Questo spot l'ho fatto io

(Per vedere il filmato bisogna prima cliccare sul titolo del post. Non chiedetemi il motivo, perché non lo so).

Commento di mio padre allo spot: “Ma non parlano”.

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Tornare a Maometto, sterminare gli infedeli

Taliban

Talebani con tipico turbante nero

Venerdì sera, mentre tutto il mondo si lasciava ipnotizzare dai media e dal loro ultimo pendolino ansiogeno brucia-corano-sì, brucia-corano-no, brucia-corano-sì, brucia-corano-no, il caso mi ha fatto incappare in ciò che nel post precedente (qui) ho definito “la bomba”. Un istruttivo documentario su alcuni di quelli che hanno trasformato il medio-oriente in una polveriera sempre sul punto di saltare in aria e che ci tengono sotto ricatto da anni, (guardate che ci arrabbiamo, eh), sfruttando la nostra patetica correttezza politica (non fiatiamo, non ci muoviamo, non facciamo scorregge che se no si offendono!) che fomenta il nostro senso di colpa (l’11 settembre è colpa degli americani, dei cristiani e degli ebrei!). Titolo, “Inside the taliban”. Punti notevoli:
 
1. Ideologia dei talebani e di Bin Laden, il wahhabismo. L’interpretazione del Corano applicata dai talebani in Afghanistan prevede lo sterminio di tutti gli infedeli, con particolare attenzione a cristiani ed ebrei, l’intolleranza religiosa e il ripristino delle condizioni di vita all’epoca di Maometto. No tecnologia, no istruzione per le donne, burqa, taglio dei piedi e delle mani per i ladri (è il Corano, bellezza, dicono).
 
2. Rapporti contraddittori ed esplosivi tra il mullah Omar e Bin Laden, reduci della guerra contro l’URSS combattuta negli anni 80 a fianco degli USA.
 
3. Ruolo di Bin Laden negli anni 90 in Afghanistan: finanziamento di 3 miliardi di dollari cash, armi, addestramento terroristi suicidi (novità introdotta da lui).
 
3. Rapporti, anch’essi contraddittori ed esplosivi, con l’Arabia Saudita (anch’essa wahhabita, ma solo in politica interna) e col Pakistan.
 
E questo è solo uno dei tasselli del medio-oriente. Aggiungeteci Hamas, palestinesi, Iran, Iraq, Siria, Egitto, sunniti, sciiti, Israele.

Buona visione.
 
La prima parte del documentario da youtube (qui). Le seguenti le trovate man mano che procedete, sulla colonnina di dx.

Non confondiamo la miccia con la bomba

afghanistanDecine e decine di migliaia di musulmani protestano rabbiosamente in tutto il mondo arabo. Importantissimi generali americani come David Petraeus, capi di stato occidentali e arabi lanciano allarmi globali. Di fronte a questa enormità, i media concentrano tutta la loro attenzione sul reverendo americano che ha annunciato di voler bruciare alcune copie del corano. Ma è davvero su di lui, sul suo desiderio di visibilità e sulla cazzata che ha annunciato di voler fare, che si deve guardare per capirci qualcosa? I media, si sa, hanno la memoria corta. Ciò che è successo ieri e l'altro ieri non gli interessa più. Esiste solo l'oggi, l'ora, il minuto, il secondo. La notizia. Il loro unico scopo è gridare prima e più forte degli altri, non capire meglio e più a fondo. Noi, invece, che a distanza di 9 anni dall'11 settembre abbiamo l'ambizione e la presunzione di volerci capire davvero qualcosa, in questo gran casino di mondo, dobbiamo avere uno sguardo diverso sulle cose e sulle loro quattro dimensioni: larghezza, altezza, profondità e tempo. Soprattutto, dobbiamo guardare all'origine. Anche se questo comporta uno sforzo maggiore. Non è sul reverendo, che dobbiamo tenere concentrato il nostro sguardo, ma su quelle decine di migliaia di musulmani infuriati, sulle organizzazioni terroristiche, tipo i talebani, che li stanno usando per i propri scopi, e sui tanti cristiani ammazzati nei paesi islamici. E' lì che si trova la risposta alla vera domanda, che è: com'è possibile che il gesto di un singolo stronzo che non conta nulla e che non ha nemmeno armi di distruzione di massa, generi un allarme globale? L'unica risposta è che a una miccia tanto piccola sia collegata una bomba enorme sempre pronta a scoppiare. Oggi c'è questa miccia, domani ce ne sarà un'altra. Non è agendo contro la miccia, o contro le decine di micce che verranno fuori inevitabilmente, che si può sperare di salvarsi. Prima o poi, infatti, una miccetta ti sfugge per forza, e lì sono cavoli. E' alla bomba, che bisogna guardare. Alla bomba.

Update 13-9: pubblicata su Hyde Park Corner del Foglio il 10-9.

Presidente della Repubblica o direttore di Repubblica?

finiSe mi interessasse ancora qualcosa di questo "politico vecchio stampo" (Marco Travaglio dixit), di questo sbandieratore di "codici etici", di questo elettrostimolatore delle "coscienze migliori di questo paese", di colui che riesce a rimanere – miracolo! – dentro "qualcosa che non c’è più", roba che manco il grande Houdini; dicevo, se davvero mi interessasse qualcosa di lui, mi chiederei dove cavolo vuole andare e chi ha scritto per lui il suo fumoso discorso di Mirabello (Scalfari, Scalfaro, Di Pietro, Veltroni). Ma siccome non me ne frega niente, ma proprio niente, spero solo che si levi dalle balle al più presto, lui e tutto il suo drappello di seriosi ditini puntati.

Altra mia recensione sul Foglio

Ieri è uscita quest'altra recensione:

Anita Lasker-Wallfisch
“Ereditate la verità”. Memorie di una violoncellista ad Auschwitz
276 pp., Mursia, 18,00 euro

Docce di Auschwitz. Una ragazza ebrea di sedici anni è in piedi, nuda, con la testa completamente rasata e con lo spazzolino da denti in mano. È sicura che entro pochi minuti incontrerà la morte, e invece a palesarsi è la donna che cambierà il suo destino, regalandole inaspettatamente un nuovo inizio. È il dicembre del 1943, la ragazza è Anita Lasker-Wallfisch, studentessa di violoncello appartenente a una famiglia della borghesia ebraica di Breslavia, e la sua salvatrice è Alma Rosé, nipote di Gustav Mahler, direttrice dell’orchestra del campo di concentramento. Dell’orchestra di Auschwitz e delle sue quaranta musiciste avevamo già avuto notizie da Fania Fe’nelon, la cantante, dal cui racconto furono tratti un film di Arthur Miller e un paio di opere teatrali. Rispetto a quel resoconto, l’intento dell’autrice è di correggere l’immagine complessiva, a suo avviso distorta, evidenziando maggiormente la solidarietà che legò tra loro quelle donne e gli atti di generosità che non mancarono perfino in quell’inferno. Ogni mattina e ogni sera la loro musica serviva per scandire la marcia degli internati che lavoravano fuori dal campo. La domenica, invece, suonavano tra le baracche e per le SS. L’autrice si decise a mettere per iscritto i suoi ricordi solo quarant’anni dopo i fatti, principalmente per far conoscere ai propri figli ciò che davvero le era accaduto. Per farlo, fu costretta a superare la propria naturale ritrosia e un silenzio dovuto a due fattori: in primo luogo lo scarso interesse o addirittura il fastidio dimostrato verso i racconti dei sopravvissuti, e in secondo luogo l’impossibilità di dire l’indicibile. A supportare il suo sforzo arrivò, come un dono della provvidenza, un “vecchio e malridotto plico di lettere” dimenticato in un baule. Erano le lettere che l’autrice stessa e la sorella avevano scritto prima e dopo la guerra a una terza sorella, la maggiore, emigrata in Inghilterra subito prima dell’inizio delle ostilità. Leggendole ci si può fare un’idea degli aspetti più intimi e quotidiani, quelli che non emergono dalle ricostruzioni storiche della shoah: la paura per il destino della propria famiglia, la nostalgia per la sorella lontana, la gioia improvvisa per l’arrivo di un pacco di dolci, il ricordo delle vecchie consuetudini familiari, l’esasperazione per un visto di emigrazione che non arriva mai. Il tono del racconto è sobrio, a tratti restio nell’affrontare episodi che si preferirebbe di gran lunga dimenticare. C’è spazio anche per eventi assurdi e per coincidenze incredibili. Come la valigia forzatamente abbandonata dalle due sorelle sul treno per Parigi, durante un fallito tentativo di fuga, e riconsegnata loro in carcere dopo mesi di detenzione, mentre erano in attesa della deportazione. O come il loro fortunoso incontro nel lager grazie a un paio di vecchie scarpe nere di pelle di maiale con i pon pon rossi. Un altro aspetto degno di nota è il sentimento con cui la protagonista visse la liberazione del campo di Belsen, in cui fu rinchiusa dopo Auschwitz. Se durante la prigionia, infatti, la difficoltà era stata il tenere a bada la disperazione, dopo la liberazione non fu facile, paradossalmente, riuscire ad abbandonarsi di nuovo alle speranze per il futuro. Emerge chiaramente come la musica, con la sua magia e con la sua disciplina rigorosa, contribuì a preservare la salute mentale delle fortunate orchestrali e a mantenere vivo in loro ciò che la vita nel lager mirava ad annichilire: il desiderio insopprimibile di conservare un minimo di dignità umana. “Potemmo elevarci al di sopra dell’inferno di Auschwitz, in una sfera che non poteva essere toccata dal degrado dell’esistenza all’interno del campo di concentramento”.

Vincenzo Garzillo