Altra mia recensione sul Foglio

Ieri è uscita quest'altra recensione:

Anita Lasker-Wallfisch
“Ereditate la verità”. Memorie di una violoncellista ad Auschwitz
276 pp., Mursia, 18,00 euro

Docce di Auschwitz. Una ragazza ebrea di sedici anni è in piedi, nuda, con la testa completamente rasata e con lo spazzolino da denti in mano. È sicura che entro pochi minuti incontrerà la morte, e invece a palesarsi è la donna che cambierà il suo destino, regalandole inaspettatamente un nuovo inizio. È il dicembre del 1943, la ragazza è Anita Lasker-Wallfisch, studentessa di violoncello appartenente a una famiglia della borghesia ebraica di Breslavia, e la sua salvatrice è Alma Rosé, nipote di Gustav Mahler, direttrice dell’orchestra del campo di concentramento. Dell’orchestra di Auschwitz e delle sue quaranta musiciste avevamo già avuto notizie da Fania Fe’nelon, la cantante, dal cui racconto furono tratti un film di Arthur Miller e un paio di opere teatrali. Rispetto a quel resoconto, l’intento dell’autrice è di correggere l’immagine complessiva, a suo avviso distorta, evidenziando maggiormente la solidarietà che legò tra loro quelle donne e gli atti di generosità che non mancarono perfino in quell’inferno. Ogni mattina e ogni sera la loro musica serviva per scandire la marcia degli internati che lavoravano fuori dal campo. La domenica, invece, suonavano tra le baracche e per le SS. L’autrice si decise a mettere per iscritto i suoi ricordi solo quarant’anni dopo i fatti, principalmente per far conoscere ai propri figli ciò che davvero le era accaduto. Per farlo, fu costretta a superare la propria naturale ritrosia e un silenzio dovuto a due fattori: in primo luogo lo scarso interesse o addirittura il fastidio dimostrato verso i racconti dei sopravvissuti, e in secondo luogo l’impossibilità di dire l’indicibile. A supportare il suo sforzo arrivò, come un dono della provvidenza, un “vecchio e malridotto plico di lettere” dimenticato in un baule. Erano le lettere che l’autrice stessa e la sorella avevano scritto prima e dopo la guerra a una terza sorella, la maggiore, emigrata in Inghilterra subito prima dell’inizio delle ostilità. Leggendole ci si può fare un’idea degli aspetti più intimi e quotidiani, quelli che non emergono dalle ricostruzioni storiche della shoah: la paura per il destino della propria famiglia, la nostalgia per la sorella lontana, la gioia improvvisa per l’arrivo di un pacco di dolci, il ricordo delle vecchie consuetudini familiari, l’esasperazione per un visto di emigrazione che non arriva mai. Il tono del racconto è sobrio, a tratti restio nell’affrontare episodi che si preferirebbe di gran lunga dimenticare. C’è spazio anche per eventi assurdi e per coincidenze incredibili. Come la valigia forzatamente abbandonata dalle due sorelle sul treno per Parigi, durante un fallito tentativo di fuga, e riconsegnata loro in carcere dopo mesi di detenzione, mentre erano in attesa della deportazione. O come il loro fortunoso incontro nel lager grazie a un paio di vecchie scarpe nere di pelle di maiale con i pon pon rossi. Un altro aspetto degno di nota è il sentimento con cui la protagonista visse la liberazione del campo di Belsen, in cui fu rinchiusa dopo Auschwitz. Se durante la prigionia, infatti, la difficoltà era stata il tenere a bada la disperazione, dopo la liberazione non fu facile, paradossalmente, riuscire ad abbandonarsi di nuovo alle speranze per il futuro. Emerge chiaramente come la musica, con la sua magia e con la sua disciplina rigorosa, contribuì a preservare la salute mentale delle fortunate orchestrali e a mantenere vivo in loro ciò che la vita nel lager mirava ad annichilire: il desiderio insopprimibile di conservare un minimo di dignità umana. “Potemmo elevarci al di sopra dell’inferno di Auschwitz, in una sfera che non poteva essere toccata dal degrado dell’esistenza all’interno del campo di concentramento”.

Vincenzo Garzillo

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Un commento su “Altra mia recensione sul Foglio

  1. noradlf ha detto:

    Grazie. Dev'essere un bellissimo libro. Lo metto nella lista dei desideri (è sempre più lunga, mannaggia).Umberta

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