La farsa della Scala di Milano

Fuori: fumogeni, scontri, feriti. Dentro: un appello ipocrita. Fuori: la solita feccia. Dentro: i soliti stronzi. Che cosa accomunava, nel giorno della prima stagionale della Scala, la violenza dei centri sociali e l'ipocrisia degli incravattati? La totale irresponsabilità. Parentesi: che senso ha, poi, inscenare una protesta fuori della Scala quando, all'interno, il bel mondo della cultura è dalla tua stessa parte? Bah. Chiusa parentesi. Nessuno, né tra i violenti di fuori né tra gli ipocriti di dentro, si interroga seriamente sulla necessità o meno dei tagli. Ma soprattutto, nessuno ha il coraggio di dire che i soldi bisogna imparare a gestirli bene. Gestire bene, gestire bene, gestire bene: è questa la vera battaglia per il futuro della cultura. Assumersi le proprie responsabilità. Su questo tasto bisogna battere, caro maestro Barenboim – che verrò pure a vederla, perché le Valchirie di Wagner non me le voglio perdere! – non sul facile allarmismo. Quelli che stavano fuori avrebbero dovuto urlare: "Imparate a gestire meglio i soldi, stronzi!" E quelli dentro avrebbero dovuto dirsi: "Impariamo a gestire meglio i soldi, stronzi!" E invece no. Il finale è sempre il più scontato del mondo, dentro e fuori: Berlusconi buuu, Napolitano alèèè. Patetici.

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21 commenti su “La farsa della Scala di Milano

  1. anonimo ha detto:

    Esatto, un ottimo esempio di come gestire meglio i soldi sono le consulenze da 500.000 euro date ai parlamentari per votare la fiducia!
    Cosa avranno da protestare sti stronzi che ne prendono 800 al mese se va bene proprio non capisco!

  2. anonimo ha detto:

    Barenboim è il notorio cretino che usa la musica per fare cattiva politica. Ne sanno, purtroppo, qualcosa in Israele.
    Guido

  3. vincenzillo ha detto:

    #1, occhio che se voti Bersani ne prenderai 700.

    Guido, "usa la musica per fare cattiva politica".
    Ho letto che anche in medio-oriente ha il vizietto di sposare le cause anti-israeliane. Sarà anche un ottimo musicista, ma ha idee politiche pessime.

  4. reginadistracci ha detto:

     Sai che cosa mi fa inc… arrabbiare? Che le prefiche dei "tagli alla cultura" mica lo danno uno sguardo agli Usa. Lì c'è il più importante teatro di lirica  del mondo: il Metropolitan. Lì ci sono i musei d'arte contemporanea più grandi del mondo: es. il Gugghenaim di New York. Lì si fanno i film più amati nel mondo. Ebbene, in una conferenza dell'IBL ho appreso che negli Usa non solo le case cinematografiche ma anche teatri e musei non si beccano un dollaro dallo Stato, eppure stanno molto bene a galla. Perché i nostri cineasti falliti e i nostri teatranti falliti, che ciucciano i soldi dalla tetta dello Stato, non imparano qualcosa dall'America? Baricco ha scritto un articolo ammirevole contro questi parassiti senza talento.

  5. vincenzillo ha detto:

    regina, "Perché i nostri cineasti falliti e i nostri teatranti falliti, che ciucciano i soldi dalla tetta dello Stato, non imparano qualcosa dall'America?"

    Finché non saranno costretti, non lo faranno mai. Vuoi mettere la comodità di avere soldi gratis e senza responsabilità? I napoletani dicono "chiagni e fotti": piangi e fotti. La regola d'oro della cultura italiana.

  6. topenz ha detto:

    E' solo una sceneggiata, checché ne pensi il cuore… Ipocriti borghesi e utili idioti !  In fondo stanno tutti dalla stessa parte.

  7. anonimo ha detto:

    Reginadistracci,
    lo dice la costituzione italiana che lo stato promuove la cultura….
    ha si…dimenticavo che voi con quella vi ci pulite il culo..

  8. anonimo ha detto:

    Purtroppo il termine "cultura", per troppi significa "cultura di sinistra". Non avete fatto parlare nemmeno il Papa alla Sapienza e venite a fare lezioni di democrazia! Scippatori della Costituzione, che citate sempre a sproposito, deformandola come più vi fa comodo!

  9. anonimo ha detto:

    "Non avete fatto parlare nemmeno il Papa alla Sapienza"
    C'e' un luogo adatto per ogni occasione, e La Sapienza non lo era per una visita del papa. Percaso ai professori unifersitari e' concesso tenere le lezioni dalla dinestra di piazza san Pietro? Democrazia non significa permettere ai potente di turno (papa o Berlusconi che sia) di fare quello che vuole quando vuole..

  10. vincenzillo ha detto:

    "C'e' un luogo adatto per ogni occasione, e La Sapienza non lo era per una visita del papa."

    Si dà il caso che l'attuale rettore della Sapienza, mi pare si chiami Frati, vorrebbe tanto che il Papa andasse a parlare proprio in quell'università. Ma di sicuro, con quel cognome lì, è solo uno sporco clerico-fascista.

    "Percaso ai professori unifersitari e' concesso tenere le lezioni dalla dinestra di piazza san Pietro?"

    Mi piace molto questa idea della reciprocità così spinta. Stasera quasi quasi vado a condurre io AnnoZero.

  11. reginadistracci ha detto:

    "Reginadistracci,
    lo dice la costituzione italiana che lo stato promuove la cultura….
    ha si…dimenticavo che voi con quella vi ci pulite il culo..
    "

    Anni fa, quando ancora non se ne parlava nemmeno di tagliare i fondi ai parassiti che fingono di fare cultura, proprio su Repubblica – che oggi fa il puagnistero sui tagli alla cultura –  una delle grandi firme repubblicone ha sostenuto, udite udite, che i fondi dello Stato alla cultura… hanno irrimediabilmente rovinato la cultura italiana, spingendola ai margini. Egli ha esibito i nudi fatti: dagli anni Quaranta agli anni Sessanta lo Stato non dava una lira ai cineasti e IL CINEMA ITALIANO ERA AMATO IN TUTTO IL MONDO (vedi Fellini, De Sica, Rossellini, Antonioni e tantissimi altri); negli anni Settanta, quando ha cominciato a soffiare il vento dell'estremismo sinistrese, lo Stato ha cominciato ad erogare fondi alle case cinematografiche e il cinema italiano è sparito gradualmente dal panorama internazionale. Nel corso dello scorso decennio, lo Stato ha finanziato a pioggia svariate decine di opere prime di giovani registi esordienti. Ebbene, delle decine o centinaia di film prodotti da questi giovani geni incompresi, NESSUNO è riuscito ad arrivare alle sale. I distributori più volenterosi non sono riusciti a trovare in quella montagna di pellicole pagate con i nostri soldi un solo film non dico geniale, ma almeno decente, degno di essere distribuito.
     I soldi dello Stato fanno male a tutto, specialmente alla cultura.  Solo il crudele e duro confronto con il pubblico e la critica rafforza la cultura, facendo emergere i migliori ed espellendo i peggiori. Invece i soldi dello Stato nutrono battaglioni di parassiti senza talento.

  12. anonimo ha detto:

    #10
    "Stasera quasi quasi vado a condurre io AnnoZero"
    …vuoi forse emulare gli ascolti recor di Paragone?

  13. anonimo ha detto:

    #11
    "Invece i soldi dello Stato nutrono battaglioni di parassiti senza talento"

    E chi sei brunetta in gonnella? Se fossero gli ascolti l'unico indice di bravura dei registi ci sarebbero Solamente Boldi e De sica (non il padre, il figlio) in italia..forse allora sarai contenta..

  14. vincenzillo ha detto:

    regina, "dagli anni Quaranta agli anni Sessanta lo Stato non dava una lira ai cineasti e IL CINEMA ITALIANO ERA AMATO IN TUTTO IL MONDO (vedi Fellini, De Sica, Rossellini, Antonioni e tantissimi altri); negli anni Settanta, quando ha cominciato a soffiare il vento dell'estremismo sinistrese, lo Stato ha cominciato ad erogare fondi alle case cinematografiche e il cinema italiano è sparito gradualmente dal panorama internazionale."

    Molto interessante. Chi era l'augusta firma di Repubblica?

  15. anonimo ha detto:

    Ciao Zillo,
    l'augusta firma di Repubblica non ricordo chi era, accidenti.

     "Se fossero gli ascolti l'unico indice di bravura dei registi ci sarebbero Solamente Boldi e De sica (non il padre, il figlio) in italia..forse allora sarai contenta.."

    Zillo sa bene che questa cosa l'ho detta tante volte anch'io: il grosso pubblico non sa apprezzare la vera arte. Sia lo Stato che il mercato rovinano la cultura. Lo Stato rovina la cultura nutrendo i parassiti, il mercato rovina la cultura premiando le opere commerciali e punendo le opere più elevate. Tuttavia, se non possono competere con De Sica figlio e  Boldi, le opere più elevate possono comunque trovare una loro nicchia nel mercato. Il cinema non certo popolare di Rossellini, De Sica, Fellini, Antonioni, Pasolini e compagnia aveva un suo "zoccolo duro" di pubblico in tutto il mondo. Un paio di anni fa, uno dei due Vanzina, alla trasmissione Cinematografo di Marzullo, ha detto una cosa interessantissima che mi è rimasta molto impressa, e che mi ha fatto rivalutare i due fratellini dei cinepanettoni: negli anni d'oro del cinema italiano (dal '45 al '70) i produttori nutrivano il cinema d'autore con le montagne di soldi ricavati al botteghino con il cinema popolare di  Totò e compagnia. Mi è sembrata una ottima idea. Invece di succhiare il sangue ai contribuenti, i produttori potrebbero investire nel cinema d'arte le montagne di soldi dei cinepanettoni. Per la causa dell'arte, si potrebbero impegnare a fare il maggior numero possibile di cinepanettoni e cinecocomeri. Così accontentano ad un tempo le persone che al cinema cercano solo uno svago leggero (e sono la stragrandissima maggioranza) sia le persone che sanno apprezzare la vera arte (e sono una minoranza) senza rubare un euro ai contribuenti.
    Reginadistracci sloggata

  16. vincenzillo ha detto:

    regina, "Zillo sa bene che questa cosa l'ho detta tante volte anch'io: il grosso pubblico non sa apprezzare la vera arte."

    Vero, l'hai detta. Per me, invece, la sfida della società di massa è questa: mantenere l'ORIGINALITA' e la BELLEZZA in un'arte che parli a tutti. A ciascuno secondo le sue capacità. Anche il cinema.

    Le "nicchie di mercato" di cui parli sono una possibilità. Mi sembra, però, che frammentino la società in tante piccole società, ciascuna con i propri linguaggi e i propri discorsi. Invece l'arte non dovrebbe essere un linguaggio universale?

  17. anonimo ha detto:

     L'arte è universale "in potenza", non "in atto". Per apprezzare l'arte ci vuole una educazione, non si può pretendere che tutti abbiano subito la educazione necessaria. Il pubblico deve essere educato, non lusingato. Non è l'arte che deve abbassarsi al livello del pubblico ma il pubblico che deve alzarsi al livello dell'arte. Se inoltre si demonizzano i poveracci che fanno della vera arte, accusandoli di snobismo perché "la gente non li capisce", alora si condanna davvero a morte la grandezza umana.
    Se si parte dall'idea che "bisogna farsi capire da tutti", si finirà inevitabilmente per degradare poco o tanto la forma e il contenuto dell'arte. Quindi, quelle "nicchie di mercato" costituite dai pochi dotati di una educazione necessaria  sono inevitabili. Ma appunto, bisogna lavorare perché quelle nicchie si allarghino sempre di più.

  18. vincenzillo ha detto:

    "Se si parte dall'idea che "bisogna farsi capire da tutti", si finirà inevitabilmente per degradare poco o tanto la forma e il contenuto dell'arte."

    Questo è falso. E la prova è proprio Richard Wagner. Wagner usò il linguaggio universale del mito (oltre a quelli, sempre universali, della musica e dell'azione scenica), affinché la sua opera fosse comprensibile per tutti, ma proprio tutti: popolo, borghesia, aristocrazia, colti e ignoranti. Perfino dagli analfabeti. Ciascuno al suo livello, naturalmente, ma tutti capivano. Tutti. Wagner ha forse "degradato" l'arte? E oggi che, invece, perlomeno in occidente, siamo tutti alfabetizzati, perché gli artisti si sentono "degradati" se si pongono la questione di essere capiti? Altro che snobismo, qui c'è dell'ipocrisia e dell'arroganza.

    "Se inoltre si demonizzano i poveracci che fanno della vera arte, accusandoli di snobismo perché "la gente non li capisce", alora si condanna davvero a morte la grandezza umana."

    Al di là dei toni apocalittici ingiustificati, non sono per niente d'accordo. Per me, quando uno fa un'opera d'arte infischiandosene di chi la guarderà, e quindi usando codici suoi personali o esclusivi della sua elite, è non solo snob, ma anche arrogante. Restino pure chiusi nelle loro elite del cazzo a dirsi quanto sono bravi e belli e ricchi. Se esiste un diritto alla bellezza, allora qualcuno ha il dovere di renderlo universale, e questo "qualcuno" è l'artista.

  19. reginadistracci ha detto:

     
    Wagner usò il linguaggio universale del mito (oltre a quelli, sempre universali, della musica e dell'azione scenica), affinché la sua opera fosse comprensibile per tutti, ma proprio tutti: popolo, borghesia, aristocrazia, colti e ignoranti. Perfino dagli analfabeti. Ciascuno al suo livello, naturalmente, ma tutti capivano. Tutti. Wagner ha forse "degradato" l'arte?
     
     Infatti, come ho detto, il pubblico non deve essere lusingato ma educato. Wagner non lusinga ma educa il pubblico offrendogli dei cibi sopraffini, e ci riesce. Nel XIX secolo Bayreuth attirava folle entusiaste da tutta la Germania. Ancora oggi riuscire a trovare un posto nel teatro di Bayreuth è una impresa (ma io ci sono riuscita). Facendo le debite proporzioni, oggi Lady Gaga ha a livello mondiale lo stesso successo che Wagner aveva fra i tedeschi nell’Ottocento. Ma chi è più grande fra i due? Io non  ho dubbi. Mi sembrava di avere espresso con chiarezza il mio pensiero in questo post:
     
    http://reginadistracci.splinder.com/post/23394078/processo-al-pubblico-dellarte
     
     «Sottolineo soltanto la conseguenza più rilevante di questa idea: la rinuncia ad educare il grande pubblico alla bellezza. Una volta alla maggioranza erano elargiti cibi artistici sopraffini. Anche il più povero aveva la possibilità di pregare davanti alla bellezza dei dipinti di Caravaggio, per dirne solo uno. (Guardate la Madonna dei pellegrini in Sant'Agostino a Roma: i due poveri vecchi pellegrini con i piedi sporchi davanti ad una madonna popolana simbolizzano anche, se vogliamo, gli ultimi chiamati a gustare la bellezza dell'arte). Le strade erano adornate dalla bellezza architettonica degli edifici di Borromini e di Bernini, per dirne solo due. Oggi invece alla maggioranza sono offerti cibi grossolani per massimizzare i profitti. Infatti, educare il gusto della maggioranza costa tempo e fatica. Più facile e più redditizio accontentarne il cattivo gusto  oppure provocarne il disgusto. Il disgusto, infatti, nasconde un oscuro piacere. Gli automobilisti rallentano per guardare un gatto spiaccicato sulla strada, meravigliosamente disgustoso. Certe esposizioni di arte contemporanea sono l'equivalente di un gatto spiaccicato sulla strada. La maggioranza pagante va a vederle per disgustarsi piacevolmente.»
     
     Ma c’è un ma. Sia Wagner che Shakespeare avevano un successo universale fra tutte le classi sociali. Certi critici strutturalisti hanno notato, a ragione, che le opere d’arte – specialmente musicali e teatrali – soo fatte “a strati”: uno strato più superficiale, funzionale all’intrattenimento, e uno strato più profondo, funzionale alle più profonde emozioni poetiche. Di Romeo e Giulietta il grosso pubblico apprezzava specialmente il “plot” e il pathos sentimentale,  le persone più sensibili potevano apprezzarne le finezze del linguaggio poetico.

     Per me, quando uno fa un'opera d'arte infischiandosene di chi la guarderà, e quindi usando codici suoi personali o esclusivi della sua elite, è non solo snob, ma anche arrogante. Restino pure chiusi nelle loro elite del cazzo a dirsi quanto sono bravi e belli e ricchi. Se esiste un diritto alla bellezza, allora qualcuno ha il dovere di renderlo universale, e questo "qualcuno" è l'artista.
     
     Purtroppo, i veri artisti non sono dei fighetti bravi-belli-ricchi chiusi nelle loro élite-del-cazzo . Magari fossero ricchi! Il problema è che se decidi di fare vera arte, devi rinunciare definitivamente al successo e alla ricchezza. Non sono io a pensare che  Orson Wells – per dirne solo uno – era un genio assoluto, e che Il Processo è un capolavoro assoluto del cinema visionario. Ebbene, Wells non ha guadagnato un centesimo di quello che guadagnano oggi i Vanzina,  e nell’ultima parte della sua vita si riduceva a fare comparsate a destra e a manca per racimolare qualche soldo. Potrei fare decine di altri esempi, ma mi dilungherei troppo. Anzi, per non parlare sempre di cinema, faccio un solo esempio di pittura: gli impressionisti. Lo sai, vero, che Monet e compagnia facevano la fame? Lo sai che le folle andavano ad applaudire artisti pompier che oggi ci fanno ridere? Ma il tempo è galatuomo. Col passare del tempo, anche le masse si sono inchinate alla bellezza dell’impressionismo. Questo vuol dire che, appunto, la bellezza artistica è  per tutti “in potenza”, e che col tempo e con l’educazione  diventa per tutti “in atto”.
     Non è neppure vero che il vero artista usa codici-suoi-personali-o-esclusivi-della sua-elite. Questa è un famoso pregiudizio che deriva, indirettamente, dal pensiero dei critici  di ispirazione marxista, i quali  interpretano l’arte come “sovrastruttura” dei raporti sociali.  Nell’ottica marxista il linguaggio dell’arte è un sistema di segni totalmente astratti – come le cifre che indicano i numeri – che esprimono i valori della classe sociale che la produce.  Sempre nell’ottica marxista, esiste una élite sociale e una gran massa di proletari sfruttati. L’arte prodotta dalla élite, che esprime i valori della élite, è totalmente incomprensibile per le grandi masse proletarie eccetera e quindi bisogna distruggere tutta questa arte “degenerata” d’élite (vedi che fine fecero le avanguardie nella Russia sovietica) e fare finalmente arte comprensibile ai lavoratori: il REALISMO SOCIALISTA!!!! “Ma secondo lei il bracciante lucano, il pastore sardo, la casalinga di Voghera hanno voglia di vedersi questo suo bel film?” dice il criticone sinistrese a Nanni Moretti in Sogni d’oro.
     Liberiamoci una buona volta dai pregiudizi di drivazione marxista. L’arte non è un sistema di cifre astratte che esprimono i valori di una certa classe sociale, che sia la “borghesia” di ieri o una non meglio precisata “élite” di fighi-arroganti-snob che ci tengono a distinguersi dai non-fighi. L’arte è un sistema di segni non convenzionali che esprimono un contenuto poetico. Dal momento che la poesia ha una profondità incommensurabile, è impossibile codificare  un “linguaggio” artistico definitivo. Ogni artista propone un suo linguaggio, che è suo, solo suo, non della élite più o meno del cazzo. Il genio usa un “linguaggio” che prima era sconosciuto, e che dunque all’inizio è incomprensibile tanto alle masse quanto alle élite, come nota Fumet – grande cattolico – nel brano che ho trascritto nel mio post.
     Chiudo qui, perché devo ancora leggere con attenzione l’ultimo post. Tuttavia, nel commento un anonimo  cita Roger Scruton. Io ho appena finito di leggere “The beauty” di Roger Scruton. Fra le tante cause concomitanti della crisi della bellezza, scruton annovera proprio…. il democraticismo estetico, ossia l’idea che tutti i gusti sono uguali e che l’opera d’arte debba piacere subito a tutti.

  20. reginadistracci ha detto:

    P. S. dimenticavo di farti i miei migliori auguri di Buon Natale.

  21. vincenzillo ha detto:

    regina, "la rinuncia ad educare il grande pubblico alla bellezza."

    Questo è il punto nodale, e qui il discorso si allargherebbe anche all'educazione in generale e alla critica d'arte. Per ogni paese il discorso è leggermente diverso, ma credo che in Italia sia particolarmente evidente il disastro causato dall'occupazione della cultura da parte del pensiero di derivazione marxista (arte come sovrastruttura, bellezza come valore borghese e reazionario e quindi in sostanza disvalore) che poi, crollato il comunismo, ha abdicato al nichilismo. Nichilismo in tutte le sue varianti e combinazioni possibili: progressista, reazionario, relativista (bene e male, bello e brutto: stessa roba), materialista, new-age, anti-occidentale, dissacratorio, ecologista, pacifista, terzomondista, ma sempre nichilista.

    ps. Buon Natale in ritardo anche a te.

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