione" più che sufficiente.

Ora, come si fa a uscire da questo vicolo cieco? Proposta: guardare a un esempio del passato. Non certo per imitarlo o riproporlo così com'è, che sarebbe ancora più triste. Ma per coglierne l'essenza e cercare magari di riproporla in veste nuova e inaspettata. Questo esempio è Richard Wagner.

Di Richard Wagner voglio sottolineare un solo aspetto: l'universalità e l'originalità del contenuto e della forma. Al di là delle specificità tecniche della sua idea di arte (l'opera d'arte totale: Gesamtkunstwerk), ciò che più conta è il suo uso del mito. Il mito non è usato come recupero archeologico, né come sterile citazione, ma come contenuto universale espresso in una forma universale (nello specifico: parola, musica e azione scenica). Il mito parla a tutti noi della cosa più importante: la nostra origine e il nostro destino. E' comprensibile al popolo, alla borghesia, all'aristocrazia, ai colti e agli incolti. Per capire il mito non devi nemmeno essere alfabetizzato. Piccolo paradosso: com'è che oggi, che in occidente siamo tutti alfabetizzati, l'arte o non si capisce più o non sa più dire nulla di originale?

Forse perché il 99,99% degli artisti è convinto che l'originalità coincida con la novità, e la novità con la sperimentazione. Ma questa strada è un vicolo cieco, non si può andare avanti all'infinito senza ripetersi all'infinito. La vera originalità è altrove. Oggi per essere originali bisogna tornare a interrogarsi sull'origine, con le grandi domande di sempre: chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo. Certo, i relativisti, i nichilisti, gli intelligentoni rideranno beffardamente di questo tentativo, ma caspita, un artista deve essere un artista, non una mammoletta.

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3 commenti su “Richard Wagner: l'originalità e l'universalità dell'arte

  1. anonimo ha detto:

    Non è certo nello spazio di un post che si fa la storia dell'arte, men che meno in un commento. A mio modo di vedere, caro Vincenzillo, prendi un po' troppe scorciatoie in questo breve excursus su "originalità" e "universalità" dell'arte. Posso sbagliarmi, ma non mi sembri coltivare una grande conoscenza del panorama artistico contemporaneo, che per sineddoche riduci agli sterili sperimentalismi di certe post-avanguardie, o ai padiglioni della Biennale. Nemmeno Roger Scruton, un filosofo che credo ti sia congeniale, è cosi' tranchant.
    Per fortuna ci sono anche i quadri di Peter Doig, il concerto per violino di Philip Glass, le fotografie di Philip diCorcia, i film di Amos Gitai.
    Forse bisogna cercare un po', ma si trovano ancora artisti che per spirito e progettualità tutto sono, tranne che "mammolette".
    Stammi bene.
    Guido

  2. ClaudioLXXXI ha detto:

    Ciao vincenzo, tanti auguri di felice e Santo Natale a te ed ai tuoi cari.

  3. vincenzillo ha detto:

    Guido, "non mi sembri coltivare una grande conoscenza del panorama artistico contemporaneo,"
    Si inizia sempre con degli assaggi, e se non trovi quasi nulla di buono, ti rompi.

    "panorama artistico contemporaneo, che per sineddoche riduci agli sterili sperimentalismi di certe post-avanguardie, o ai padiglioni della Biennale."
    Beh, non è che stiamo parlando di quattro sfigati in uno scantinato di periferia, eh.

    "Forse bisogna cercare un po'"
    Al di là dei gusti personali e dei singoli nomi, ciò che manca secondo me in generale è l'azzardo della grande visione. Ma anche la ricerca di un rapporto con la tradizione, senza il quale l'arte è necessariamente superficiale e di breve respiro. In questo senso, il tornare a porsi le grandi domande di sempre può essere una scossa spirituale importante. Certo, è un tema enorme, non pretendo minimamente di esaurirlo. E' stata colpa di Wagner e del suo slancio, quello sì, di grande, grandissimo respiro.

    Claudio, Buon Natale anche a te e ai tuoi cari, anche se molto in ritardo.

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