La leggenda dei 36 giusti

giotto

Giotto, Giustizia

Secondo una leggenda ebraica, il mondo si regge sulle spalle di 36 giusti la cui identità nessuno conosce. Solo grazie a loro, generazione dopo generazione, Dio risparmia al mondo la punizione per gli innumerevoli peccati commessi dagli uomini: la distruzione.
Non so né dove né quando ho sentito questa storia per la prima volta, ma mi è subito sembrato di conoscerla da sempre. Attorno a quell’immagine così ricca e affascinante sono confluiti spontaneamente pensieri prima dispersi qua e là nella mia testa.

La storia prende spunto dal passo dell’Antico Testamento in cui Dio scende a patti con Abramo promettendogli che non distruggerà Sodoma e Gomorra a condizione vi si trovino dieci giusti (era la prima lettura l’altra domenica, Genesi 18,20-32). L’episodio è interessante perché è uno dei pochissimi in cui la giustizia divina viene messa in discussione. Tra Abramo e Dio avviene una trattativa sul numero minimo dei giusti. Abramo ottiene una fortissima riduzione, ma sappiamo che fine abbiano poi fatto le due città. Come nel diluvio universale, il creatore ha esercitato una sua prerogativa: la possibilità di annichilire il creato.
Al contrario, nella leggenda si parte dal dato di fatto che il mondo continua ad esistere e si dà la spiegazione del perché. È come se si rispondesse alla domanda: perché Dio, malgrado tutto il male commesso dagli uomini, non ha ancora distrutto il mondo? In questo quadro, la giustizia assume un’importanza cruciale. Su di essa si gioca la sopravvivenza stessa dell’uomo.

Per comprendere meglio quale idea di giustizia pervada la leggenda, guardiamola più da vicino. Su un piatto della bilancia vediamo quantità incalcolabili di uomini, ciascuno portatore di una quantità incalcolabile di peccati; sull’altro piatto solo i trentasei giusti. Eppure la leggenda ci dice che quei trentasei sono sufficienti a spostare l’ago e a far cambiare idea al giudice supremo! Di fronte a questa scena, il nostro sentimento è duplice. Da una parte, viene offeso il nostro senso istintivo della giustizia, che ci porta a misuraree a confrontare tra loro le quantità: ad ogni peccato dovrebbe corrispondere una certa pena, ad ogni peccatore dovrebbe corrispondere un giusto. La leggenda, però, sembra suggerire che c’è un altro modo di guardare alla faccenda. Dio, infatti, malgrado l’evidente sproporzione quantitativa, risparmia il mondo. Quindi, o Dio è ingiusto o siamo noi che dobbiamo cambiare prospettiva. Posti di fronte a questo, ecco che comincia a risuonare dentro di noi un’altra idea di giustizia, più ampia e più profonda. La leggenda ci mette sulla giusta strada tramite la sua cifra dominante: l’incommensurabilità. Incommensurabile è, innanzitutto, l’infinita potenza di Dio rispetto all’infima condizione dell’uomo. Infima sia per quanto riguarda la potenza, sia la moralità. Ma l’incommensurabilità domina anche all’interno dell’ambito umano, dove non esiste rapporto tra l’esiguo numero dei giusti e l’incalcolabile numero dei peccatori. Questa incommensurabilità (cioè: non misurabilità) può essere letta come un invito ad abbandonare la misurazione per concentrarci su altro. Ma cos’è che può riportare la bilancia in equilibrio? L’unica possibilità è che ciascuno dei giusti possieda un peso specifico moraleenormemente superiore a quello degli altri uomini. Un peso specifico, appunto, incommensurabile. Avviene, così, uno spostamento di significato. Non è nella quantità, che va cercato il vero significato della giustizia, bensì nella qualità.

A questo punto si apre un’altra questione: chi sono questi uomini giusti?

La leggenda non fornisce i nomi. L’anonimato rende, in un certo senso, più accettabile il tutto. Infatti, il giusto deve possedere un’aura speciale difficilmente conciliabile con la prosaicità di un nome e un cognome. Una traccia di questo stesso tema la ritroviamo anche nei supereroi dei fumetti, la cui vera identità deve rimanere ignota agli altri. Oppure, per converso, si pensi alle cause di santificazione di uomini vicini a noi nel tempo, uomini su cui sono circolate molte più informazioni rispetto agli antichi: non è forse vero che ci riesce molto più difficile accomunare questi uomini a quei santi di cui abbiamo visto solo le reliquie o antiche raffigurazioni?

Lasciando irrisolta la domanda sull’identità, l’anonimato ha anche un’altra funzione. Ci porta a farci un’altra domanda: chi è l’uomo giusto? Quali sono le sue caratteristiche? A quale classe sociale appartiene, a quale sesso, a quale religione, a quale nazione? Anche questa domanda rimane senza risposta, ma indirettamente stimola una quantità di riflessioni. Non essendoci nome e cognome, nazione, religione, sesso, l’uomo giusto potrebbe essere uno qualunque dei miliardi di esseri umani oggi viventi, anche qualcuno di molto vicino a noi. Forse noi stessi? Non essendoci nemmeno l’indicazione di un ruolo sociale, ci viene detto che non c’è carica pubblica, istituzione o censo che possa garantire automaticamente la rettitudine della persona. Il giudice al pari dell’imputato, il ricco al pari del povero, il bianco al pari del nero, il cristiano al pari del musulmano: nessuno è automaticamente né giusto né ingiusto. Si può anche dire che, sempre indirettamente, la leggenda mostri un certo grado di scetticismo verso le istituzioni, perché è evidente che una qualsiasi tra le istituzioni preposte alla giustizia in uno qualsiasi dei paesi del mondo conti un numero di cariche ben superiore a trentasei. Questo scetticismo nelle istituzioni umane, tuttavia, è funzionale all’indicazione di un ordine gerarchicamente superiore, tanto grande da comprendere al suo internola stessa esistenza del mondo. Qui si parla di una giustizia di tipo diverso dalla corretta applicazione delle leggi umane. L’appellativo di “giusto” rimanda evidentemente a un ordine superiore.

C’è poi l’indicazione che ogni generazione possiede un identico numero di giusti. Letto con gli occhi di oggi, questo messaggio universale sfida l’idea di progresso, idea moderna che prevede il costante miglioramento dell’uomo anche dal punto di vista morale, un’evoluzione della specie anche per quanto riguarda la coscienza. Nello stesso tempo, va contro il falso mito dell’età dell’oro, intesa come realtà migliore ma ormai non più attingibile – “Una volta sì che c’era la giustizia! La giustizia è morta!”. Dunque, niente progresso e niente età dell’oro. Eppure non si può dire che sia una visione rinunciataria, perché lascia aperta la porta alla speranza. Infatti, ci dice che gli uomini giusti continuano a esistere e che il mondo sta in piedi grazie a loro. Dunque anche noi possiamo avere esperienza della giustizia. E chi di noi può dire di non averla mai provata, cioè di non essere mai venuto a tiro di un giusto?

In definitiva, c’è la presa d’atto realistica di un mondo pervaso dal male, ma c’è anche lo slancio utopi
co laddove si riconosce che il bene continua a lasciare una traccia salvifica. La giustizia sulla terra è un’esperienza tra le più rare, ma non è impossibile. Può ben accadere che non si ottenga giustizia nei tribunali o nel lavoro o a casa propria, ma qualcuno da cui la potresti ottenere, magari anche domani, c’è. L’influsso di questi uomini sul mondo è tanto nascosto quanto decisivo. Gli atti di giustizia, pur essendo numericamente esigui, avvengono di continuo e sono la cosa più importante di tutte.

Ps. Segnalo una bella iniziativa dello Stato di Israele legata a questa leggenda (qui).

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5 commenti su “La leggenda dei 36 giusti

  1. anonimo ha detto:

    Complimenti per il post.Secondo me, e lo dico senza un velo d'ironia, saresti un ottimo prete. Nel tempo ti sei sempre più avvicinato alla chiesa cattolica, tanto da avermi fatto chiedere più volte se non ti stessi spostando oltre il confine della laicità.Sui contenuti io da incrollabile agnostico dissento (secondo me se dio non è la macchina immobile che spesso m'immagino sia, ma è invece attivo, non ci distrugge semplicemente perchè ha permesso il male per difetti di produzione, e non puoi lamentarti se la bicicletta ogni tanto si rompe se la materia prima che hai impiegato e il progetto che hai disegnato non erano  eccelsi.. o, se comunque in uno scatto d'ira la distruggi, la colpa non è della bicicletta…. In  più a me suona stranissimo parlare di moralità di dio: noi di dio non sappiamo nulla, e moralità mi sembra un concetto talmente riduttivo e umano che applicarlo al dio cristiano secondo me è a dir poco fuori luogo) ma ti rinnovo i complimenti.Ivan

  2. vincenzillo ha detto:

    ivan, grazie per i complimenti. Il mio rinnovato interesse per il cristianesimo e l'ebraismo è dovuto a diversi fattori, tra cui quello personale nel caso del cristianesimo, ma non per dare i voti, almeno non per ora!! Lo sai che il mio unico "voto" è sempre e solo per quel sant'uomo del Berlusca!! :-)Lasciami dire solo che la tua immagine di Dio come "macchina immobile" è alquanto strana. Sembrerebbe di derivazione aristotelico-tomistica (anche se lì era "motore immobile", non "macchina"), ma più che altro mi fa sorgere un dubbio: non avrai mica fatto catechismo da uno sfasciacarrozze??Il Dio del cristianesimo è un Dio personale e questo determina la peculiarità del suo rapporto con il creato e con la principale delle sue creature, l'uomo. Si aprono affascinanti  interrogativi sul rapporto tra infinito e finito, tra unità e molteplicità, tra perfezione e imperfezione e, per esempio, sull'idea di incarnazione, di amore, di anima, libertà, responsabilità, colpa… fior di teologi li hanno affrontati. Quindi, molla Quattroruote e passa a Ratzinger!!

  3. ipitagorici ha detto:

    Passo rapidamente per farti gli auguri per un buon Ferragosto !

  4. anonimo ha detto:

    Ciao Binz, ho letto il libro su Gesù di Ratzinger e mi ha emozionato come tirarmi una martellata su un piede…  🙂  infinitamente di più, in seno cristiano, mi ha emozionato Panikkar, di cui mi sono letto 3 o 4 libri, e che ho ascoltato qualche anno fa in duomo a milano.Il fatto è che il cristianesimo, come tutte le religioni, è una scelta, non un sapere. Non solo: è il risultato di un'evoluzione teorica durata duemila anni, e la forma attuale è quanto uscito da infiniti dibattiti, concili, eresie più o meno dichiarate, inquisizioni, forzature, battaglie, lezioni, tradizioni, strappi. Non è "la parola di Dio". E' invece un prodotto culturale, profondamente umano. Nessuno ci potrà quindi mai dire chi ha ragione o torto, in una tavola rotonda dove siano presenti rappresentanti delle maggiori religioni mondiali.Io quindi credo che come in ogni ambito dell'evoluzione umana e in primis i linguaggi, tra uno o due millenni (se ancora esisteremo) si passerà da 100 a 10, poi a 2 o 3 religioni, fino forse a una sola, quella "vincente", che emergerà unica secondo l'evoluzione dei bibattiti e dell'uomo stesso.

  5. vincenzillo ha detto:

    Ivan, non so i libri di Panikkar, ma quelli di Ratzinger sono fonte di riflessione, più che di emozione. Un lungo treno fatto di bei vagoncini carichi di tesori, più che un otto volante."Non è "la parola di Dio"."Infatti. E' la parola di Dio che si è fatta carne. Il che porta con sé tutto ciò che tu citi.Fossi in te non mi chiederei tanto cosa ne sarà nel futuro, ma cosa ha significato nel nostro passato e nel nostro presente: il concetto di persona e il diritto naturale, per esempio. Cioè le basi di ciò che tiene in piedi l'occidente malgrado la volontà autodistruttiva di tanti nostri intellettuali.

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