Parole dell'odio

bonanni+e+angelettiGuardate questa immagine che ho trovato in rete. Ora focalizzate sulla parola. Che significa "collaborazionisti"? Perché sa di minaccia? Perché sa di vecchio? Che ci fa la faccia del sindacalista Bonanni sotto quella parola? E' un caso che proprio lui sia stato colpito da un fumogeno alla festa del Pd? Le parole sono sempre segni rivelatori di una mentalità e di uno stile. Segni tanto evidenti che solo un cieco potrebbe non vederli e un sordo non sentirli. Esaminiamo questo che potrebbe benissimo essere un volantino stampato e diffuso in qualche manifestazione della CGIL o della sinistra antagonista, centri sociali etc. Magari proprio alla festa del Pd funestata dall'attacco fisico a Bonanni.

"Collaborazionisti". Da dove viene questa parola che sa di vecchio? Sa di vecchio proprio perché è una parola ormai stantia. La sua parabola storica è molto interessante.

Fase uno. Si cominciò a usarla ai tempi della seconda guerra mondiale per indicare le persone compromesse con il regime nazista e con la Repubblica di Salò. Era una parola appartenente al gergo dei partigiani antifascisti. Essere un collaborazionista equivaleva, moralmente, a essere un nazista, se non peggio. Di consegunza, il partigiano che beccava un collaborazionista – o presunto tale – si poteva sentire in dovere di fucilarlo sul campo, compiendo, così, un'azione meritoria. Non serve nemmeno ricordare che dopo l'8 settembre 1943 non si andò troppo per il sottile, quanto all'accusa di collaborazionismo. Poi per qualche tempo la parola cadde in disuso. Intanto l'Italia, con un sussulto di vitalità e di orgoglio, si riprendeva economicamente, sfruttando la generosa spinta dell'America.

Fase due. Ma ecco arrivare i "favolosi" anni 70: proteste, barricate, operai, studenti. Ed ecco tornare in auge quella parola. Ora, però, essa passò a indicare un'altra forma di compromissione morale e politica, quella con il cosiddetto "capitalismo" (parola anch'essa da studiare, magari in altro post). Sì, perché agli occhi degli studenti e dei gruppi di estrema sinistra italiana degli anni 70, idealmente legati ai movimenti comunisti di "liberazione" – Che Guevara, per intenderci – il capitalismo era la nuova forma assunta dal fascismo e come tale andava estirpato dalla società italiana e mondiale. "Collaborazionisti" diventarono, allora, gli industriali, le multinazionali e i partiti non comunisti, in Italia la Dc. I partigiani non erano riusciti a estirpare la malapianta e ora i "nuovi partigiani", in nome del falso mito della "resistenza incompiuta", ne raccoglievano l'eredità morale e politica facendo proprie le loro parole e il diritto a fucilare sul campo i nuovi "collaborazionisti". Vedi alla voce: terrorismo.

Fase tre. Ma eccoci nel 2010, qualche anno dopo l'omicidio di un altro sindacalista, Massimo D'Antona (1999), e del giuslavorista Marco Biagi (2002) ad opera delle Nuove Brigate Rosse. La Fiat usa il pugno duro con gli operai ed ecco risorgere per l'ennesima volta quella parola e, con essa, rivendicazioni, pratiche, rituali violenti ormai fuori dalla realtà. Dove? In quell'area politica riconducibile a centri sociali, antagonisti, Rifondazione. Orde di squadristi democratici che, orfani di progetti politici moderni, non trovano di meglio che rifugiarsi in un passato mitizzato, violento, rispolverando i ferri vecchi dei loro nonni partigiani e dei loro padri terroristi. Cattivi maestri il cui cinismo rasenta ormai la follia. Le loro parole suonano assai lugubri, nell'evocazione dei vecchi fantasmi del 1977 e del 1943. Chi glielo dice che siamo nel 2010?

Questo post è un esempio di ciò che intendevo quando parlavo della violenza come frutto di ideologie scollegate dalla realtà, nel post precedente (qui).

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