Le nuove prof di religione

gheddafi_ragazze_coranoSe la gloriosa visione di un’Europa islamizzata, tanto cara al colonnello Muhammar Gheddafi – che l’Altissimo l’abbia in gloria! – dovesse diventare realtà, una di queste studiose figliole potrebbe essere la prof di religione dei nostri figli. Altro che pretacci attempati e con la forfora! Altro che esenzione dall’ora di religione. Prevedo aule stracolme, studenti attentissimi, passioni giovanili per il Corano, fiumi di padri al ricevimento dei genitori. Per non dire del livello medio di apprendimento. Con insegnanti così, il messaggio basilare per la nostra civiltà futura si imprimerebbe forte e chiaro nella mente dei nostri pargoli, anche del meno diligente: Allah è grande e misericordioso!

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La leggenda dei 36 giusti

giotto

Giotto, Giustizia

Secondo una leggenda ebraica, il mondo si regge sulle spalle di 36 giusti la cui identità nessuno conosce. Solo grazie a loro, generazione dopo generazione, Dio risparmia al mondo la punizione per gli innumerevoli peccati commessi dagli uomini: la distruzione.
Non so né dove né quando ho sentito questa storia per la prima volta, ma mi è subito sembrato di conoscerla da sempre. Attorno a quell’immagine così ricca e affascinante sono confluiti spontaneamente pensieri prima dispersi qua e là nella mia testa.

La storia prende spunto dal passo dell’Antico Testamento in cui Dio scende a patti con Abramo promettendogli che non distruggerà Sodoma e Gomorra a condizione vi si trovino dieci giusti (era la prima lettura l’altra domenica, Genesi 18,20-32). L’episodio è interessante perché è uno dei pochissimi in cui la giustizia divina viene messa in discussione. Tra Abramo e Dio avviene una trattativa sul numero minimo dei giusti. Abramo ottiene una fortissima riduzione, ma sappiamo che fine abbiano poi fatto le due città. Come nel diluvio universale, il creatore ha esercitato una sua prerogativa: la possibilità di annichilire il creato.
Al contrario, nella leggenda si parte dal dato di fatto che il mondo continua ad esistere e si dà la spiegazione del perché. È come se si rispondesse alla domanda: perché Dio, malgrado tutto il male commesso dagli uomini, non ha ancora distrutto il mondo? In questo quadro, la giustizia assume un’importanza cruciale. Su di essa si gioca la sopravvivenza stessa dell’uomo.

Per comprendere meglio quale idea di giustizia pervada la leggenda, guardiamola più da vicino. Su un piatto della bilancia vediamo quantità incalcolabili di uomini, ciascuno portatore di una quantità incalcolabile di peccati; sull’altro piatto solo i trentasei giusti. Eppure la leggenda ci dice che quei trentasei sono sufficienti a spostare l’ago e a far cambiare idea al giudice supremo! Di fronte a questa scena, il nostro sentimento è duplice. Da una parte, viene offeso il nostro senso istintivo della giustizia, che ci porta a misuraree a confrontare tra loro le quantità: ad ogni peccato dovrebbe corrispondere una certa pena, ad ogni peccatore dovrebbe corrispondere un giusto. La leggenda, però, sembra suggerire che c’è un altro modo di guardare alla faccenda. Dio, infatti, malgrado l’evidente sproporzione quantitativa, risparmia il mondo. Quindi, o Dio è ingiusto o siamo noi che dobbiamo cambiare prospettiva. Posti di fronte a questo, ecco che comincia a risuonare dentro di noi un’altra idea di giustizia, più ampia e più profonda. La leggenda ci mette sulla giusta strada tramite la sua cifra dominante: l’incommensurabilità. Incommensurabile è, innanzitutto, l’infinita potenza di Dio rispetto all’infima condizione dell’uomo. Infima sia per quanto riguarda la potenza, sia la moralità. Ma l’incommensurabilità domina anche all’interno dell’ambito umano, dove non esiste rapporto tra l’esiguo numero dei giusti e l’incalcolabile numero dei peccatori. Questa incommensurabilità (cioè: non misurabilità) può essere letta come un invito ad abbandonare la misurazione per concentrarci su altro. Ma cos’è che può riportare la bilancia in equilibrio? L’unica possibilità è che ciascuno dei giusti possieda un peso specifico moraleenormemente superiore a quello degli altri uomini. Un peso specifico, appunto, incommensurabile. Avviene, così, uno spostamento di significato. Non è nella quantità, che va cercato il vero significato della giustizia, bensì nella qualità.

A questo punto si apre un’altra questione: chi sono questi uomini giusti?

La leggenda non fornisce i nomi. L’anonimato rende, in un certo senso, più accettabile il tutto. Infatti, il giusto deve possedere un’aura speciale difficilmente conciliabile con la prosaicità di un nome e un cognome. Una traccia di questo stesso tema la ritroviamo anche nei supereroi dei fumetti, la cui vera identità deve rimanere ignota agli altri. Oppure, per converso, si pensi alle cause di santificazione di uomini vicini a noi nel tempo, uomini su cui sono circolate molte più informazioni rispetto agli antichi: non è forse vero che ci riesce molto più difficile accomunare questi uomini a quei santi di cui abbiamo visto solo le reliquie o antiche raffigurazioni?

Lasciando irrisolta la domanda sull’identità, l’anonimato ha anche un’altra funzione. Ci porta a farci un’altra domanda: chi è l’uomo giusto? Quali sono le sue caratteristiche? A quale classe sociale appartiene, a quale sesso, a quale religione, a quale nazione? Anche questa domanda rimane senza risposta, ma indirettamente stimola una quantità di riflessioni. Non essendoci nome e cognome, nazione, religione, sesso, l’uomo giusto potrebbe essere uno qualunque dei miliardi di esseri umani oggi viventi, anche qualcuno di molto vicino a noi. Forse noi stessi? Non essendoci nemmeno l’indicazione di un ruolo sociale, ci viene detto che non c’è carica pubblica, istituzione o censo che possa garantire automaticamente la rettitudine della persona. Il giudice al pari dell’imputato, il ricco al pari del povero, il bianco al pari del nero, il cristiano al pari del musulmano: nessuno è automaticamente né giusto né ingiusto. Si può anche dire che, sempre indirettamente, la leggenda mostri un certo grado di scetticismo verso le istituzioni, perché è evidente che una qualsiasi tra le istituzioni preposte alla giustizia in uno qualsiasi dei paesi del mondo conti un numero di cariche ben superiore a trentasei. Questo scetticismo nelle istituzioni umane, tuttavia, è funzionale all’indicazione di un ordine gerarchicamente superiore, tanto grande da comprendere al suo internola stessa esistenza del mondo. Qui si parla di una giustizia di tipo diverso dalla corretta applicazione delle leggi umane. L’appellativo di “giusto” rimanda evidentemente a un ordine superiore.

C’è poi l’indicazione che ogni generazione possiede un identico numero di giusti. Letto con gli occhi di oggi, questo messaggio universale sfida l’idea di progresso, idea moderna che prevede il costante miglioramento dell’uomo anche dal punto di vista morale, un’evoluzione della specie anche per quanto riguarda la coscienza. Nello stesso tempo, va contro il falso mito dell’età dell’oro, intesa come realtà migliore ma ormai non più attingibile – “Una volta sì che c’era la giustizia! La giustizia è morta!”. Dunque, niente progresso e niente età dell’oro. Eppure non si può dire che sia una visione rinunciataria, perché lascia aperta la porta alla speranza. Infatti, ci dice che gli uomini giusti continuano a esistere e che il mondo sta in piedi grazie a loro. Dunque anche noi possiamo avere esperienza della giustizia. E chi di noi può dire di non averla mai provata, cioè di non essere mai venuto a tiro di un giusto?

In definitiva, c’è la presa d’atto realistica di un mondo pervaso dal male, ma c’è anche lo slancio utopi
co laddove si riconosce che il bene continua a lasciare una traccia salvifica. La giustizia sulla terra è un’esperienza tra le più rare, ma non è impossibile. Può ben accadere che non si ottenga giustizia nei tribunali o nel lavoro o a casa propria, ma qualcuno da cui la potresti ottenere, magari anche domani, c’è. L’influsso di questi uomini sul mondo è tanto nascosto quanto decisivo. Gli atti di giustizia, pur essendo numericamente esigui, avvengono di continuo e sono la cosa più importante di tutte.

Ps. Segnalo una bella iniziativa dello Stato di Israele legata a questa leggenda (qui).

Il democratico maturo se ne frega delle urne

Mentre preparo un post molto lungo su un argomento molto serio, oggi mi limito a segnalare il ripetersi di una delle manovre politiche preferite dei sinceri e maturi democratici. Anche questa volta, alle prime avvisaglie di una possibile crisi di governo, eccoli proporre con la dovuta serietà la solita soluzione: il governo tecnico (detto anche "di transizione" o perfino "di responsabilità"). Tradotto: ha il diritto di governare anche chi ha perso le elezioni.